Verdi, Bellini, Donizetti, Puccini… Ma Rossini?

Il “Cigno di Pesaro” invitato in tutte le corti europee, il compositore che oscurò perfino Mozart, sembra in parte dimenticato. Quello che era considerato una sorta di erede di Cimarosa, sembra come scivolato in una sorta di penombra.
MARIO GAZZERI
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Si dice: “Verdi, Bellini, Donizetti e anche Puccini (con qualche riserva…)”. Ma Rossini? Il musicista italiano, il Cigno di Pesaro che fece “impazzire” l’Europa, l’uomo invitato in tutte le corti europee, il compositore che oscurò perfino Mozart, sembra in parte dimenticato. Quello che veniva considerato una sorta di erede di Cimarosa, re dell’opera buffa trasformatasi poi in “opera semiseria” e, con il grande pesarese, in “dramma giocoso”, sembra come scivolato in una sorta di penombra, probabilmente per il gioco “perverso” dello scorrere del tempo che modifica i gusti musicali ma anche a causa di una certa “dittatura” dei melomani. In realtà, nella messa in scena dell’opera lirica giocano forse troppi fattori: la musica, il testo, la scenografia, la padronanza “attoriale” della scena. E sono spesso forti i contrasti tra regista, sceneggiatore, musicisti e cantanti.

Forse è anche per questo che prevale oggi, di Rossini, la parte più concertistica delle sue opere, vale a dire le Ouverture come il “sempreverde” prologo musicale della Gazza ladra, tuttora capace di infiammare il pubblico, rapito dal ritmo gioiosamente galoppante e sinfonico di questa notissima “introduzione musicale”. 

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Ma, a ben vedere il Rossini de La Cenerentola o dell’Equivoco stravagante (entrambi “drammi giocosi” in due atti) ci dice molto del suo tempo, del rapporto tra il pubblico e l’opera, del passaggio da Cimarosa, Paisiello e Spontini, a Bellini, Donizetti, Verdi (… e Puccini).

Grosso modo, segna storicamente il passaggio dal Settecento “reazionario” all’Ottocento “rivoluzionario”, dal ruolo del musicista “cortigiano” a quello di cantore di una nuova epoca e delle diverse aspirazioni dei popoli. I drammi giocosi di Gioachino Rossini (all’anagrafe Giovacchino, ma si firmava così, con una sola “c”) si giocavano tutto su storie blandamente piccanti, con l’eterno “triangolo” e il padre della futura sposa indeciso nella scelta sul futuro genero. Il tutto viene cantato, ma anche “raccontato” grazie al gran numero di “recitativi” che interrompono la vicenda per dare modo al pubblico di raccapezzarsi nelle vicende degli amorosi intrighi. Un’opera popolare che dovrebbe essere riproposta e studiata con più frequenza nel quadro di una rivalutazione generale del Rossini “minore”.

Gioacchino Rossini da giovane in un dipinto a olio su tela della prima metà del XIX secolo, di autore ignoto.

La trama che i librettisti scrivono per i suoi drammi è volutamente banale, popolare, volta ad attirare un pubblico numeroso e desideroso di divertirsi. Ma, allo stesso tempo, le opere semiserie (ma non giocose), dal Barbiere di Siviglia alla Gazza Ladra all’Italiana in Algeri, irrompono nei Palazzi e nei più prestigiosi teatri delle grandi capitali europee. È una musica nuova, una nuova grammatica del pentagramma che diverte e affascina e Rossini sarà corteggiato dai grandi di Francia, Germania, Russia ed Inghilterra.

Stendhal, che gli sarà amico per la vita, scrive una sua biografia. Il principe di Metternich (nemico giurato dell’indipendenza italiana) ne è entusiasta e, a Napoli per un incontro con il re borbone e il re di Sassonia, dirà: “Rossini è il solo che piace, è il vero geno musicale del mondo”.

Le sue arie non risuonano solo in Europa ma furoreggiano nelle Americhe in Australia, in India. Un fenomeno unico nella storia della musica. È l’Italia migliore che invia il suo messaggio di arte e leggerezza. Wagner, che l’ammirava molto, si recò a Parigi per conoscerlo, Beethoven annullò l’incontro solo a causa della pressoché totale sordità che gli avrebbe impedito di impostare con l’italiano un vero e proprio colloquio.

Nato nel 1792, mentre in Francia infuriava il terzo anno della rivoluzione, Rossini visse fino al 1868 e poté gioire, nel 1861, dell’avvenuta unità d’Italia.

La sua musica così pervasiva, così cantabile, così ingannevole nella sua semplicità, aveva penetrato il primo Ottocento, sempre uguale, sempre diversa, canterellata ovunque.

Sono parole dello storico della musica Daniele Carnini che sembrano echeggiare quelle pronunciate da Beethoven allorché lodò ”la divina semplicità di Mozart”. Musica “ingannevole nella sua semplicità, sempre uguale e sempre diversa”. In una sola frase Carnini ha colto nel segno offrendo una plastica definizione dell’opera di Rossini capace di offrire musica di grande levatura con una levità di composizione e fraseggio che ricorda, non a caso, la musica di Mozart. Dotato di una rapidissima capacità compositiva, Rossini chiudeva la partitura di un’opera in due, tre settimane. Altro particolare, questo, che accrebbe la sua fama di vero e proprio eletto del Signore.

Villa Musée de Puccini, a Payy. Disegno di Filippo Albertini (1837-1901)

Ma a soli 37 anni, ”nel mezzo del cammin di sua vita”, si ritirò nella sua grandiosa villa di Passy (Parigi) dopo la trionfale prima del suo Guglielmo Tell e dopo un ultimo viaggio in Italia, nella sua Pesaro. Non toccò più né spartiti né tastiere, isolandosi dal mondo e ricevendo di quando in quando personalità della politica, musicisti famosi e giovani pianisti in cerca di un appoggio economico.

Nella Villa Musée de Puccini

Da pianista di “quarta classe” come amava definirsi deplorando la montante voga concertistica dei virtuosi – scrive Angelo Foletto – scrisse per la tastiera pezzi “deliziosamente ossuti” pre-Satie nello spirito e nella titolazione spesso paradossale.

Visse fino a 76 anni (1792-1868) in reclusione volontaria come se la sua energia creativa fosse giunta al limite. Ma prima di morire, per un’ultima volta volle riavvicinarsi alla musica componendo il suo “canto del cigno”, lo Stabat Mater dolorosa, considerata una delle sue composizioni più ispirate. L’uomo che aveva rifondato il teatro musicale, aggiunge Foletto, “insegnando ai francesi come cantare, come scrivere per orchestra agli italiani e come far vibrare l’anima ai tedeschi” rese l’anima al Signore il 13 novembre del 1868. Le sue spoglie mortali furono sepolte al Père Lachaise vicino alla tomba di Vincenzo Bellini e traslate anni dopo in Italia a Santa Croce, in Firenze.

La tomba di Giacomo Rossini nella Basilica di Santa Croce a Firenze. Monumento funebre di Giuseppe Cassioli

Verdi, Bellini, Donizetti, Puccini… Ma Rossini? ultima modifica: 2021-11-10T15:22:18+01:00 da MARIO GAZZERI
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