L’opera aperta di Sylvano Bussotti e l’aforisma 198

FRANCO AVICOLLI
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L’estetica di Bussotti si tramuta in una poetica dell’esistenza ignuda e, come tale, disponibile ad accogliere le vesti del caso, che altro non sono che l’accadere della vita.

Così si esprime Renzo Cresti nella sua suggestiva monografia, Sylvano Bussotti e l’opera geniale, presentata presso lo Spazio Micromega Arte e Cultura. Nell’occasione, Renzo Cresti, il compositore e musicologo Marco Giommoni, la cantante e attrice Donella Del Monaco e Elio Armani, già sindaco di Cadoneghe, hanno proposto stimolanti testimonianze e riflessioni su Bussotti, sulla sua opera aperta e su specificità che riportano al fiedleriano aforisma 198 su cui ytali ha pubblicato significative osservazioni di Franco Miracco e Giorgio Leandro

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Riferendosi al Maestro fiorentino, Giommoni ne ha sottolineato la genialità della stessa scrittura, ricordando, insieme, il concetto heideggeriano del sentiero interrotto come cifra dell’opera aperta. Secondo il compositore, il segno grafico di Bussotti non è mera espressione estetica, ma una connotazione simbolica e semantica delle partiture che invitano l’esecutore e l’ascoltatore alla partecipazione attiva. Ciò conforma l’idea dell’opera come manifestazione dell’accadere e dell’essere come evento del linguaggio.

Sylvano Bussotti è per Renzo Cresti “uomo/artista”, una figura in cui è operativa una speciale convergenza tra coscienza e istinto, storia e biologia, un’impostazione che colloca l’artista toscano in un’area di pensiero assimilabile all’aforisma 198 di Konrad Fiedler, in cui il teorico tedesco afferma: “Non è vero che gli artisti debbano esprimere il contenuto di un’epoca: essi devono dare all’epoca un contenuto”.

Per Cresti, Bussotti è un “intuitivo come forse nessun altro capace di recepire tutte le sollecitazioni che l’arte del suo tempo gli ha presentato, realizzando uno sposalizio profondo… fra la sua predisposizione e ciò che l’arte stessa lo chiamava a compiere”, specificando che lo sposalizio è “più unico che raro”. Bussotti sembra essere, pertanto, il personaggio dell’opera che scrive, di un’opera come fenomenologia, ragione, teoria più che visione. L’uomo/artista si muove in una dimensione dove interagiscono il “tessuto intimo familiare” fatto dal padre, dalla madre, dal fratello Renzo, dallo zio materno Tono Zancanaro, che costituiscono, secondo la testimonianza dello stesso Bussotti, “un artigianato di bottega”, il contesto dove si realizza il dialogo, lo scambio tra opera e vita “tra le radici e l’andare avanti” in un evidente “contrasto/legame tra Firenze e il Mondo, l’infanzia e la vita nel suo scorrere, Tono Zancanaro e l’arte futura, l’opera aperta e il BUSSOTTIOPERABALLET, il melodramma e l’andare oltre.”

Bussotti e l’aforisma 198

L’aforisma 198 citato sostiene appunto che originalità e trasgressione sono fattori decisivi dell’opera d’arte, ma nel caso di Bussotti, sottolinea Cresti c’è anche il “gusto aristocratico della forma” che in un certo senso riporta alla natura fiorentina in senso ampio, cioè storico e biologico, di Bussotti, una questione che investe l’impostazione “libresca” della cultura italiana troppo vincolata al canone testuale e quindi ragione potenziale di novità reattive, di trasgressioni.

L’opera di Cresti tende a ricomporre la dualità dell’uomo e dell’artista in un dialogo tra sapere e intuizione che si ritrova nell’opera intesa come “entità autonoma rispetto all’artista”, dove alla forza della materia con cui essa si costruisce, corrisponde una sorta di coscienza della biologia che permette di vivere l’accadimento – l’opera – mentre si sta producendo, una partecipazione non estatica, ma intelligente, al fatto creativo che Cresti definisce “progressione in continua metamorfosi.” 

L’impostazione della monografia obbliga l’Autore a dare una definizione dell’opera d’arte, che egli congegna, ovviamente, non in modo risolutivo e, sulla scia dello stesso Bussotti, come una domanda che si prolunga con tanti “frammenti”, poiesis, suggerimentiche rimandano ad altro, a un’entità che urge e cerca di prendere corpo dal nebuloso ricordo platonico, un’esistenza altra che naviga lungo un percorso carsico come il fiume Timavo che per tale ragione è caro ai poeti. E qui Cresti dice a chiare lettere che l’opera d’arte del fiorentino non è fatta solo di “aspetti artistici”, cioè di una qualità che risponde al canone, ma soprattutto “esistenziali”, una qualità della vita che per essere proposta, opera aperta, rientra nel tempo a venire. 

Con un’ultima osservazione stilistica su Sylvano Bussotti e l’opera geniale, rilevo il ricorso dell’Autore a una prosa che si lascia guidare alquanto dall’opera aperta di Bussotti, proprio nel senso specifico di costante rivelazione di possibilità e ciò mi pare una qualità che ben racconta quanto Cresti sia riuscito a entrare nell’opera del geniale compositore fiorentino di cui non è, evidentemente, solo concittadino.

Venezia, responsabilità e neutralità

Come già ricordato, l’incontro ha toccato tematiche sul ruolo/senso dell’arte, dell’artista e, per induzione, dei saperi e della cultura, aprendo la porta a una necessaria riflessione sulla creatività e sull’esercizio professionale collegato alle arti o, più specificamente, alla sensibilità culturale necessaria per mettere a fuoco problematiche come il clima, le questioni ambientali, i fenomeni migratori per le quali è forte la percezione di un’assenza, l’evidenza di un vuoto nella tassonomia delle professioni.

A fronte di questioni sempre più pressanti e inderogabili c’è un universo disomogeneo, frammentato e lacerato che rende impossibile una qualche risposta corale e uniforme. D’altra parte, le differenze nascono da un lungo processo di spinte spesso contrapposte e le possibili risposte si fanno concrete ed evidenti nelle situazioni locali dove la scienza, l’arte e la cultura, soprattutto nelle loro espressioni istituzionali, operano nella logica delle politiche economiche e sociali.

È necessaria una coscienza capace di considerare il problema globale nelle sue specifiche varianti e manifestazioni territoriali, specialmente nelle aree dove il livello di sviluppo sociale ed economico consente la possibilità di scegliere.

E non può sfuggire che le preoccupanti problematiche ambientali e climatiche del mondo si manifestano nella precaria salute di Venezia e della sua laguna. Il loro destino è sicuramente un banco di prova per le istituzioni veneziane incaricate alla formazione di coscienze e competenze adeguate alle criticità e capaci di proporre percorsi risolutivi. 

La pratica di diffondere “a piene mani il nulla, nel migliore dei casi, ma più spesso solo valori negativi: confusione, disarmonia, bruttezza, disvalori…”, come sostiene Giorgio Leandro riferendosi all’arte, propone tutta la sua portata distruttiva. Inclusiva, a mio avviso, di quella neutralità coperta o giustificata dalla “concretezza” di scopo, da dettami performativi tuttavia circoscritti alla funzionalità del sistema produttivo cui si riconosce la fonte unica di ricchezza e benessere. Indifferenza e neutralità favoriscono appunto la formazione di quel vuoto in cui precipitano Venezia e la qualità della vita.

Credo che in tale contesto, l’opera aperta di Bussotti e l’aforisma di Fiedler siano dei preziosi suggerimenti.

L’opera aperta di Sylvano Bussotti e l’aforisma 198 ultima modifica: 2021-11-15T21:59:28+01:00 da FRANCO AVICOLLI

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