Glasgow. La marcia delle attiviste del clima e la politica internazionale

Alla COP26 il movimento per il clima interloquisce senza timori con le leadership mondiali, guidato da giovani donne che si sono imposte con autorevolezza come rappresentanti riconosciute dei giovani mobilitati per il futuro del pianeta.
TIZIANA PLEBANI
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Potrei iniziare con una frase a effetto tipo: il potere se n’è sempre infischiato dei giovani. C’è del vero, come sappiamo. Eppure questa volta si è aperto un varco.

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Se ha ragione Greta Thunberg di non essere soddisfatta dei risultati ancora insufficienti del G20 e soprattutto della COP26 tenutasi a Glasgow, non deve passare inosservato il cambiamento che c’è stato ed è sotto i nostri occhi, se vogliamo prestare la giusta attenzione. I giovani attivisti del clima hanno fatto parte degli incontri ufficiali, sono stati al tavolo con i negoziatori, i funzionari e i ministri di ogni parte del mondo.

Vanessa Nakate, prima attivista di Fridays For Future in Uganda; ha fondato il Rise up Climate Movement e promosso una campagna per la salvaguardia della foresta pluviale della Repubblica Democratica del Congo. “Le parole dei leader non sono accompagnate dai fatti. Servono azioni concrete, adesso, altrimenti questi vertici resteranno senza significato. In gioco non ci sono delle statistiche, ma il futuro degli esseri umani“, ha detto intervenendo a Glasgow

L’invito non può essere interpretato in mero senso paternalistico. L’urgenza del momento ha reso i giovani degli interlocutori come mai prima era accaduto: le loro istanze e i loro saperi, tutt’altro che espressione di un ingenuo ambientalismo, sono la misura di un confronto serrato e difficile tra la radicalità del benessere del pianeta, di cui sono portatori, e gli interessi di un modello di sviluppo che ha prodotto non solo sfruttamento, inquinamento, innalzamento climatico ma anche ingiustizia sociale ed economica ovunque.

Cosa mi colpisce di questi giovani? Siedono ai tavoli di concertazione con tranquilla sicurezza, sono preparati, organizzati. Noi li vediamo sfilare nelle piazze ma dietro questa visibilità pubblica c’è un grande lavoro e studio preparatorio e un’organizzazione a più livelli con strategie differenti. Fridays For Future ha creato negli anni una piattaforma comune e un luogo di aggregazione e discussione, mentre YOUNGO, l’Official Children’s and Youth Constituency dell’Unfccc (United Nations Framework Convention on Climate Change) ha obiettivi più politici e di rappresentanza: ha ottenuto di partecipare alla COP26 (con un’attivista anche italiana), e agli incontri preparatori, presentando la dichiarazione COY16 Global Youth Position, che riporta le opinioni di oltre 40.000 giovani leader climatici di tutto il mondo.

Elizabeth Wathuti, attivista keniota per l’ambiente e fondatrice della Green Generation Initiative che ha piantato più di 30 mila alberi nel suo paese deforestato, interviene all’apertura del World Leaders Summit della COP26 il primo di novembre. “I nostri fiumi si stanno prosciugando. I nostri raccolti stanno fallendo. I nostri animali e le nostre persone stanno morendo”

È una marcia di lungo periodo che questi giovani hanno percorso, non una fiammata a miccia corta, e la loro autorevolezza ha saputo imporsi con costanza e determinazione.

Se guardiamo dunque con attenzione la liturgia degli incontri politici internazionali, noteremo che lo schema è stato permeato da una novità che riguarda proprio l’inclusione, che non riesce a divenire mera assimilazione, di questi corpi, desideri e prospettive giovanili. E il metodo, la forma, la struttura sono stati intaccati e non è affatto poco, anche se per ora i risultati non sono all’altezza. Anche se a me scalda il cuore, come a Stefano Mancuso, l’impegno strappato al G20 di piantare mille miliardi di alberi entro il 2030.

Roma, 5 settembre, Mario Draghi riceve a Palazzo Chighi (da dx) Gretha Thunberg, Vanessa Nakate e Martina Comparelli, portavoce italiana di Fridays For Future

Ma se prestiamo attenzione alle parole di Draghi pronunciate a Glasgow: “Dobbiamo coinvolgere i giovani, ci giudicheranno per le nostre azioni. Dobbiamo ascoltarli, ma soprattutto imparare da loro”, salta agli occhi la svolta, appena iniziata ma già così significativa, nel rapporto tra generazioni. La trasmissione dei valori, delle priorità, delle istanze, non appare più a senso unico. I giovani hanno la forza di incarnare il futuro che è stato messo a repentaglio dalle generazioni precedenti, o meglio, dai loro rappresentati politici ma con il consenso silenzioso o meno della maggior parte. Sono un tribunale oltre che una parte che sa parlare per il benessere di tutta l’umanità e il mondo vivente.

Dominika Lasota, dalla Polonia, Mitzi Tan, dalle Filippine e Greta Thunberg al Climate Strike di Glagow del 5 novembre

E la loro novità accoglie un altro elemento di radicalità: la leadership femminile del movimento. Non si basa su quote, dibattiti parlamentari, leggi o percorsi di parità: l’autorevolezza femminile si basa sull’amore per il mondo e la difesa dei beni della terra e agisce di conseguenza. I nomi che sono apparsi sui media, l’ugandese Vanessa Nakate, la polacca Dominika Lasota, Mitzi Tan delle Filippine, oltre a Greta, sono solo l’avamposto di un movimento esteso, dai tratti femminili, espressione di un empowerment reale che avanza con chiarezza di intenti e pratiche.

Facciamo loro posto e insieme iniziamo a piantare i mille miliardi di alberi.

Glasgow. La marcia delle attiviste del clima e la politica internazionale ultima modifica: 2021-11-08T14:42:36+01:00 da TIZIANA PLEBANI
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