Un mondo o un cortile sul mondo?

C’era un bisogno di narrazione del Ghetto di Venezia da colmare. La risposta è nel volume curato da Shaul Bassi, “Il cortile del mondo”, che ne propone una ricca articolazione e una gamma di riletture interessanti.
TIZIANA PLEBANI
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Stamattina, incurante della folla di turisti che sciamava dalla stazione mi sono recata in Ghetto. Volevo osservare le tracce lasciate dai cardini del portone che serrava l’entrata dalla parte della Fondamenta di Cannaregio a cui non avevo mai prestato attenzione e riguardare il grande campo circolare che pure conosco e in cui da anni mi ritrovo insieme a tanti altri a concludere il corteo del 25 aprile. Questa volta lo stimolo che mi ha spinto a ritornare e a contemplare con occhi diversi proviene da un libro.

Si tratta de Il cortile del mondo, curato da Shaul Bassi e edito dalle edizioni Giuntina. 

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Il volume è il frutto di un periodo di residenza a Venezia di alcuni famosi scrittori, per lo più stranieri, scaturito all’interno del progetto “Reimmaginare il Ghetto per il ventunesimo secolo” avviato nel 2013 dal Centro veneziano di Studi ebraici internazionali in collaborazione con l’Università Ca’ Foscari Venezia. Questi autori sono stati scelti perché accomunati dall’esperienza reale di un confinamento o di una diaspora: si voleva permettere loro il confronto con il Ghetto veneziano, primo esperimento storico di segregazione spaziale degli ebrei in una città europea, divenuto presto modello da imitare. 

Nell’introduzione Shaul Bassi illustra qual è stato il desiderio che ha motivato il progetto e la sua spiegazione mi ha sorpreso, anzi mi ha sconcertato come qualcosa che va a scombinare i riferimenti di un panorama conosciuto che non pareva nascondere zone ignote: il desiderio soggiaciuto era quello di colmare un deficit narrativo riguardante il Ghetto veneziano, tanto stupefacente quanto ricca, complessa e stratificata è stata la vita di quella porzione di città e le relazioni tra gli abitanti dentro e fuori i suoi confini. Una povertà di elaborazioni e racconti che Shaul Bassi ha definito “un vero e proprio processo di rimozione culturale”. 

Mi sono fermata a riflettere su queste righe. Nelle mie ricerche di storica il Ghetto è comparso più volte, mi sono occupata della poetessa Sara Copio Sullam, avevo iniziato una ricerca sul pubblico presente alla rappresentazione di Esther, un dramma di Leone Modena, scoprendo che anche i patrizi frequentavano il teatro in campo del Ghetto, e molti altri incontri sono avvenuti attraverso le fonti documentarie. La mia convinzione era dunque che il Ghetto fosse un soggetto storico pienamente attestato come i suoi abitanti ma è ben vero che spesso la narrazione riguardava ambiti di trasgressione, come i matrimoni misti, o altri aspetti per i quali qualche individuo caratterizzato come ebreo entrava in collisione con gli ordinamenti della Serenissima.

Prima di avventurarmi, ho preso in mano un testo identitario della Venezia del Rinascimento, Venezia città nobilissima di Francesco Sansovino, pubblicato nel 1581 e ho cercato in questa miniera formidabile le annotazioni sul Ghetto, dalla vita ormai collaudata da oltre sessant’anni. Le due pagine di descrizione del luogo si chiudono su questa nota a riguardo dei suoi abitanti:

Questi per il negozio, sono opulentisimi e ricchi, e dimorano più volentieri in Venezia ch’in altra parte d’Italia. Percioche non si usano loro violenze né tirannidi come altrove, e sono sicuri in ogni occorrenza delle facultà loro, e conseguiscono giustizia contra qualunque si sia. Percioche riposandosi in singolarissima pace, godono questa patria quasi come vera terra di promissione.

Il Ghetto di Venezia dall’alto in un’immagine di Davide Calimani

Parole dense di simbologie e significati: sicurezza, giustizia, pace, patria, terra promessa, scritte però da un veneziano. La risposta a questa immagine si è dovuta attendere a lungo. Come ha ricordato nel volume Sara Civai, la prima ricostruzione storiografica da parte ebraica compare nel 1985 ed è la Storia del Ghetto di Venezia di Riccardo Calimani: un ritardo quindi del tutto eloquente. Il bilancio per quanto attiene alla letteratura è ancora peggiore. II grande serbatoio di storie, il vissuto trasfigurato ed elaborato attraverso codici testuali, canoni e linguaggi di stile, è rimasto muto per secoli, ha ignorato il Ghetto. Neppure Il mercante di Venezia di Shakespeare ce ne ha consegnato il ricordo. 

Come è stata possibile tale dimenticanza? Identità che non forse non si è concessa la propria rappresentazione? E gli altri? La marea di gente che nei secoli è transitata in quella che era definita la “calamita d’Europa”, titolo di una guida cittadina pubblicata nel XVII secolo, perché non ne ha lasciato traccia? Visitatori frettolosi, poco attratti da un “immane groviglio di stanze, sgabuzzi e scale”, come aveva annotato Parise, respinti da un’apparenza dimessa rispetto ai ricchi palazzi veneziani di altre zone, l’hanno resa una città invisibile.

C’era dunque un bisogno di narrazione del Ghetto da colmare con occhi nuovi e consapevolezza contemporanea. E la risposta del volume ne propone una ricca articolazione e una gamma di riletture interessanti anche della storia stessa di Venezia e della sua conformazione, sino ad arrivare a pensare che la famosa acqua alta, come scrive Molly Antopol nel racconto Ebrei e barche, possa essere considerata come “una sorta di castigo divino per avere offerto al mondo questa parola tremenda”.


Veduta di Venezia, dettaglio del Ghetto, Jacopo de’ Barbari, Museo Correr, Venezia

Molti incontri si succedono nel libro, come quello fantastico con un divo del calcio, Mario Balotelli, nero ma dalla madre adottiva ebrea, che conduce lo scrittore Caryl Phillips a conoscere gli ultimi piani di quella parte della città cresciuta in verticale dove di notte ancora si studiano antichi testi e si riflette sul sentirsi o meno a casa in un luogo. 

Ed è questa la domanda che percorre il libro, nei diversi racconti che lo compongono, e la domanda non ha una vera risposta perché non è riconducibile solo a un’unica identità o appartenenza che racchiuda tutto. Comprende infatti il conflitto, la tensione con l’altro e l’altrove che sta al di fuori di qualsiasi “ghetto”. È pertanto una diversità che fa da specchio ad altre e, nel migliore dei casi, sa contenere ogni differenza. Rinvia così ad altre emarginazioni e restrizioni dove non è la fede religiosa a dettare i perimetri ma il colore della pelle oppure l’orientamento sessuale. E le dinamiche sono sempre complesse, perché nell’esclusione si patisce ma la propria identità acquista forza, si difende, si riconferma, trova sponde e lievita anche in creatività, cultura, elaborazione di sé, come è ripetuto da molti autori nel volume, come David Albahari, a riguardo dell’esperienza del Ghetto veneziano o di altri recinti. 

Tuttavia è un perimetro, disegnato da altri o da se stessi ma è pur sempre una parte che forse a un certo punto «ti insegna che ovunque tu sia è il posto sbagliato per un parte di te», racconta Daniel Mendelsohn. Oppure che, come per i due bambini narrati da Igiaba Scego, ti manca un orizzonte più ampio e dilatato per respirare davvero con pienezza e bellezza.

Oltre a due testi di inquadramento storico e letterario, sono diciassette i contributi, racconti e riflessioni, che compongono il volume: per molti autori il Ghetto veneziano è un tornare alla radice della Diaspora e chiedersi, come ha fatto Andrea Most nel libro, se non è giunto per gli ebrei il momento di smettere, metaforicamente, di avere un piede su una nave e un altro sulla terra e decidere invece di appartenere davvero a un luogo.

Siamo Terra. Siamo esseri terrestri… È tempo di tornare finalmente a casa». Ma per altri il senso è ancora un errare, un sentirsi stranieri, e l’unica adesione non è riposta nella terra o in una terra particolare, bensì nella parola. «Noi ebrei della diaspora viviamo nel testo,

scrive Laura Forti nel dialogo con Motti Lerner.

Difficile riassumere un libro percorso da tanti sguardi, vissuti differenti, viaggi di ritorno alla propria memoria o alla memoria dei propri avi, e da un continuo e inevitabile confronto con la Storia che ha segnato così profondamente le vicende con ferite profonde e con ombre che continuano a riproporsi nel presente. 

Ma oggi sostando in campo del Ghetto Nuovo e guardandomi attorno in compagnia di tutti i racconti del libro, ho capito di essere ‘dentro’ il paesaggio e non semplice spettatrice. E mi è tornata alla mente una frase che mi ha davvero sorpreso, tanto da farmela sottolineare, e che fa parte del racconto di apertura di Murray Baumgarten. A proposito di questo luogo e dei turisti che vi accorrono, una moltitudine che stamattina comprendeva anche me, Baumgarten scrive: “Sono consapevoli di essere la dimostrazione vivente che Hitler non ha vinto?“. 

Hitler non ha vinto. Ho ripetuto questa frase a voce alta al centro del campo del Ghetto e ho sorriso. 

Un mondo o un cortile sul mondo? ultima modifica: 2021-10-25T12:22:04+02:00 da TIZIANA PLEBANI
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