Metaverse. Alla soglia della robotizzazione dei sentimenti

Mark Zuckerberg, Facebook, lancia un’infrastruttura per potenziare le relazioni dell’umanità. Esattamente quanto oggi facciamo con gli smartphone, dalle comunicazioni alla raccolta ed elaborazione dati, fino alla documentazione georeferenziata dei nostri movimenti, faremo in questa galassia virtuale dove ogni nostra attività sarà modellizzata, riprodotta, laborizzata, potremmo dire, per meglio governarla e gestirla.
MICHELE MEZZA
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In un profetico testo di oltre dieci anni fa – Software Culture (Olivares edizioni) – Lev Manovich,uno dei più geniali guru delle interfacce digitali, spiegava come ormai ogni nostri gesto sarebbe stato intermediato dal software che si avviava a diventare webware, ossia intelligenza residente in rete, accessibile direttamente dai server. 

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Una previsione che dava un colpo di barra a quella che allora sembrava la navigazione delle prime piattaforme che ospitavano i servizi multimediali.

Il prototipo di quella filosofia, che trasportava la nostra vita direttamente nei sistemi digitali che non erano più ancelle e supporti ma direttamente riproducevano funzioni vitali e continuative delle nostre relazioni, era Second life.

Si trattava di una metafora tecnologica che replicava, con straordinario realismo per i tempi, le modalità della nostra vita, ricreando in un sistema simbolico di grandissimo realismo minuziosamente la dinamica della nostra quotidianità. 

Stiamo parlando della ricostruzione di un vero mondo parallelo, dove attraverso dei piccoli avatar, vere e proprie riproduzioni di se stessi, si agiva in ambientazioni che si sceglievano – grandi città, stagioni storiche del passato, spiagge caraibiche – e ci si disegnava la vita che si avrebbe voluto avere o le esperienze che si desiderava vivere.

Diventava pratica di massa l’intuizione geniale di Philip Dick, con la sua visione onirica di universi sovrapposti e contemporanei, come descriveva nel suo romanzo icona The Man in the High Castle, l’uomo dell’alto castello, meglio noto in italiano come la La svastica nel sole, pubblicato nel 1963. Il romanzo, pioniere del genere distopico, racconta di una dimensione complementare della realtà, dove la storia cambia di segno e la Germania nazista ha vinto la guerra e colonizzato gli Stati Uniti fino ad uno snodo in cui i due universi si intrecciano e combinano.

The Man in the High Castle di Philip K. Dick. NY: G. P. Putnam’s Sons, (1962).

Siamo ai limiti di una dimensione extrasensoriale, che lo scrittore percepiva direttamente, anche grazie ad un generoso uso di stupefacenti, e che descriveva nelle sue visionarie cronache pianeti multidimensionali.

Con gli affabulanti deliri di Philip Dick si combinava la lucida e tecnologica discontinuità teorizzata da Manovich, che proprio connettendo il senso comune della rete degli anni Settanta, con le vibrazioni visionarie del decennio precedente, spiegava quanto sia irriducibile il mondo digitale a tutto quanto abbiamo visto prima.

A differenza di una vulgata accademica che voleva sempre, secondo quando codificato da Bolter e Grusin, ogni media sia sempre la rimediazione di un altro media, lungo un percorso evolutivo e continuista dell’innovazione, Manovich scrive invece che la softwarezzizione dei media, e in generale delle nostre relazioni, muta radicalmente lo spazio e il tempo, piegandolo a desideri e ambizioni.

Siamo alle soglie della robotizzazione dei sentimenti e delle emozioni, dopo aver attraversato l’automatizzazione di fenomeni epocali, come la guerra o la produzione industriale e ancora la medicina e la pubblica amministrazione. 

La transizione dalla materialità fordista a un’economia della conoscenza, sfonda le pareti che contengono la realtà così come l’abbiamo conosciuta creando protesi dello stesso universo che ci ospita.

Second Life divenne la prima palestra di questo sfondamento.

Qualcuno ricorderà, siamo proprio a cavallo del primo decennio del nuovo millennio, che in pochi mesi si popolarono le isole di Second Life, dove si andava ad abitare, si prendeva casa, la si arredava, si stringevano amicizie, più o meno legali, si comprava e si vendeva, con una valuta – i Linden dollar – veri progenitori delle cripto monete. 

Si veniva perfino perseguiti per trasgressioni che non mancavano, anche le più estreme .Si guadagnavano soldi veri. Facevano notizia gli intraprendenti artigiani digitali che vendevano abbigliamento per avatar, o mobili per arredare le case virtuali, o ancora merci meno legali. Si pensi che su Second Life si ebbero vere e proprie retate di vigilanza per bloccare smercio di stupefacenti o forme di prostituzione che da virtuale poi diventava materialissima.

Stiamo parlando di un’esperienza d’avanguardia che già sembra lontano, quasi sfumato nei vapori della rete. Eppure quell’esperienza fu un primo casting di massa per attitudini, possibilità, necessità, in alcuni casi bisogni, che davano forza a quella trasfigurazioni. 

Si costruivano anche sedi e uffici di grande imprese, che selezionavano personale, o organizzavano incontri e meeting su Second Life. Si organizzavano concerti, o allestivano set cinematografici, o ancora si prefiguravano modelli urbani o sistemi di intrattenimento. Insomma non era un giochetto per banbini deficienti, ma uno straordinario sistema tecno economico che alimento un mercato parallelo. 

L’ondata dei social allagò le isole di Second Life, e quella frenesia così come esplose rifluì, velocemente. 

Oggi la stessa tentazione riaffiora con le sembianze di un nuovo estremo e illuministico progetto : metaverso.

La lancia Facebook ma è una traccia su cui sono in molti ad avventurarsi.

Mark Zuckerberg

Mark Zuckerberg nei giorni scorsi ha lanciato un vero cantiere, destinandolo alla sua provincia europea, anche per ingraziarsi le autorità comunitarie che lo guardano di traverso davvero. Si parla di investimenti miliardari e di decine di migliaia di posti di lavoro. Ma per fare che cosa? Per giocare con i pupazzetti, si potrebbe dire con una battutaccia. 

In realtà la convergenza di intelligenza artificiale, big data e reti neurali rende plausibile un nuovo salto di specie delle relazioni digitali. Si tratta di dare forma e sostanza all’idea di realtà aumentata con cui stiamo ammiccando da tempo. Prolungare la realtà, combinandola con le potenzialità di piattaforme che tendono ormai a sostituire e non servire la vita materiale, diventa oggi anche una pretesa di generazioni alfabetizzate dai video game e allevate con una grammatica visuale tridimensionale e multimediale.

Ancora Manovich ci spiegava come il destino dell’epoca digitale è proprio quello di “contestualizzare il presente in un futuro possibile, dove il web dei documenti è già diventato il web dei dati“ e ora si avvia a diventare il web della second life, in minuscolo.

Tecnicamente, da quanto abbiamo appreso proprio da Facebook, si tratta di un’operazione che assomiglia molto a quanto la Disney mise in atto negli anni Cinquanta con i suoi parchi a tema: offrire un palcoscenico per le fantasie dei bambini. Qui si tratta di offrire un’infrastruttura per potenziare le relazioni dell’umanità. Esattamente quanto oggi facciamo con gli smartphone, dalle comunicazioni alla raccolta ed elaborazione dati, fino alla documentazione georeferenziata dei nostri movimenti, faremo in questa galassia virtuale dove ogni nostra attività verrà modellizzata, riprodotta, laborizzata, potremmo dire, per meglio governarla e gestirla.

La vera vittima sarà Zoom, diceva qualche giornalista dopo la conferenza di Zuckerberg, ma anche lui rischia molto, rispondeva un suo collega. In effetti avremo una smart life tutta calata in questi ambienti virtuali – ufficio, casa, stadio, parchi, bar, ristoranti – in cui anticiperemo, o per molti, risolveremo le nostre singole funzioni, limitando la mobilità e i contatti fisici. Sembra la vera risposta alla pandemia: un mondo immunizzato e distanziato che trasferisce sullo schermo del computer e del telefonino le proprie azioni.

Un mondo dove, dopo la generazione dei social che ha riclassificato politica ed economia, comunicazione e scienza, si rassegnerà ad assistere ad una nuova capriola della storia ad opera di una successiva generazione che rielaborerà nuovi modelli di convivenza, di produzione di relazione. Cambieranno le gerarchie e i poteri. Per questo rischiano molto anche i monopolisti del presente come Google, Apple, Amazon e lo stesso Zuckerberg. Tenere nel solco degli attuali primati una svolta così eversiva non sarà facile per loro, e soprattutto non sarebbe auspicabile per noi. 

Metaverse. Alla soglia della robotizzazione dei sentimenti ultima modifica: 2021-10-18T20:23:51+02:00 da MICHELE MEZZA
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