Al principio della vita è la variazione

E se la vita fosse una sorta di gioco per tentativi ed errori, alimentato dalla variabilità molecolare, che produce un’infinità di combinazioni filtrate dalla selezione naturale? In un libro ricco di contenuti e attraversato da una felice eterodossia, Jean-Jacques Kupiec invita il lettore a cambiare il suo punto di vista sul vivente e sulla biologia contemporanea.
GÉRARD LAMBERT
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E se la vita fosse una sorta di gioco per tentativi ed errori, alimentato dalla variabilità molecolare, che produce un’infinità di combinazioni filtrate dalla selezione naturale? In un libro ricco di contenuti e attraversato da una felice eterodossia, Jean-Jacques Kupiec invita il lettore a cambiare il suo punto di vista sul vivente e sulla biologia contemporanea.

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Prima di addentrarci nel labirinto dei sei capitoli che compongono La concezione anarchica del vivente (eléuthera), dobbiamo innanzitutto risolvere una questione posta dal titolo: perché il vivente sarebbe anarchico? O più esattamente, per quale motivo questa metafora è adatta a sostenere la teoria che viene presentata? Perché, ci spiega Jean-Jacques Kupiec, l’ordine che crediamo di scorgere negli esseri viventi che popolano il pianeta – la stabilità delle forme, la loro riproduzione sempre identica, quella perfetta ingegneria propria degli organismi che sembra giustificare una visione meccanicistica della vita – tutto questo, non è che apparenza: un miraggio di permanenza laddove non c’è altro che variazione (variazione senza la quale tra l’altro non esisterebbe la straordinaria diversità delle specie viventi), l’illusione fantasmatica di un ordine generato dall’ordine, come un esercito che si mette in marcia al suono della tromba, laddove invece la configurazione delle parti emerge da un caos vincolato alle interazioni e alle condizioni ambientali. “Sarebbe come se la vita fosse basata su un terremoto continuo”, avverte l’autore. Il seguito del libro spiega perché questa anarchia non è sinonimo di caos, né nelle cellule né nelle società che esse formano all’interno degli organismi.

Epistemologia storica

Il lavoro di Jean-Jacques Kupiec si fonda su un duplice approccio che dovrebbe essere appannaggio di ogni metodo nelle scienze sperimentali: l’analisi epistemologica dei risultati della disciplina e l’elaborazione di un programma di ricerca volto a verificare delle ipotesi. La maggior parte delle critiche sono state rivolte al Kupiec teorico, mentre il Kupiec ricercatore, formazione primaria dell’autore, è stato troppo spesso trascurato, per non dire ignorato. In realtà entrambe le dimensioni si ritrovano all’interno del libro, che si apre con una singolare storia della genetica, singolare nel senso che si differenzia marcatamente da quella che ci insegnano i manuali. Attraverso una personale lettura critica dei testi originali, Jean-Jacques Kupiec affronta subito di petto il “mito fondatore”, ossia il celebre studio di Gregor Mendel sulla riproduzione dei piselli. L’interpretazione dell’articolo del monaco suggerita da Kupiec mostra che “non si può presumere che [Mendel] abbia avuto anche solo un’intuizione della dualità fra i caratteri e delle entità sottostanti equivalenti a quelli che chiamiamo geni”. “A meno che non si leggano con gli occhi della fede”, aggiunge poi maliziosamente in nota. La statua del condottiero vacilla dunque sul suo piedistallo: Mendel non ha scoperto empiricamente il gene e il concetto è stato costruito nel corso dei decenni successivi senza che la sua realtà materiale e il suo legame specifico con il “carattere” fossero mai dimostrati (concetto quello di carattere altrettanto fragile, è legittimo suddividere un organismo in una moltitudine di caratteri?). Il gene è quindi “indefinibile, evanescente” ma offre un grande vantaggio: affermando che l’ordine biologico e la sua trasmissione intergenerazionale sono il risultato di un ordine molecolare inscritto nel DNA, permette di risolvere, o più esattamente di eludere, una questione chiave delle scienze della vita. In un mondo di invarianza così strutturato e stabile da ricordare quello aristotelico e in cui ogni cosa occupa il posto che le è assegnato, il genotipo è un’immagine dell’essere prima di essere, l’essenza di ogni individualità, l’“equivalente moderno dell’Anima aristotelica”. Un’altra conseguenza di questa produzione di ordine dall’ordine è la variazione intesa come accidente: “il caso non può essere agente causale della vita”.

L’accettazione del caso

Numerosi studi hanno smentito la stabilità dell’informazione genetica, la sua trasmissione ad integrum di generazione in generazione e la sua espressione stereotipata negli esseri viventi attraverso reti di geni e vie di segnalazione adeguate. Tali studi hanno inoltre messo in evidenza l’estrema variabilità delle proteine, mattone fondamentale dell’organismo, la cui fisiologia varia in funzione delle condizioni ambientali. Di fronte al fallimento del loro modello, i genetisti sono stati costretti ad adottare un duplice discorso per conservare il nucleo centrale della loro teoria: da un lato, una concezione causale della genetica, secondo cui geni specifici sono legati a caratteri precisi e lo sviluppo embrionale (l’ontogenesi) è interamente prefigurato nel genoma; dall’altro, una concezione debole della genetica in cui questa, da sola, non basta più a spiegare né l’ontogenesi, né la biologia degli esseri viventi per diventare una semplice pratica empirica che studia il ruolo di entità – teoriche – chiamate «geni». L’epigenetica nasce da questa seconda postura e modula il determinismo dispotico del gene senza per questo attentare al suo ruolo centrale nella biologia. Passando surrettiziamente da un discorso all’altro, la genetica diventa insomma inconfutabile, assumendo i tratti distintivi di una credenza e non di una teoria scientifica: ha una risposta a tutto e in ogni circostanza.

A questo punto della disamina s’impone la necessità di ribaltare la proposizione, è il momento di considerare che “la vita non è scritta da nessuna parte”, essa è “un processo di costruzione che attinge dal potenziale della variabilità dei costituenti molecolari del vivente”. Non è più quindi la diversificazione del vivente a dover essere spiegata, ma la sua capacità di stabilizzare un numero limitato di forme sostenibili. Darwin fu il primo naturalista a pensare la variazione aleatoria come una proprietà cardinale del vivente e il primo scienziato ad assegnarle il ruolo di agente causale di un processo. Facendo del caso il motore dell’evoluzione, Darwin ribalta completamente la prospettiva al punto che l’unione della teoria dell’evoluzione con la genetica si rivela illusoria quanto un matrimonio tra l’acqua e il fuoco. Come infatti conciliare due visioni diametralmente opposte? Da un lato un mondo in cui l’ordine la fa da padrone e l’ambiente è l’elemento perturbatore; dall’altro «un’ontologia della variazione», proprietà primaria del vivente, in cui l’ordine non è altro che un fragile equilibrio ossia il risultato transitorio dell’interazione tra il vivente e l’ambiente dove quest’ultimo ricopre il ruolo di elemento stabilizzante. Per conciliare questi opposti, la teoria sintetica dell’evoluzione ha espunto l’essenza dell’“ontologia della variazione” di Darwin e l’ha mascherata con gli orpelli dell’invarianza.

A titolo postumo, la biologia sperimentale ha tuttavia dato ragione a Darwin oltrepassando perfino il perimetro della teoria dell’evoluzione, tant’è vero che l’instabilità, il caso, il “disordine” si osservano a tutti i livelli della biologia: nella singolarità degli esseri, nello sviluppo embrionale, nella differenziazione cellulare, nell’organizzazione del genoma, nell’espressione dei geni, ecc. La variazione è onnipresente e si manifesta ovunque senza essere vista.

Una società autogestita, prove alla mano

Invece di sterilizzare il darwinismo per farlo rientrare nei ranghi, Jean-Jacques Kupiec propone un’estensione del dominio della teoria dell’evoluzione. La variabilità non si applicherebbe più così solo alle linee genealogiche per andare a installarsi nel cuore stesso degli organismi, nella parte più intima della cellula, nell’effervescenza molecolare che la anima. Com’è possibile dunque costruire una casa su un terreno così instabile? Nella teoria anarchica del vivente gli equilibri interni sono il risultato di una riduzione della variabilità dovuta dalle interazioni tra le parti dell’organismo e i vincoli ambientali. In modo analogo a ciò che accade nel processo di selezione naturale, solo le forme sostenibili perdurano all’interno di un particolare microambiente immerso in un contesto specifico.

Le cellule si comportano come farebbero i membri di una società anarchica autogestita: ogni individuo è libero, ma la sua libertà è limitata dalla presenza di altri individui della comunità che godono della medesima libertà.

Questa teoria, che Jean-Jacques Kupiec ha cominciato a formulare già alcuni decenni fa, non è stata costruita a prescindere dalla realtà sperimentale. Molte previsioni che ne derivano sono state confermate da diversi gruppi di ricerca. Soffermiamoci in particolare su due di esse, a cominciare dall’espressione stocastica dei geni. Se è vero che il disordine regna a tutti i livelli della biologia, i geni dovrebbero esprimersi in modo aleatorio. A lungo i biologi hanno valutato questo parametro sulle popolazioni cellulari, ottenendo medie in linea con i canoni del determinismo genetico. Poi, la possibilità di misurare l’attività del genoma cellula per cellula ha confermato l’ipotesi di un processo aleatorio e il carattere stocastico dell’espressione dei geni è oggi universalmente riconosciuto. Per quanto abbia colpito alla radice del paradigma genetico, questo fatto fondamentale non ha intaccato i concetti dominanti. Un’altra importante ipotesi che ha ricevuto una conferma sperimentale è la previsione secondo la quale le cellule, prima di differenziarsi, attraversano un periodo di destabilizzazione dell’espressione genica durante il quale «tentano» casualmente diverse combinazioni prima di stabilizzarsi in uno stato che permette loro di interagire in armonia con l’ambiente interno. Due gruppi di ricerca hanno confermato questa previsione su diverse linee cellulari, ma ancora una volta il «modello istruttivo» della genetica non sembra averne risentito.

Prima di concludere il libro e rispondere nell’ultimo capitolo ad alcune delle obiezioni che gli vengono mosse più frequentemente, Jean-Jacques Kupiec spinge ancora più in là la sua volontà di chiudere con il finalismo in biologia. Così come l’ontogenesi non ha l’obiettivo di formare un individuo, l’evoluzione non ha come fine quello di creare delle specie. Come Darwin aveva intuito, la realtà del vivente, si sarebbe tentati di dire “l’ontologia della vita”, è quella della linea genealogica. L’embrione e l’individuo non sono altro che stati d’equilibrio transitori nel tempo e nello spazio. E gli stessi processi aleatori in atto, sia nei corpi sia nelle generazioni, potrebbero essere raccolti sotto quell’unico fenomeno che l’autore chiama “ontofilogenesi”.

Cara anarchia

Torniamo al titolo: La concezione anarchica del vivente [il titolo orginale è Et si le vivant était anarchique? N.d.T.]. Inconsueto per un libro scientifico, può aver suscitato un rifiuto a priori, senza che ci si sia nemmeno presi il disturbo di giudicare in base al contenuto. A coloro che hanno avuto questa reazione istintiva, quasi rettiliana, occorre forse ricordare che hanno la memoria corta. Riavvolgiamo il nastro e torniamo indietro di una ventina d’anni. Nessuno si risente per Né dio né genoma, titolo del libro che Jean-Jacques Kupiec firma insieme a Pierre Sonigo e in cui i due elaborano una critica radicale del determinismo genetico. Chi avrebbe potuto allora ignorare l’allusione al celebre slogan anarchico? E del resto è proprio quella geniale formula che contribuì al successo del libro, le cui vendite raggiunsero cifre più che rispettabili per questo tipo di letteratura. Le reazioni oggi sono diverse perché la Francia è cambiata? Perché, così come molti altri paesi europei, si è nel suo complesso spostata a destra e l’anarchismo ha ancora meno diritto di cittadinanza di ieri? Poco importa, in fondo. Ciò che conta è che, da ormai più di quarant’anni, Jean-Jacques Kupiec matura, approfondisce e affina la concezione del vivente sostenuta in quel primo libro e che in quest’ultima pubblicazione presenta in forma compiuta, solida nelle sue fondamenta e rigorosamente suffragata da una meticolosa argomentazione. La concezione anarchica del vivente è un libro salutare per i neuroni, importante per la storia e il futuro della biologia.

Traduzione di Luigi Muneratto

Al principio della vita è la variazione ultima modifica: 2021-11-11T18:29:48+01:00 da GÉRARD LAMBERT

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