“Saper vedere e ascoltare l’invisibile e l’inaudibile”

Parole di Luigi Nono in una lunga intervista, di cui riproponiamo una parte ai nostri lettori, in vista dell'inizio del quarto Festival Luigi Nono alla Giudecca, edizione 2021.
FRANCO MIRACCO
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In vista del prossimo inizio Festival Luigi Nono alla Giudecca 2021 (clicca QUI per il programma) pubblichiamo uno stralcio di una lunga intervista con Luigi Nono apparsa su il manifesto, il 22 ottobre 1983.

Prima hai accennato allo spazio, ma perché questa tua estraneità al tempo?
Da adesso, entro due ore, devi consegnare una cosa. Devi, devi, devi. Tra cinque ore c’è il telegiornale, tra otto l’assemblea, poi c’è un appuntamento, poi c’è la riunione qui a Venezia per discutere su miliardi di moscerini, sulle alghe marce, sulla laguna. Ci sono scadenze insopportabili, c’è un tempo che batte non come tempo, ma che batte secondo la volontà di un ordine che si impossessa del tempo, che lo usa…

Vuoi dire che c’è un ordine che impone il suo tempo e quindi ti senti estraneo a quest’ordine?
Credo che questo ordine-tempo sia da trasgredire. È come un gioco. Ci sono dei giochi indiscutibili che hanno delle proprie regole: tu entri in questi giochi se partecipi a quelle regole, ma in questo caso non scardini nulla.

Se ognuno rispettasse, applicandolo, solo “il proprio” tempo, che tipo di società avremmo?Penso sul serio che forse la necessità del nostro tempo sia quella di accettare tempi contrastanti tra loro. Bisogna rifiutare le sintesi, gli avvilimenti dell’unica rotaia. Sento l’urgenza di usare più tempi, di esaltare le potenzialità diffuse in ogni individuo, con i suoi momenti più interiori, più intimi, che ciascuno di noi conosce. Quando si fanno i conti con se stessi e quindi si è nella massima solitudine…qui, proprio qui stanno i momenti di massima socialità, perché sono i momenti in cui si rifiuta la società basata sulla quantità.

Ma allora il lavoro che ha bisogno del tempo dettato dalla fabbrica, dal progetto, dall’ufficio, non ti interessa?
Detto così sul momento, no, non mi interessa. Certo, anche Bach, anche Mozart, hanno scritto cose basate soltanto sulla loro capacità artigianale, nate non dall’ozio creativo, condizionate dal tempo della committenza, imposte dalla committenza. E’ con Beethoven che si è cominciato a rompere questo schema…con il suo contemporaneo Hölderlin, con quel suo lavorare “simultaneo” nel senso di una simultaneità di pensieri come la viviamo anche noi. Mentre parliamo, infatti, potremmo dire altre cose e invece ne diciamo solo una, solo quella che stiamo dicendo. Qui sta il grande insegnamento di Musil anche per i musicisti. Non è vero che ogni volta che facciamo una scelta questa sia la migliore. Tra quanto non abbiamo scelto potrebbe esserci qualcosa di migliore di quello che abbiamo scelto.

Pensi alle opportunità offerte dal caso?
Sì, anche dal caso. Molte cose che succedono per caso o per “difetto” della macchina possono provocare la fantasia. Una macchina non è mai soltanto una macchina. E dall’errore si impara molto, e gli errori possono essere fondamentali. Se si va a fondo dell’errore, se si capisce, spesso ci si accorge che si è rotto una regola, che si è usciti da un tempo, che si è usciti da un pensiero, che si è usciti da un gioco.

Sei mai andato a concerti in uno stadio?
Sì, qualche anno fa a Bologna, per un concerto di Patty Smith. Ma qui ci sarebbe da parlare delle masse che costituiscono questi pubblici. Così come il concetto di classe operaia si è trasformato, anche la massa si è modificata. E’ una massa molto articolata al suo interno. Dentro vi sono somme di esigenze differenti, di bisogni diversi, di interessi dissimili fra loro. Ci sono tante cose in quella massa. C’è gente che fuma, che beve, che piange, che fa l’amore, che si incontra, che balla…

E in questo caso la musica cos’è?
È un pretesto.

Tu lo rifiuti?
No, assolutamente. Non lo rifiuto, anzi. Non lo rifiuto perché molti gruppi usano strumenti assai sofisticati e quindi i giovani ascoltano, magari senza saperlo, suoni, segnali musicali, trasformati dalla tecnologia di oggi.

Preferisci vivere e lavorare in città o lontano dalla città?
Da un po’ di tempo lavoro nello studio di Freiburg, in mezzo alla Foresta Nera. Da due anni vivo lì, ed è lì che ho imparato ad ascoltare e ho capito quanto poco oggi si ascolti.

Sei dovuto andare a Friburgo per imparare ad ascoltare?  Ma allora una città come Venezia cosa ti ha dato?
Per certe sue caratteristiche troppo conformiste, Venezia mi è stata una città insopportabile. C’è un modo di essere veneziani che è tutto contro la storia di Venezia e la sua continua provocazione.

È una provocazione che dura anche oggi?
Certo, Venezia provoca tuttora.

Puoi fare degli esempi?
Le pietre bianche. Ascoltare le pietre bianche, non solo vederle, non come entità chiuse in se stesse, ma per come si relazionano tra di loro.

Le isole. Le varie rotte possibili. Mi viene in mente Webern: non la banalità accademica di considerare la serie costituita da suoni fissati ad altezze differenti, ma, proprio come in Webern, percepire l’intervallo, quello che congiunge, trasforma, modifica. L’intervallo, cioè il rapporto che unisce due entità e che era alla base della grande scuola fiamminga. E che si trova anche nelle teorie sui colori, dal Settecento fino ad oggi. Ascoltare le pietre, i mattoni rossi. Ascoltare lo scuro, ascoltare come le luci si muovono, come l’acqua emani luce. Ascoltare come il cielo sia una creatura delle pietre, dei mattoni, dell’acqua. Saper vedere e ascoltare l’invisibile e l’inaudibile. Arrivare al minimo grado di audibilità, di visibilità.

“Saper vedere e ascoltare l’invisibile e l’inaudibile” ultima modifica: 2021-10-29T18:31:14+02:00 da FRANCO MIRACCO
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1 commento

Paola .scarpa 31 Ottobre 2021 a 9:03

Ringrazio Ytali per la pubblicazione di parte dell’intervista a Luigi Nono,apparsa sul Manifesto a suo tempo. Potessi stampare le sue parole,lo farei per rileggerle sino ad impararle a memoria.Mi ha incantato e mi incanta,ora,nel ricordo,quanto lui risponde circa il tempo e ,soprattutto,l’ascolto.Mi ha ,tra l’altro,rivelato la qualità vera delle pietre bianche!eppure sono tanto vecchia, ma le ho sempre amate senza chiedermi perché .

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