Lo Zemmour-pensiero

Lo scrittore e polemista cerca d'imporre i temi identitari nel dibattito politico francese. Una summa delle sue principali posizioni. Per aiutare a capire una personalità che potrebbe andare “elettoralmente” lontano.
MARCO MICHIELI
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[PARIGI]

In attesa della candidatura ufficiale dello scrittore e polemista francese Éric Zemmour, vale la pena sapere che cosa pensa sui temi principali della sua “campagna”. Non c’è ovviamente ancora un programma, non essendo ancora candidato. Ma tra le sue dichiarazioni, interventi televisivi, articoli e libri, ytali ha raccolto le sue principali posizioni politiche. Tutte molto legate ai temi dell’identità, perché è su questi temi che Zemmour sta costruendo al propria candidatura. Sapere che cosa pensa diventa ancora più urgente dato che i sondaggi lo danno di volta in volta dietro o davanti a Marine Le Pen (tra il 15 e il 17%). Le possibilità che quindi arrivi al secondo turno non sono remote.

Affirmative action (o discriminazione positiva)

Una delle battaglie storiche di Zemmour. “Sono contro qualsiasi forma di discriminazione positiva” ha dichiarato anche recentemente. “Quindi”, ha aggiunto, “sono contro la parità”. Che riguardi le donne o le minoranze etniche o ancora determinati contesti sociali, Zemmour ritiene che lo stato non debba promuovere la partecipazione di persone in contesti in cui sono minoritarie e/o sottorappresentate. In Francia, dice, ha sempre funzionato la meritocrazia:

Quale è stata la promessa della Francia dal 1789? La meritocrazia. Cioè l’assegnazione dei posti in base al merito e non alla nascita. Merito misurato dal lavoro, dalla conoscenza, dallo sforzo […] Le élite non dovrebbero essere rappresentative della società, ma essere le migliori per guidarla […] Infine, le famiglie della nostra recente immigrazione sono spesso di livello socio-culturale molto basso, che non sempre parlano francese in casa.

Assimilazione

È, per Zemmour, l’esatto opposto del multiculturalismo (d’origine anglosassone, ça va sans dire), che considera il “male assoluto”. Il multiculturalismo infatti per lo scrittore, distrugge la Francia, mentre “la Francia è assimilazione, diventare tutti gli stessi, è la costituzione di un popolo da elementi che vengono da altrove“. Con il multiculturalismo, dice “l’altro è l’altro”, “non è più la Francia” ma è la sua negazione. Formalizzato negli anni Venti, il principio francese dell’assimilazione chiede a chi ha nazionalità diversa di fondersi nell’identità francese, in tutti gli aspetti della vita quotidiana: lingua, abbigliamento, costumi, alloggio, ecc… Il termine è stato sostituito negli anni Ottanta da integrazione, che presuppone che i nuovi arrivati possano conservare parte della loro identità e che anche la società ospitante sia cambiata. In Il suicidio francese (2014), Zemmour sostiene “che in Francia, il modello repubblicano di integrazione degli stranieri si è realizzato attraverso l’assimilazione, imitando il lontano esempio dell’Impero Romano”. Ma secondo lui, “i primi turbamenti che preannunciarono la caduta dell’Impero Romano furono il crescente rifiuto dei ‘barbari’ di cambiare cognome e la decisione di tenere le armi”. Da qui la sua idea di voler “vietare i nomi stranieri” in Francia (vedi Loi Pleven).

Banlieue

Secondo Zemmour, se l’abbandono dell’assimilazione è uno dei mali principali del paese, le banlieues sono i luoghi in cui il fallimento del multiculturalismo è evidente. Chiama le periferie con vari nomi: “i quartieri perduti della Repubblica” e “le zone del non diritto” (La Francia non ha detto la sua ultima parola, 2021); “quartieri islamizzati” che vivono in un’altra Francia, periferie che Zemmour considera dei privilegiati della globalizzazione perché vicino alle ricchezze delle metropoli; concessioni dello stato, che lo stato deve riconquistare. Quartieri nei quali si combatterebbe già una guerra civile tra l’islam e i francesi (bianchi). È in queste aree che la Francia rischia di diventare una sorta di grande Libano, dove la halalisation (vedi), la diffusione dei commerci halal, anticipa la “conquista” islamica. È anche il luogo dove vengono aggredite le donne, che dovrebbero lasciar perdere la parità e, invece, occuparsi di questo tema (vedi femminismo). Una visione “leggermente” cupa.

Bourgeoisie

Ci sono due borghesie in Francia secondo Zemmour. La borghesia patriottica e conservatrice, di cui si sente rappresentante, e la borghesia post-1968. Quest’ultima è internazionalista e libertaria e ha utilizzato “il discorso operaista marxista per sloggiare la vecchia borghesia” (Il suicidio francese, 2014). Questa borghesia post-1968, “trascorre la propria vita nel tentativo di espiare la propria ricchezza, la colonizzazione o persino Vichy (vedi) […] crede nell’uomo, soprattutto quando non è bianco e ricco” (La Francia non ha detto la sua ultima parola, 2021). Zemmour percepisce se stesso come il solo in grado di creare l’alleanza tra la borghesia patriottica e le classi popolari, unico modo per sconfiggere Macron e la “borghesia progressista”.

Clodoveo

Come De Gaulle, anche Zemmour considera che la storia di Francia cominci con il battesimo di Clodoveo, re de Franchi. Di lingua germanica, ma poco importa nella narrazione mitologica della nazione francese.

Colonialismo

È un tema che ha due facce per Zemmour. Da un parte difende il colonialismo francese. O meglio difende l’idea che per diventare francesi si debba in tutto e per tutto assumere il punto di vista della Francia e rinunciare al punto di vista dei propri antenati. Un concetto che porta al limite dichiarando che “quando il generale Bugeaud arriva in Algeria, inizia a massacrare i musulmani, e anche alcuni ebrei”, “bene”, aggiunge, “oggi sono dalla parte del generale Bugeaud”, perché questo “significa essere francesi!”. In Destino francese, sul colonialismo arriva a criticare De Gaulle che avrebbe sacrificato, rinunciando all’Algeria, al petrolio, “a fare del Mediterraneo un ‘lago francese’, abbandonato gli elementi del potere tradizionale – un vasto territorio e una Francia popolata da cento milioni di abitanti”. Poi recupera De Gaulle perché il generale voleva “evitare che la Francia fosse sommersa demograficamente dall’Islam”. Tout se tient… L’altra faccia della colonizzazione, quella “cattiva”, è quella che si verifica nella banlieues (vedi). È qui che si verifica la “grande sostituzione” (vedi), in quartieri dove “la maggior parte dei caffè sono riservati agli uomini da una legge non scritta ma rigorosamente applicata, donne velate, sempre più numerose” (La Francia non ha detto la sua ultima parola, 2021). 

De Gaulle

L’ammirazione per il fondatore della Quita repubblica è enorme. Ma è sentimento diffuso nella classe politica francese: o se ne parla bene o si glissa. Zemmour affianca però a questa sua visione positiva di De Gaulle una visione del tutto personale. Per lo scrittore, il generale De Gaulle è stato una continuazione di Vichy, nel senso che Pétain come De Gaulle avevano un solo comune obiettivo: salvare l’onore della Francia. De Gaulle ha anche commesso qualche errore. Infatti, dice in Destino francese che “l’uomo che dal 18 giugno 1940 incarnava l’onore e la grandezza della Francia aveva barattato i valori ancestrali e virili dell’esercito francese per la prosaicità dello sviluppo economico e del materialismo consumistico”. Ma è stato poi punito. Ha ricevuto dalla “rivolta edonistica e spiritualista di una generazione viziata a cui aveva risparmiato la guerra, ma che rifiutava di innamorarsi del tasso di crescita”.

Declino

Qualche settimana fa Zemmour si è confrontato con Michel Onfray, filosofo di sinistra. In quell’occasione i due intellettuali si sono ritrovati d’accordo su molti punti. In primis sul declino della Francia e dell’Occidente di fronte all’Islam e ai cedimenti culturali progressisti, dal Concilio Vaticano II alla globalizzazione, dalla scuola che è diventata “una macchina propagandistica politicamente corretta e antifrancese” all’anti-americanismo-anticapitalismo. Un declino che necessita una reazione. O meglio una risposta reazionaria.

Ebraismo

Lui stesso ebreo di origine berbera, per Zemmour “le élite ebraiche, comunitarie e intellettuali, per lo più di sinistra, hanno rinchiuso i loro correligionari in una doppia trappola, identitaria e globalista, tribale e cosmopolita, che li ha separati dai loro concittadini francesi, e ne ha fatti vittime privilegiate” (Destino francese). Le élite ebraiche si sono scisse dagli ebrei della classe operaia, in maniera simile a quello che accade ovunque in Francia, Europa e Stati Uniti. Con una critica molto forte agli ebrei francesi che hanno deciso di lasciare la Francia: “qui si stabiliscono in città piene di ex compatrioti, continuano a parlare tra loro la loro lingua madre e guardano la televisione francese, mentre si lamentano del caro e vecchio paese che un tempo amavano così tanto”. Perché “gli ebrei che vivono in Francia, e in Occidente in generale, saranno sempre più costretti a scegliere tra la religione ebraica e il popolo ebraico”.

Enseignement patriotique (Educazione patriottica)

Una delle conseguenze secondo Zemmour del femminismo (vedi), dell’anti-razzismo, della lobby gay (vedi), della borghesia liberale di sinistra e di destra. Che insegnano a odiare la Francia. Tanto che, dice “ogni giorno, il nostro Paese si abbandona all’odio feroce della sua storia, alla criminalizzazione sistematica dei suoi eroi” (La Francia non ha detto la sua ultima parola, 2021). Ovviamente l’insegnamento della storia in articolare dovrebbe trovar un posto speciale a scuola. Una storia ovviamente “patriottica”. Non sia mai che s’impari qualcosa.

État profond

È la francesissazione del “Deep State”, idea cara a Trump. Secondo Zemmour, vi sarebbe una sorta di “gerarchia parallela che detiene segretamente potere decisionale sulla società e su tutte le decisioni politiche in una democrazia”. Per Zemmour, Macron fa parte del “Stato profondo” del paese, così come il filosofo Bernard-Henri Lévy.

Europa

L’Europa non serve a niente, ha dichiarato qualche settimana fa. E tuttavia Zemmour ha dichiarato di non volere l’uscita della Francia dall’Unione europea. Un tempo sostenitore dell’uscita dall’euro, Zemmour non vuole commettere lo stesso errore di Marine Le Pen nel 2017, una posizione che costò probabilmente molti voti alla allora candidata del Front National. Certo Zemmour ha fatto capire il suo modello di Europa. Ha partecipato infatti al summit delle destra convocato a Budapest da Viktor Orban, che Zemmour non ritiene “un leader autoritario”. Piuttosto è un leader che “non si lascia intimidire dalle minoranze, né dai media, né dal governo dei giudici”: “esattamente quello che ci vorrebbe in Francia.”

Faits alternatifs (Alternative facts)

È uno dei punti che lo accomuna ancora a Trump. Zemmour è infatti abituato a citare dati e a parlare di storia. E sempre più spesso le reti televisive e gli organi d’informazione cercano di affiancare a suoi interventi misure di fact-checking. Che Zemmour non considera positivamente, poiché la lotta alle informazioni false è un pretesto per “legittimare un’appropriazione dei social network da parte dell’ideologia dominante” e quando qualche dato o evento non rientra nella sua personale narrazione politica denuncia i pregiudizi ideologici dei demografi. D’altra parte, dice, ”i francesi osservano la strada, la metropolitana, le aule, soprattutto nel lavoro e in classe, e vedono le prove […] della grande sostituzione (vedi)”.

Femminismo

Uno dei grandi nemici di Zemmour. “Il femminismo”, dice in Destino francese, “è l’utile idiota del capitalismo”, “un’ideologia di morte poiché nega la vita per imporre la propria ossessione per l’indifferenziazione egualitaria”. Quello che in realtà espone nei suoi vari libri, è una visione “machista“ della storia, della società e della politica. D’altra parte “in una società tradizionale, l’appetito sessuale degli uomini va di pari passo con il potere; le donne sono la meta e il bottino di ogni uomo dotato che aspira a scalare la società” e “le donne lo riconoscono, lo eleggono, lo adorano”. Ovviamente un machismo a cui si accompagna il rimpianto per il nuovo ruolo della donna nella società e l’elogio per “un tempo in cui la virilità non era denigrata, ostracizzata, diffamata, addirittura demonizzata, penalizzata”, “un tempo in cui un seduttore, ‘un uomo che amava le donne’, non era considerato un potenziale stupratore” e “la bellezza delle donne non era prova della loro alienazione dal patriarcato” (La Francia non ha detto la sua ultima parola, 2021).

Globalizzazione

Una delle grandi dicotomie su cui si divide la società francese e occidentale, secondo Zemmour. Da un lato i sostenitori della globalizzazione, dell’apertura, dell’universalismo, del cosmopolitismo, del libero scambio, dell’Europa, della xenofilia. Dall’altro lato i sostenitori della nazione, della chiusura, della preferenza nazionale, del patriottismo, del protezionismo, della sovranità nazionale, della xenofobia. Un contrasto che, dice Zemmour in Destino francese, risale a Voltaire e Rousseau. Inutile dire con chi si identifichi Zemmour. 

Halalisation

I negozi che vendono alimenti prodotti nel rispetto delle regole islamiche diventano il simbolo della “colonizzazione islamica”, “una colonizzazione visiva che porta a una colonizzazione delle anime”. Secondo Zemmour, “la conquista, mediante “halalisation”, di territori sparsi ma numerosi” segna “la nascita balbettante ma vigorosa e formidabile di un Dar el-Islam francese” (Il suicidio francese).

Islam

Il nemico di Zemmour. Lo scrittore compie un passo in più rispetto a Le Pen. Se per la leader dell’estrema destra il nemico della Francia è l’islamismo politico, per Zemmour è la religione islamica tout court che è “incompatibile con la Francia”, come ha riaffermato settimane fa nel suo dibattito con Mélenchon. In quell’occasione ha anche affermato che “l’islam è l’islamismo in quiescenza e l’islamismo è l’islam in azione”. È l’Islam che secondo Zemmour sta conquistando le periferie “dove le donne vengono insultate e dove si sputa loro addosso quando sono vestite con una gonna”. Una situazione da “guerra civile”, dice.

La Grande Sostituzione

La teoria cospirazionista della grande sostituzione ha fatto proseliti ovunque. Dagli Stati Uniti all’Italia. Ma è in Francia che ha la sua origine. Zemmour è la personalità pubblica che più contribuisce alla sua diffusione presso il gran pubblico. In realtà è un’idea dello scrittore Renaud Camus (che a sua volta la ricicla), secondo il quale l’immigrazione “massiccia” e una fertilità più pronunciata nelle popolazioni d’origine extra-europea nel tempo determineranno la scomparsa della “razza bianca” europea – e l’imposizione di culture e di una religione “imperialista” – l’islam – estranee al continente. Questa sostituzione avverrebbe in tre tempi: l’alterazione, la dissoluzione dell’identità francese e la sua distruzione attorno al 2030. Si tratta di una teoria razzista che però è arricchita da elementi complottisti. Infatti Camus aggiunge che questa grande sostituzione avverrebbe con la complicità delle élite dirigenti mondialiste, “il principale totalitarismo contemporaneo”, che organizzano volontariamente quest’immigrazione massiccia per costruire un uomo nuovo, privo di qualsiasi specificità nazionale, etnica e culturale, e dunque delocalizzabile e scambiabile, a seconda dei bisogni dell’economia mondialista. In Mélancolie française (2010), Eric Zemmour individua questa sostituzione volta allo sradicamento dell’identità francese nella diffusione dei nomi dei nuovi nati ad opera della mondializzazione “americana” – “Kevin” – e dell’imperialismo “islamico” – Mohamed.

Lobby gay

Dice Zemmour che vi sono solo due categorie di maschi che sfuggono alla “criminalizzazione del desiderio” perpetrata dal femminismo (vedi): “i gay e gli immigrati dai paesi musulmani”. Infatti, “la vecchia alleanza tra femministe e omosessuali si è estesa ai movimenti antirazzisti” (Destino francese). La femminizzazione del maschio bianco eterosessuale avviene perché, “visto che le donne non sono riuscite a diventare degli uomini come gli altri, bisogna che gli uomini diventino delle donne come le altre”. Ma in realtà i gay sono anche lo strumento attraverso il quale “l’estrema sinistra libertaria e il mercato si alleano”. Già perché nel corso degli anni “la lobby omosessuale si è organizzata e arricchita”, dice, puntando sulla “strategia di vittimizzazione dei suoi più accaniti sbandieratori”, arrivando “al punto di riscrivere la storia della Seconda guerra mondiale, inventando persecuzioni da parte di Vichy, che avrebbe mandato gli omosessuali nei campi di concentramento” (Il Suicidio francese). Il gay, continua, “vuole essere un ebreo come gli altri” ma è “un tessuto di invenzioni […] molto efficacemente imposto dalla lobby gay a una società mediatica e politica incolta e timorosa”. Invece la lobby gay ha saputo preparare con cura la propria causa, per ottenere il matrimonio delle coppie omosessuali. Ma, dice Zemmour, se giustifichiamo l’unione gay con l’amore, “perché non chiedere anche il matrimonio tra un padre e sua figlia, tra un fratello e una sorella, tra tre o quattro persone che si amano” o “perché rifiutare la poligamia”.

Loi Pleven

Uno de bersagli preferiti di Zemmour nella sua lotta al “politically correct”. La legge Pleven, che condanna l’incitamento all’odio razziale, e la legge Gayssot, che mira a reprimere qualsiasi atto razzista, antisemita o xenofobo, sarebbero da abolire poiché liberticide. Zemmour in base alla legge Pleven è stato condannato due volte dalla giustizia francese per incitamento all’odio razziale.

Mainstream

Lo chiama anche la “doxa dominante”, l’opinione dominante. O meglio tutto ciò che si allontana dalla sua visione della storia e della società.

Pétain

È uno dei capisaldi della narrazione storica, culturale e politica di Zemmour che da anni rende omaggio a quella che ritiene il ruolo salvifico del maresciallo Pétain e del governo di Vichy. Nell’elogio di Pétain in particolare punta l’attenzione sul ruolo del maresciallo nell’aver salvato “gli ebrei francesi” e di aver consegnato gli ebrei stranieri. Il discorso politico di Zemmour in realtà riprende una vecchia teoria – “la thèse du glaive et du bouclier” (“la tesi della spada e dello scudo”), secondo la quale De Gaulle e Pétain avrebbero messo in campo due strategie per difendere allo stesso modo ma con mezzi diversi la Francia di fronte al nemico tedesco e nazista. È una visione della storia molto diffusa tra le fila dell’estrema destra. Pétain avrebbe fatto da “scudo” per consentire alla resistenza di De Gaulle (la “spada”) di organizzarsi e sconfiggere i nazisti. È una teoria storiografica che nel Dopoguerra francese ha molto successo, anche per allontanare le responsabilità francesi nell’Olocausto. Però nel 1972 c’è una rottura storiografica con la pubblicazione del libro La Francia di Vichy dello storico americano Robert Paxton, che denunciava in particolare l’idea che Vichy avesse fatto il doppio gioco per risparmiare i francesi. Paxton è uno di quei nomi che Zemmour cita in continuazione nei dibattiti politici. L’americano, secondo Zemmour, avrebbe reinventato la storia di Vichy per farla rientrare nella doxa del mondo occidentale a guida americana. Questo elogio di Pétain si accompagna di solito alla relativizzazione della deportazione degli ebrei da parte del governo di Vichy. Nessuna colpa da espiare per la Francia, dunque, ma solo la difesa della “nazione francese”, che è la cosa più importante per Zemmour. Le vittime della barbarie nazista e della collaborazione sono “effetti collaterali“ per il salvataggio della France éternelle.

Preferenza nazionale

La soluzione di tutti i problemi francesi. Le politiche sociali e il lavoro devono favorire i titolari di nazionalità francese. Seguito dal corollario del rifiuto dell’assistenza sociale a persone che non hanno la nazionalità francese. D’altra parte Zemmour dice di “preferire i francesi agli stranieri”.

Razzismo

Condannato per incitamento all’odio razziale (vedi Loi Pleven), Zemmour è noto per le sue dichiarazioni razziste come quella sulle “bande di ceceni, rom, kosovari, nordafricani, africani, che svaligiano case, stuprano o derubano”. È però anche noto per “flirtare” con le teorie del razzismo anti-bianco, tipico bagaglio teorico dell’estrema destra francese e non solo. Reso popolare da Jean-Marie Le Pen negli anni Ottanta, il concetto di razzismo anti-bianco ritorna regolarmente sulla scena dei media. Negli Stati Uniti di solito si accompagna all’idea del “white angry male”. Nel dibattito con Bernard-Henri Levy, Zemmour definisce il movimento antirazzista come “un movimento razzista anti-bianco”. Lo fece anche dopo l’omicidio di George Floyd e le proteste di Black Lives Matter negli Stati Uniti e nel mondo. In quell’occasione Zemmour in tv contesta l’idea che esista il razzismo contro i neri poiché nel paese “l’80% dei bianchi viene ucciso dai neri”. La popolazione bianca sarebbe la vittima in realtà degli afroamericani (in realtà non è così). Sostiene in particolare che i movimenti antirazzisti utilizzino concetti ideologici provenienti dall’America “accettati e digeriti senza spirito critico” dai francesi. Che nulla hanno a che vedere con la storia europea. Si tratterebbe per Zemmour di una manovra politica delle “sinistra universalista e repubblicana”, che “combatte questo ritorno del razzismo ma che rifiuta di liberarsi della logorrea sulle discriminazioni su cui si basa”.

Regroupement familial

Il ricongiungimento familiare è la possibilità data ad un cittadino straniero, con un valido permesso di soggiorno, di essere raggiunto dai suoi familiari (coniuge e figli minori). Ma per Zemmour è soprattutto lo strumento attraverso il quale si realizzerebbe la grande sostituzione (vedi) e la conquista dei territori della République da parte dell’Islam. Una delle sue proposte politiche note è la fine del ricongiungimento familiare (e dell’immigrazione in generale).

Teoria del genere

Altra bestia nera di Zemmour. Sostiene che per arginare l’avanzata di queste teorie all’università, lo stato debba prendere il controllo dell’università e abolire i dipartimenti di “teoria del genere”. Che non esistono ma il termine è utilizzato per descrivere negativamente gli studi di genere, che sono altra cosa rispetto a quello che Zemmour intende. L’idea di Zemmour è però che lo Stato debba condurre questa lotta contro la “teoria del genere” e l’ideologia “decoloniale”. Aggiunge che il successo di queste idee dipende dai “finanziamenti dall’Unione Europea”, che finanzia le università che “adottano l’ideologia decoloniale e la teoria del gender e tutte le logiche di decostruzione che vanno di moda e che vengono proposte dall’UE”. Idee che sarebbero soprattutto una sottomissione “agli attivisti lgbtq che non hanno nulla a che fare a scuola”. Quando il ministro dell’istruzione Jean-Michel Blanquer ha inviato una circolare ministeriale alle scuole nella quale chiedeva una maggiore considerazione dell’integrazione dei bambini transgender nella scuola, Zemmour in tv ha affermato che “non conosce questo gergo, per me esistono solo ragazze e ragazzi”. 

Lo Zemmour-pensiero ultima modifica: 2021-10-30T11:12:43+02:00 da MARCO MICHIELI

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