Vale di più Chigi o il Colle?

Con Draghi la presidenza del consiglio acquista il peso e il ruolo politico e istituzionale che le competono e che erano via via venuti meno con il progressivo spostarsi del baricentro romano verso il Quirinale.
GUIDO MOLTEDO
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Vale di più Palazzo Chigi o il Quirinale? Quando la politica contava, ed è fatale tornare ai tempi della prima repubblica, la presidenza del consiglio era la stanza dei bottoni per eccellenza, accessibile solo a uno dei massimi esponenti della Dc. Se non era PdC un “cavallo di razza”, Moro o Fanfani o Andreotti, era solo perché, a piazza del Gesù, il segretario era un peso massimo dello scudo crociato, che – da quella postazione – aveva più potere del capo del governo e non aveva bisogno di presiedere il consiglio dei ministri. De Mita al Gesù e Goria a Chigi è il binomio più emblematico. Al colle più alto andava un big, non di prima fila per quanto rappresentativo, anzi poteva persino non essere del partito di maggioranza relativa, come il socialdemocratico Giuseppe Saragat e poi il socialista Sandro Pertini. Perché il Quirinale contava poco, di fatto, quando Chigi era il centro del potere, e la presidenza della repubblica poteva perfino essere ceduta a un alleato minore per tenerselo buono e dimostrare che la Dc, pur essendo onnipotente, sapeva anche essere generosa e inclusiva con i vassalli. In seguito anche le presidenze dei due rami del parlamento potranno essere concesse ad altri partiti, incluso il Pci. Il potere del segretario del partito di maggioranza relativa era tale che non poteva occupare contempraneamente anche la carica di presidente del consiglio. Ne sanno qualcosa Fanfani e De Mita (e, in tempi recenti, Renzi, quando era all’apice).

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Con lo slittamento progressivo della prima repubblica verso la sua crisi, Palazzo Chigi non è più appannaggio esclusivo dei diccì. Il potere democristiano, per reggere, deve concedere sempre di più agli alleati. Si tiene bene stretto gli Interni, finché può, e altri dicasteri clientelari, ma s’acconcia a dare le chiavi di Chigi a Spadolini e poi a Craxi, continuando ancora a contare sull’indiscutibile centralità democristiana nel parlamento.

Parallelamente, con l’indebolimento del potere dei partiti e del parlamento, il baricentro si sposta progressivamente verso il Quirinale. Se a Chigi s’alternano con incredibile frequenza i presidenti del consiglio (nove nei sedici anni consecutivi di Angela Merkel), al Quirinale resta saldo il settennato dei suoi inquilini, dopo il periodo burrascoso di Francesco Cossiga. In precedenza il Colle era stato già investito da due crisi, con Segni e Leone, ma la relativamente scarsa rilevanza dell’istituzione era messa in evidenza dal loro riflesso effimero sul quadro politico e istituzionale (a parte le conseguenze delle picconate di Cossiga, ma in un contesto di crisi complessiva del sistema).

Dopo l’89, dopo Mani pulite, con la seconda repubblica, figure come quelle di Scalfaro, Ciampi, Napolitano, e lo stesso Mattarella oggi, conferiscono alla presidenza della repubblica un potere inedito, notevole e palpabile, come a compensare l’instabilità capricciosa del quadro politico e a garantire all’estero l’affidabilità del paese. Diventa centrale il ruolo del presidente della repubblica, non è più la poltrona prestigiosa per chiudere in bellezza una lunga carriera politica, come avviene tuttora in Germania, è un centro nevralgico di comando. Al capo dello stato si rivolge la stessa opinione pubblica come al leader politico e istituzionale più importante del paese, ben oltre la sua funzione, praticamente quella di notaio, quella che aveva ai tempi della prima repubblica. La mancata elezione di Prodi va molto oltre l’evento in sé, diventando l’emblema dell’enorme posta in gioco che rappresenta il Quirinale con l’indebolimento dei due principali rami del potere, legislativo ed esecutivo. Si afferma una sorta di senso comune come se il nostro fosse un sistema a guida presidenziale.*

Il successore di Sergio Mattarella è visto ancora in questa luce, che non è quella più appropriata secondo la costituzione. E la battaglia giò in corso conferma la posta in gioco tutta politica, considerata decisiva per i rapporti di forza nei prossimi anni.

Nel frattempo Mario Draghi ha conferito a Palazzo Chigi una forza che neppure ai tempi della prima repubblica aveva, quando – come si è detto – era comunque la Dc, e la sua guida, il numero uno del potere politico. Mattarella conserva intatto il suo prestigio, diventato perfino carismatico, ma con il suo scivolare verso l’uscita ha avuto la saggezza di spostare progressivamente il potere eccedente verso Palazzo Chigi, nominando un personaggio del calibro di Draghi.

Chi verrà dopo di Mattarella, dovrà fare i conti con questa ridislocazione del potere. Restando a Chigi, Draghi conterà ancora di più come presidente del consiglio nei prossimi due anni, dopo l’elezione del nuovo capo dello stato, che comunque avrà bisogno di tempo per prendere controllo delle leve di cui dispone, quelle reali, della costituzione, e quelle ereditate dalla prassi dell’ultimo ventennio.

Andando al Quirinale – se mai davvero Draghi volesse sfidare il plotone dei franchi tiratori che non obbediscono a nessun capo politico, essendo uno più debole dell’altro, e non essendo nessuno in grado di garantire alcunché – Palazzo Chigi, senza di lui, tornerebbe ai tempi dell’instabilità permanente, all’anomalia di un capo dello stato con funzioni politiche debordanti oltre il perimetro del suo ruolo proprio.

Draghi ne sembra consapevole, e quindi anche consapevole che il sistema Italia è e sarà senz’altro più forte e più stabile in un contesto nel quale Palazzo Chigi è e resta il baricentro del potere. Ed è questo che ha garantito ai partner europei.

*La torsione presidenzialistica del ruolo del capo dello stato diventa eclatante con il prolungamento del mandato di Giorgio Napolitano, avvenuto dentro un contesto di rispetto formale della costituzione ma con conseguenze politiche e istituzionali considerevoli rispetto all’equilibrio dei poteri. Tanto che le pressioni esercitate su Sergio Mattarella, perché prosegua il suo mandato, come fece il suo predecessore, trovano in lui un interlocutore molto refrattario, consapevole che un eventuale bis della proroga – anche nell’eccezionalità della situazione che stiamo vivendo -configurerebbe di fatto un serio vulnus alla costituzione stessa.

Vale di più Chigi o il Colle? ultima modifica: 2021-10-26T20:45:55+02:00 da GUIDO MOLTEDO

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