Leggendo “Chiese chiuse” di Tomaso Montanari

Luoghi di culto chiusi, deserti, visitabili a pagamento, oppure dismessi e senza prospettive di un riuso. Dopo il lockdown il futuro di questa straordinaria eredità appare ancora più incerto. Un bel libro dello storico dell’arte fiorentino.
SANDRO G. FRANCHINI
Condividi
PDF

L’euforia collettiva di questo autunno 2021, con le città storiche e le località turistiche prese d’assalto da migliaia di visitatori, come prima se non più di prima del lockdown, ha fatto pensare a qualcuno che l’esperienza del Covid sia passata, come fosse stata una sorta di brutto sogno dal quale grazie al cielo ci siamo risvegliati.

ytali è una rivista indipendente. Vive del lavoro volontario e gratuito di giornalisti e collaboratori che quotidianamente s’impegnano per dare voce a un’informazione approfondita, plurale e libera da vincoli. Il sostegno dei lettori è il nostro unico strumento di autofinanziamento. Se anche tu vuoi contribuire con una donazione clicca QUI

Ma non è così, almeno non è sempre così. 

Un fenomeno che la pandemia ha reso ancora più problematico di quanto non lo fosse già prima è quello delle chiese chiuse, delle chiese deserte, delle chiese visitabili a pagamento con un biglietto d’ingresso, oppure dismesse e senza prospettive di un riuso.

Limitandoci a considerare le chiese storiche disseminate nel territorio italiano, quello degli edifici di culto rappresenta un immenso patrimonio religioso e artistico di approssimativamente 85.000 unità, la cui proprietà è variamente diversificata e che per la grande maggioranza è affidato alle cure di un clero che ha saputo conservarlo con dedizione ammirevole, pur nei limiti imposti dalle peripezie e dagli accomodamenti cui via via la storia ci ha obbligato. 

Oggi, anche alla luce, appunto, del post-lockdown, il futuro di questa straordinaria eredità appare ancora più incerto anche perché, come più di qualcuno ha notato – e lo fa, con lucida e scomoda capacità di analisi, Tomaso Montanari nel suo ultimo libro Chiese chiuse, Einaudi 2021 – nei lunghi mesi di sospensione delle celebrazioni liturgiche, della messa in primo luogo, quando pure molte chiese erano tenute coraggiosamente aperte, queste restavano desolatamente deserte. Ci si sarebbe aspettati che i fedeli, pur se privati della messa, sentissero il desiderio, il bisogno di entrare nelle loro chiese e sostarvi in silenzio, per alcuni minuti, così da mantenere vivo il loro legame con un luogo che è fondamentale per la pratica religiosa. E invece niente o quasi niente di tutto ciò.

Eppure le nostre chiese, nel silenzio, nella bellezza, potevano essere, e sono in realtà, il luogo intimo dove ritrovare se stessi, credenti o non credenti che si sia. Per pregare e porsi davanti a Dio nel primo caso, e, nel secondo caso, per “respirare”, per ricalibrare cioè la sintonia con se stessi e con il nostro tempo e quello passato, con le generazioni che ci hanno preceduto, nella bellezza e nell’arte che dilata l’anima oltre le meschinità e piccolezze del quotidiano. 

Sì perché, come nota Montanari, è impossibile distinguere nelle nostre chiese tra dimensione culturale e religiosa, dove l’una arricchisce l’altra. Una chiesa non è un museo, nemmeno se per entrare si paga un biglietto: è meno di un museo perché alle chiese non sono richiesti intenti didattici nell’esposizione di opere d’arte, né ad esse sono attribuite specifiche funzioni di manutenzione e restauro; ma una chiesa è ben più di un museo, perché a differenza di questo è un contesto, è libro parlante di epoche che possiamo cogliere a tutto tondo e persino rivivere.

Pochi edifici come le chiese sanno dare il senso profondo delle epoche in cui furono costruite e del lungo svolgersi del tempo vissuto al loro interno. E ancora di più: nelle chiese, costruite per potervi incontrare Dio, rimangono le tracce delle migliaia e migliaia di uomini e donne che in quelle chiese hanno mosso i primi passi, si sono sposati, vi hanno deposto le speranze più vive e le paure più cupe per trovarvi sollievo, che in quelle chiese hanno salutato e sepolto i loro cari, lungo i secoli che ci hanno preceduto e che ci hanno plasmato, noi, per quello che siamo, uomini e donne del nostro tempo.

Anche il più scettico o incolto degli uomini, entrando in una delle nostre chiese comunque non può non subire l’influsso di un modo di concepire l’universo che va al di là della piccola, necessariamente limitata, esperienza del nostro quotidiano. Nelle nostre chiese tutto è universale così come l’idea stessa di Umanità è universale e in esse appare con straordinaria chiarezza quanto sia povero e inconsistente ogni maldestro tentativo di immiserire i segni della nostra religione in un frainteso concetto di identità culturale, riducendoli a bandiera nazionale da sventolare nei comizi o nelle campagne elettorali.

Oltre alla bellezza, alla storicità, alla nobiltà degli edifici, il fatto che le nostre chiese siano da sempre e per loro intrinseca e irrinunciabile caratteristica aperte a tutti, credenti o non credenti, ricchi o poveri, di ogni popolo o religione si sia, mostra la pochezza e falsità di ogni strumentalizzazione della liturgia, dei riti, dei simboli religiosi, così come dei crocifissi, dei presepi e dei rosari. Per questo, anche per questo, tenere le chiese aperte e vive è fondamentale per la nostra civiltà. Ogni chiesa chiusa è una ferita, è una menomazione, è un’amputazione a un corpo vivo.

Come fare? Il biglietto di ingresso è una contraddizione che dovremmo tutti avvertire come insopportabile; l’ingiuria delle pubblicità colossali sulle facciate in restauro dovrebbe essere da tutti sentita come una contraddizione insanabile. Lo Stato, scrive Montanari, dovrebbe riconsiderare la destinazione delle ingenti somme erogate agli enti ecclesiastici a seguito del concordato, ma anche dovrebbe dirottare parte dei finanziamenti assegnati a iniziative estemporanee e occasionali, come le mostre, al restauro e alla manutenzione delle chiese, strutture permanenti ed elemento di assoluto rilievo del patrimonio culturale del Paese. Vi sono poi complessi monumentali che andrebbero ancor più largamente affidati a enti culturali, università, accademie, istituti e centri di studio con un appello al senso di corresponsabilità che dovrebbe investire tutta la società civile. 

Grande affissione sulla facciata della Chiesa degli Scalzi, Venezia

 Ma soprattutto, e qui l’analisi diventa introspezione alla luce della fede che si confronta col vangelo, è necessario che i cristiani, ma non solo, anche i laici, sappiano ritrovare in sé stessi quello spirito profetico senza il quale niente della nostra civiltà, né della nostra anima si può salvare. È certo che una società apatica, cinica, incapace di guardare in alto non saprà non solo costruire cattedrali, ma nemmeno saprà conservare quelle che ha ricevuto in eredità.

Le nostre chiese potranno essere aperte e vive solo se in esse sapremo riaccendere la nostra esigenza di spiritualità, senza ritualismi e clericalismi ormai esangui; solo se in esse impareremo a esercitare le opere di misericordia di accoglienza, di vicinanza ai poveri, alle persone sole; se sapremo spogliarci di ogni pregiudizio e se sapremo ospitare in esse ogni uomo e ogni fede perché Dio è uno solo, anche se lo chiamiamo in modo diverso.

Pagine scomode a volte, queste di Montanari, come lo è spesso l’intelligenza acuta di questo studioso di cui conosciamo i contributi alla storia dell’arte e alla conservazione del patrimonio culturale e del paesaggio italiano, ma che non potranno non scuotere le coscienze e suscitare domande che esigono risposte urgenti.

Leggendo “Chiese chiuse” di Tomaso Montanari ultima modifica: 2021-11-09T18:59:02+01:00 da SANDRO G. FRANCHINI

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento

sostieni ytali.com

la sua indipendenza dipende da te

YTALI.COM È UNA RIVISTA GRATUITA E INDIPENDENTE. NON HA FINANZIATORI E VIVE GRAZIE AL SOSTEGNO DIRETTO DEI SUOI LETTORI. SE VUOI SOSTENERCI, PUOI FARLO CON UNA DONAZIONE LIBERA CHE ORA È ANCHE FISCALMENTE DETRAIBILE O DEDUCIBILE DAL TUO REDDITO, PERCHÉ SIAMO UN’A.P.S. ISCRITTA AL R.U.N.T.S. (art 83 Dlgs 117/2017)