Riflessioni sull’Aforisma 198

Konrad Fiedler: “Non è vero che gli artisti debbano esprimere il contenuto di un’epoca; essi devono dare all’epoca un contenuto”.
GIORGIO LEANDRO
Condividi
PDF

Il bell’articolo di Franco Miracco sulla giovine Rossana Rossanda, appassionata studiosa di storia dell’arte e traduttrice degli Aforismi sull’arte di Konrad Fiedler (1841-1895), mi ha indotto ad alcune riflessioni a partire dal citato Aforisma 198: “Non è vero che gli artisti debbano esprimere il contenuto di un’epoca; essi devono dare all’epoca un contenuto”. 

ytali è una rivista indipendente. Vive del lavoro volontario e gratuito di giornalisti e collaboratori che quotidianamente s’impegnano per dare voce a un’informazione approfondita, plurale e libera da vincoli. Il sostegno dei lettori è il nostro unico strumento di autofinanziamento. Se anche tu vuoi contribuire con una donazione clicca QUI

Fiedler, e più ancora Wölfflin, sono importantissimi per una sistematizzazione della storia e della critica d’arte. Il primo sottolinea con insistenza che “l’arte è conoscenza e non sentimento, e dunque teoria e non giudizio”. Dice anche che Il contenuto dell’opera d’arte “non è altro che il suo conformarsi”: è l’attività artistica. Con questa affermazione il ciclo si chiude: la conoscenza è attività dell’intelletto e, applicarla al prodursi o, come egli dice, al conformarsi dell’opera, esaurisce l’attività della sua comprensione, senza ulteriori esegesi e, soprattutto, senza coinvolgere i sentimenti. C’è la negazione che nell’arte vi siano dei meta-contenuti, cioè quei valori morali che, così io credo, sono invece i veri contenuti.

Bisogna, quindi, trovare altre argomentazioni che aiutino a comprendere cosa e perché l’animo di colui che, ponendosi di fronte all’opera d’arte, si commuove e cerca attraverso la sua indagine quei valori che possano ulteriormente arricchirlo. Sennò quale altro significato avrebbe, se così non fosse, il “dare all’epoca un contenuto”, come afferma l’aforisma fiedleriano?

Busto di Konrad Fiedler, scolpito da Adolf von Hildebrand (1874-75), Neue Pinakothek, Monaco di Baviera

Vero è che Fiedler e gli altri che, come lui, si sono impegnati a definire nel modo più preciso cosa sia “arte”, hanno ragionato quasi esclusivamente sull’arte figurativa, pittura e scultura, senza allargare lo sguardo anche alle altre espressioni dell’arte: architettura, poesia e, soprattutto, musica. Ma l’arte è una e molteplici le sue espressioni. È quindi evidente la necessità di un maggior approfondimento.

È altresì vero che i nostri sono molto importanti anche per lo sviluppo dell’arte stessa nel secolo scorso, che cavalcò gioiosamente l’esaltazione del formalismo, in parallelo con il progressivo abbandono dei veri contenuti dell’opera. A dar man forte a questa tendenza si aggiunsero altri nipotini di Hegel (qui da noi Croce, che riprese da Fiedler la definizione di arte come “teoria” pura o, meglio, come “pura visibilità”, negando all’arte altri valori, in particolare i valori didascalici ed etici).

Vasilij Kandinskij e Arnold Schönberg

Il risultato, secondo me, fu sicuramente la nascita di forme artistiche nuove, come l’astrattismo nel quale l’autore si configura come l’effettivo creatore, il “demiurgo” in totale autonomia rispetto alla “realtà”. Ma Kandinsky, il fondatore, teorizzando la forma-colore, non trascurava i contenuti. Anzi: ne è testimonianza la sua opera Lo spirituale nell’arte e la sua teoria dei colori. Aveva conosciuto Schönberg ed era rimasto entusiasta della sua musica, fino a elaborare una teoria dell’armonia dei colori in parallelo con l’armonia nella musica. Ancora più congruente con la teoria fiedleriana sull’attività artistica come contenuto proprio dell’arte è l’action painting che tanto successo ebbe negli Stati Uniti, ma non solo.

L’armonia, poi, avendo movimenti affini ai cicli dell’anima che sono in noi, a chi si giovi con intelligenza delle muse, non sembrerà data per un piacere irrazionale, ma come alleata per ridurre all’ordine e all’accordo con se stesso il ciclo dell’anima che in noi si fosse fatto discordante. [Platone nel Timeo]. 

Quindi nulla di nuovo. Ma Platone dice anche che il bello (kalòs) è causa dell’azione morale (agathòs) e che il “bello e buono” (kalòs kaì agathòs) perfetto spinge gli uomini a imitarlo nel loro comportamento morale. 

E qui vengo all’aforisma 198. Dal pensiero dell’antica Grecia a oggi chiunque si sia avvicinato con umiltà della ragione e ricchezza di “affetti” (o di sentimenti) a un’opera d’arte, mai ha pensato che essa rappresenti il suo tempo. O meglio: il legame con il suo tempo è dato solo dal linguaggio che usa (per Dante, sommo tra i sommi, la scelta del volgare lo testimonia). Nelle arti figurative, architettura compresa (nella musica la questione è più complessa), l’imitazione, la mimesis, non è, come sembrano dire i due autori citati all’inizio e i loro seguaci, il ri-conoscimento della realtà (per cui la condannano), ma la realtà stessa che fornisce all’artista gli elementi di un linguaggio: un vocabolario. Elementi che vengono trasfigurati dai contenuti valoriali dell’opera stessa. Quindi è la conferma: l’artista non esprime nella sua opera il contenuto dell’epoca, ma, usando come linguaggio i dati della realtà (i linguaggi non s’inventano, pena l’incomprensibilità), fornisce all’epoca in cui vive dei contenuti che sono anche dei valori morali (mos, mores). Questo è il mio pensiero, mentre il nostro non lo dice.

La razionalità del filosofo può consentire di approfondire la conoscenza formale dell’opera d’arte ma gli tarpa le ali quando deve capirla (con-prenderla), introiettarla nel suo Io. Qui c’è un salto ontologico: l’arte è una di quelle ”cose” che non sono definibili. Appartiene a un altro mondo. Appartiene al sacro. Ganz Anderes, totalmente altro è la definizione famosissima che Rudolf Otto dà del sacro: un altro mondo, non fisico. Un mondo noto all’uomo fin dai tempi primitivi (seimila anni a.C. le pitture rupestri già lo testimoniano), molto prima che nascessero le religioni, che solo più tardi si sono appropriate di quel mondo, lo hanno istituzionalizzato, gli hanno dato dei “capi” e ne hanno fatto uno strumento del potere. Ma il sacro è tutt’altra cosa, Ganz Anderes. È una cosa indefinita e indefinibile, immateriale, estesa, avvolgente, trascendente: è un’ aura nella quale si sente immerso il nostro animo quando, di fronte all’opera d’arte, esce da questo mondo, è e-mozione, “fuori da…”.

Per fare un esempio: è quello che si prova guardando il cielo stellato da un luogo oscuro, dal deserto; oppure guardando dal tempio di Poseidone, in Attica, il sole che s’immerge al tramonto nell’Egeo…

L’arte abita il sacro, come il divino, come la natura intesa come “creato” (Laudato sii, mio signore, san Francesco). Quale sintesi più grande di arte e natura nel Sacre du printemps! E qui c’è il secondo non-intendimento di Fiedler e degli altri dopo di lui. “L’arte non è bellezza”, dicono. La bellezza, infatti, è nello stesso tempo contenuto e prodotto dell’opera d’arte, è la via per il sacro e, ancora una volta, è cosa indefinibile. È nel valore intrinseco dell’opera, che s’invera con rigore, soprattutto nell’armonia dei rapporti di spazio e di luce e, quindi, dei colori. Non per caso il suo contrario sta nell’arte (si fa per dire!) informale contemporanea, che per sua stessa scelta ha abolito parole come forma, bellezza, armonia, rigore nell’invenzione, linguaggio conosciuto e capito.

Che idiozia “inventare nuovi linguaggi”! In tutti i campi chi ci ha provato ha fallito, ma raramente lo ha riconosciuto. Stravinsky e Maderna hanno tentato la serialità ma l’hanno presto abbandonata, Ravel non ci ha nemmeno provato. Così Picasso butta giù qualche tela cubista ma poi torna alle forme, le “sue” forme. Burri nelle sue ultime opere, vedi Nero e Oro, torna al colore assoluto, steso su superfici rigorosamente geometriche, traguardo di una ricerca lunga come la sua vita.

Un esempio illuminante del vuoto – per non dire della stupidità – di certe posizioni è, oggi, sui muri della città: si vedono manifesti dove una mano (di Fontana?) con un punteruolo fa dei buchi su una tela gialla e sopra c’è la scritta “STOP PAINTING!”. Cosa vuol dire? e perché mai? e dopo lo STOP cosa è stato fatto? con quali contenuti per questa nostra epoca? Palesatemi, per favore, i contenuti di un vitello in formalina, o di una scopa appoggiata a una parete, o di un dripping spacciato come casuale e che casuale non è. E poi il caso può essere considerato l’artefice dell’opera di natura, ma certo non dell’opera d’arte, cioè artificiale, fatta con arte, cioè costruita e non affidata al caso.

Poster della mostra “Stop Painting”, dal 22 maggio al 21 novembre 2021 nel palazzo storico di Ca’ Corner della Regina, Venezia

Un’altra considerazione, che ha dell’incredibile: quando si parla di arte e di artisti non si usa mai la parola “responsabilità”, dando per scontato che l’artista, nell’azione creativa fuori della realtà, sia “irresponsabile”. Ma non è così, a parer mio e, direi, neanche secondo Fiedler, che affida all’artista il compito di “…dare all’epoca un contenuto”. Qui è tutta l’importanza dell’aforisma 198. Quello che comunemente è chiamato “assenza di valori” dell’epoca presente ha più di un responsabile ma, sicuramente, una delle responsabilità maggiori è in capo a una cospicua, direi maggioritaria parte della cosiddetta arte contemporanea, che diffonde a piene mani il nulla, nei migliore dei casi, ma più spesso solo valori negativi: confusione, disarmonia, bruttezza, disvalori… spesso con il vergognoso viatico di critici mercantili, anche quando intelligenti. Vedi il caso di Bonita Oliva: nei suoi scritti sugli artisti contemporanei, sicuramente apprezzabili per lo stile del linguaggio, trovi il vuoto assoluto. Non c’è una frase che abbia un senso, ma solo affermazioni apodittiche e autoreferenziali.

Tolstoj ci ha insegnato che gli eventi della storia conducono l’uomo attraverso il tempo, dandogli poche gioie e infliggendogli molti dolori. La salute dell’anima, l’uomo la trova nelle meraviglie della natura creata (san Francesco) e anche nelle meraviglie della grande arte. I più alti momenti della storia dell’umanità, il VI sec. a.c. e il Rinascimento, questo ci hanno fatto vedere: una umanità straziata da guerre, invidie, soprusi, immani sofferenze, pestilenze,… ma anche uno spirito elevato alle più alte vette dell’arte.

Il Club di Roma nel 1972 e, più tardi, il grande cosmografo Martin Rees (Il secolo finale, 2003), da ultimo anche l’Onu (documento del 22 giugno 2021), ormai parlano chiaramente di estinzione dell’umanità entro la fine di questo secolo, individuandone le cause nello sfruttamento senza regole del pianeta, avendo eletto a valori della vita il mercato, il profitto e il consumismo. Rees, in particolare, parla di terremoti, catastrofi naturali, pandemie e terrorismo. Da cui i cambiamenti climatici con quel che segue. Io aggiungerei anche la cosiddetta arte contemporanea, che, profondendo a piene mani solo vuoto e disvalori, distrae l’attenzione dell’uomo dalla natura, dal pianeta, dal cosmo e, senza paura di dirlo, dai valori dello spirito

Con qualche eccezione: qui, a Venezia, c’è Safet Zec.

Ma le eccezioni sono troppo poche: non bastano.

Ritratto di Konrad Fiedler, Hans Thoma, 1884, Alte und Neue Nationalgalerie, Berlino
Riflessioni sull’Aforisma 198 ultima modifica: 2021-11-04T15:49:39+01:00 da GIORGIO LEANDRO
Iscriviti alla newsletter di ytali.
Sostienici
DONA IL TUO 5 PER MILLE A YTALI
Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento