Beethoven, Shostakovich e l’“ascolto passivo”

La percezione della musica cambia e si modifica a seconda del grado di ricettività dell’ascoltatore. Ancor più, attraverso il dialogo segreto tra interpreti e ascoltatori.
MARIO GAZZERI
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Per tentare un approccio ad una comprensione della musica beethoveniana, non sempre riconducibile ad una uniforme ricerca estetica, è forse necessario analizzare due opere che ci sembrano rivelatrici della poliedricità creativa del grande musicista di Bonn. Parliamo della Sonata n. 31 per pianoforte (la sua penultima, 1821, esattamente due secoli fa) e della terza Sinfonia, detta Eroica, composta molti anni prima, nel 1804, e che costituisce l’arco di volta di tutta l’opera sinfonica beethoveniana.

Lo smarrimento e lo sgomento che a momenti sembrano prevalere sulla carica emozionale ed eroica che contraddistingue la sinfonia, la cui dedica al Bonaparte fu negata l’anno seguente e definitivamente ritirata nel 1821, sembrano porsi agli estremi opposti della Sonata n. 31 il cui primo movimento, e solo il primo, (Moderato cantabile) è intriso di un romanticismo intimista e sentimentalmente fragile che siamo forse più abituati a ritrovare in altri musicisti tedeschi, in particolare Robert Schumann. Ma, come scrive Giorgio Pestelli riferendosi a quel periodo (I concerti di Beethoven, Donzelli Editore) “l’ampiezza del respiro formale della grande sinfonia penetra e rivoluziona anche la scrittura pianistica con la tendenza a un ‘sinfonismo’ testimoniato” da numerose Sonate.

La vulcanica potenza creativa di Beethoven si articola e si sviluppa, nelle due opere, lungo percorsi musicali diametralmente opposti, una circostanza, questa, che ci induce a fare alcune considerazioni.

Innanzitutto la percezione delle due opere, cambia e si modifica a seconda del grado di ricettività dell’ascoltatore. Un “ascolto passivo” prescinde da ogni tentativo di interazione tra l’ascoltatore e il pianista o l’orchestra e, attraverso di loro, esclude ogni possibilità di contatto estetico con il compositore. Un “orecchio musicale” perfetto è d’altra parte molto raro ed è frutto non tanto di un alto numero di frequentazioni musicali, quanto di una innata sensibilità in grado di far dialogare chi ascolta e il solista o l’orchestra e, come si è detto, attraverso di loro, con il compositore stesso. Non si tratta ovviamente di telepatia o di un ricorso a singolari quando improbabili pratiche di trasmissione del pensiero.

Se si considera poi, che nel 1821, Beethoven era già completamente sordo, parlare di dialogo potrebbe anche apparire irriverente se non addirittura comico. L’ostacolo ad una “comprensione musicale” è dunque, in primis, la “passività dell’ascolto”, l’incapacità di prefigurare uno sviluppo della composizione secondo canoni presenti spesso fin dalle prime battute. Lo sviluppo melodico di un tema, di un’aria, è il più delle volte in nuce già nella prima pagina di una partitura, di uno spartito. La comprensione passa, dunque, attraverso questo dialogo segreto tra interpreti e ascoltatori, importanti, questi ultimi, più di quanto non si pensi.

Il grande pianista russo Grigori Sokolov, tra i maggiori interpreti del repertorio pianistico del suo paese (oltre che di Schubert, Schumann e Mendelssohn) non ama incidere dischi. Ed è facile capire come un purista della tastiera abbia bisogno di un pubblico, di una sorta di “corrispondenza di amorosi sensi” con gli appassionati musicofili per quella vera e propria “sacra celebrazione” che è un concerto. Cosa che, ovviamente, è impossibile in una sala di registrazione. C’è poi l’ossessione del pubblico per il bis, per un secondo bis e così via. Non basterebbe mai. Ma il rifiuto di concedere bis (ricordiamo Arturo Benedetti Michelangeli e lo stesso Sokolov) risponde all’esigenza di rispettare l’equilibrio e la necessità che il programma (in genere stabilito dal direttore dell’istituzione musicale con il solista, il direttore d’orchestra e a volte il primo violino) non subisca alterazioni di sorta.

Ci sono poi invece i casi di alcuni direttori che “impongono” il programma e possiamo citare tre “grandi” appartenenti a questa categoria: Daniel Barenboim, Riccardo Muti e Zubin Metha.

Chi scrive, ricorda Metha mentre dirigeva a Firenze un concerto alla guida dell’Orchestra del Maggio Musicale, concerto che prevedeva una sinfonia di Beethoven nel primo tempo e la Quarta di Brahms nel secondo. Programma popolare, indubbiamente, ma poco coraggioso. Ci sembra un controsenso mettere due grandi sinfonie di due grandi musicisti pre o postromantici in un concerto e “chiuderla lì”. Ci vuole coraggio a mettere, diciamo, Shostakovich dopo Beethoven ma è proprio una scelta del genere che si rivela in grado di ravvivare l’interesse del pubblico proponendo due verità musicali che si specchiano e si scontrano ma che sono anche capaci di rinverdire l’interesse generale per la musica e le diverse culture che i due compositori del caso trasferiscono nella loro opera.

Ma per tornare alla Sonata n. 31 di Beethoven, possiamo dire che fu una composizione destinata a fare scuola. Il secondo movimento (così volutamente contrastante con la dolce leggerezza del primo) fu sicuramente d’ispirazione per Schumann, autore di un’altra sonata, la n.7 (di cui abbiamo già parlato su questa rivista) per quanto riguarda l’importanza dell’elemento della percussione nel pianoforte, elemento che Schumann portò ai livelli più drammatici (anche se a tratti una dolce melodia s’affaccia come una luna in una notte di cieli tempestosi). La sonata è a nostro umile parere tra le migliori in assoluto mai composte da Beethoven ma qui entra in gioco un altro elemento apparentemente secondario: la mancanza di un titolo. Tutti conoscono La Patetica, l’Appassionata, la sonata Al chiaro di luna o Les Adieux. Ma chi può dire di ricordare quel piccolo grande capolavoro che è la sonata n.31?

C’è infine, per tornare un attimo sulla Terza sinfonia, il “portato” di un’epoca, quella napoleonica, che un libro di storia non può rappresentare interamente. Un libro di storia ci può insegnare molte cose ma è generalmente privo di pathos laddove la musica di Beethoven (”l’incendiaria novità dell’Eroica”, scrive il Pestelli) dipinge il quadro di un’epoca narrato in un linguaggio diverso ma intensamente contundente.

Allo stesso modo ci si potrebbe chiedere chi possa dire di sapere quale fosse la tragica atmosfera nei tre anni di assedio tedesco a Leningrado (1941-1944) se non ha mai ascoltato la travolgente sinfonia Leningrado di Dmitri Shostakovich che, probabilmente, ci dice più cose di qualsiasi racconto o di qualsiasi immagine.

Busto bronzeo di Šostakovič presso la scuola a lui dedicata a Berlino
Beethoven, Shostakovich e l’“ascolto passivo” ultima modifica: 2021-10-23T10:36:10+02:00 da MARIO GAZZERI
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