Vent’anni fa Maria Grazia Cutuli

“Era una reporter del ‘Corriere della Sera’ che spesso aveva coperto storie che si svolgevano nella ‘mia’ regione, l’Asia del Sud, che comprendeva anche Pakistan e Afghanistan. Ci salutammo per l’ultima volta su un grande piazzale dove ci aspettavano i pochi taxisti disposti a portarci a Kabul. Come sempre, era bella. Come sempre, sorrideva”.
BENIAMINO NATALE
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La notizia della morte di Maria Grazia Cutuli comiciò a diffondersi nello squallido atrio dell’Hotel Intercontinental di Kabul nel tardo pomeriggio del 19 novembre 2001. L’ albergo semiabbandonato e semidistrutto – che molti anni prima, nella Kabul che re Zhair Shah stava modernizzando, era stato di lusso – era diventato il quartier generale della stampa internazionale o meglio, di quelle poche decine di reporter che erano arrivati dal Pakistan con un viaggio precipitoso e pericolosissimo, intrapreso quando la situazione sul terreno era ancora estremamente incerta.

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Con un gruppo di colleghi della Rai ci eravamo accampati in un’ampia sala dormendo sui tappeti o sui sacchi a pelo mentre dalle tubature che correvano lungo il soffitto scrostato gocciolava un liquido fetido. 

Come spesso in quei giorni, le notizie erano frammentarie e imprecise. Venivano dai giornalisti che erano appena arrivati da Jalalabad – la prima città afghana che s’incontra se si viene dal Pakistan – e che avevano visto qualcosa lungo la strada. Con un paio di colleghi britannici corremmo alla fermata degli autobus che incredibilmente continuavano a trasportare la gente da un luogo all’altro in un paese sconvolto dai bombardamenti della coalizione occidentale e percorso da estremisti inferociti, dalle milizie private dei signori della guerra e da semplici banditi di strada.

I viaggiatori che provenivano da Jalalabad ci confermarono che avevano visto i posti di blocco organizzati da uomini armati che non erano in grado di identificare, che c’era stata una sparatoria e che alcuni giornalisti, tra cui una donna, erano stati uccisi. Non ricordo come arrivammo alla conclusione che le vittime di quel dramma fossero Maria Grazia e i suoi compagni di viaggio, il suo ex-fidanzato Julio Fuentes e i giornalisti Harry Burton e Azizullah Haidari. Ricordo solo che dettai ai dimafonisti dell’Ansa un pezzo nel quale la davo per morta mentre nutrivo in fondo al cuore la folle speranza che la notizia si rivelasse sbagliata. Sperai fino a notte fonda che fosse così, che in quella situazione – nella quale non si poteva contare sulle agenzie né sulle grandi reti televisive e bisognava andare di persona a cercare ogni spezzone di notizia – avessimo tutti preso un abbaglio. Sperai di vederla entrare, con uno dei salwar kameez che indossava in quei giorni, sorridente e allegra come sempre. La immaginai che ci sfotteva per le nostre paure e che ne ridevamo insieme. Immaginai che nessuno fosse morto e che si fosse trattato solo di un colossale equivoco. Purtroppo non era così.

Avevo incontrato Maria Grazia poco più di due mesi prima, al Pearl Continental, l’albergo di Peshawar, la città pakistana più vicina al Khyber Pass, pochi giorni dopo l’“attacco all’America” dell’11 settembre ideato e organizzato da Osama bin Laden, l’estremista saudita che era ospitato e protetto dai Taliban afghani.

Avevamo molte cose in comune, Maria Grazia e io. Entrambi eravamo curiosi e amavamo il nostro lavoro. Io ero corrispondente dell’Ansa da New Delhi da alcuni anni, lei era una reporter del Corriere della Sera che spesso aveva coperto storie che si svolgevano nella “mia” regione, l’Asia del Sud, che comprendeva anche Pakistan e Afghanistan. Entrambi eravamo stati a Bamiyan: io nel 2000, quando ancora c’erano i grandi Buddha; lei nella primavera del 2001, quando i Taliban li distrussero in quello che fu il primo atto della “guerra all’America”; ed entrambi avevamo conosciuto il primo regime dei Taliban.

Un mondo allucinato, separato da tutto il resto, che viveva in quello che per molti era un incubo e per pochi fanatici un sogno. Non si vedevano donne per le strade, eccetto le vedove dei numerosi morti delle varie guerre dei decenni precedenti, completamente ricoperte da ampi burqa neri che chiedevano l’elemosina emettendo lamenti animaleschi; non c’erano banche e i soldi si cambiavano a dei banchetti che si trovavano nel centro di Kabul – per un dollaro davano migliaia di afghani, e dovevi portarli via con la valigia; non si vedevano stranieri, eccetto alcuni arabi con le loro kefiah e le loro tuniche bianche. Una volta ne incontrai uno nel centro di Kabul: era magro e altissimo e avrebbe potuto essere Osama bin Laden – o uno dei sosia che usava per sviare i servizi segreti occidentali. Nell’unico albergo aperto – sempre l’Intercontinental – c’erano solo dei torvi Taliban che venivano dal sud e noi, io e i miei tre compagni di viaggio, uno dei quali disse che gli sembrava di stare una scena di Shining, il terrificante film di Stanley Kubrick. 

L’unico paese con il quale posso fare un paragone è la Corea del Nord (che ho visitato diverse volte). Anche quella è una realtà separata, dove quando si arriva si pensa di aver viaggiato nel tempo. Pero è più ordinata ed è evidente che la società è sotto uno stretto controllo, mentre l’Afghanistan talibano mi sembrò più caotico, quasi anarchico – anche se è chiaro che si trattava di un’impressione superficiale. L’uno e l’altra, infatti, erano paesi nei quali regnava il terrore, seppur organizzato in modo diverso.

Avevamo molte cose di cui parlare, dunque. Maria Grazia era una donna intelligente e simpatica. Lavorava e viveva con passione. Furono due mesi duri ma esaltanti quelli che noi e tanti altri reporter vivemmo cercando di capire chi fossero i protagonisti di quel dramma. Si lavorava tanto, senza interruzioni e spesso si sentiva qualcosa, come una grande ombra che ci sovrastava: chi erano questi misteriosi barbuti che avevano osato attaccare l’America? Cosa pensavano i nostri stringer pakistani (alcuni dei quali si rivelarono in seguito agenti dei servizi), la gente che intervistavamo nei bazar, i camerieri che ci servivano la colazione? E cosa avrebbero fatto gli americani che l’unica altra volta nella quale erano stati attaccati – dal Giappone a Pearl Harbour – costrinsero i nemici alla resa sganciando due atomiche sul loro territorio? Non bastava mandare notizie in continuazione, più volte al giorno, ma amici e parenti chiamavano tutti i giorni o quasi: anche loro sentivano il peso di quella nube nera che rendeva il futuro incerto.

I Taliban crollarono all’improvviso e la strada per Kabul era aperta: era un viaggio pericolosissimo, neanche i leader tribali anti-Taliban erano in grado di assicurare la sicurezza a chi voleva affrontarlo. Ma era anche la storia di una vita, un’opportunità che un giornalista non poteva ignorare.

Maria Grazia fu tra i più veloci di tutti e corse a Jalalabad, dove scoprì un deposito di gas nervino. Noi del gruppo di colleghi/amici che si era creato a Peshawar la raggiungemmo il giorno seguente. Dormimmo tutti alla meglio a Jalalabad e il giorno dopo partimmo per Kabul. Maria Grazia stava ancora sulla storia del gas nervino e decise di fermarsi un altro giorno. Ci salutammo per l’ultima volta su un grande piazzale dove ci aspettavano i pochi taxisti disposti a portarci – pazzi come noi, oppure agenti dei servizi pakistani mandati dai loro capi a cercare di capire cosa stava succedendo. Come sempre, era bella. Come sempre, sorrideva.

A vent’anni dalla sua morte, sembra di essere tornati a quei tempi. In Afghanistan sono tornati al potere i Taliban, che non sono più quelli di vent’anni fa. Allora il giornalista pakistano Ahmed Rashid, autore del libro Taliban: Militant Islam. Oil and Fundamentalism in Central Asia, tutt’oggi fondamentale per chi vuol capire chi sono i miliziani al potere a Kabul, mi disse che erano “un movimento molto afghano ma anche molto pakistano”, dato che erano nati nelle madrasa pakistane, gestite da mullah pakistani seguaci dell’Islam di Deobandh (che si trova in India) o di quello wahabita (che viene dall’Arabia Saudita), diverso dall’Islam diffuso tra le tribù pashtun, che ha inglobato il tradizionale codice d’onore tribale. Oggi sono ancora più “internazionalizzati” e sono forse più pakistani e meno afghani che ai tempi dell’“attacco all’America” e della reazione statunitense. Il Pakistan li appoggia come allora, come sempre, e sta vendendo con successo l’idea che dovrà essere finanziato per tenere i profughi – che certo non mancheranno – nei suoi campi, impedendo che si rovescino in Europa. 

Insomma, tutto è cambiato in modo che nulla cambiasse – lasciando da parte morti e profughi. “Forget the dead you’ve left, they will not follow you” (dimentica i morti che hai lasciato, loro non ti seguiranno), ha scritto molti anni fa Bob Dylan in quello che è stato interpretato come un riferimento a un’altra guerra finita male, quella del Vietnam. Sicuramente, lo stesso si può dire delle migliaia di caduti della guerra senza fine dell’Afghanistan, tra cui una giovane e brillante reporter italiana che si chiamava Maria Grazia Cutuli.

La tomba di Maria Grazia Cutuli nel cimitero di Santa Venerina (CT)

Vent’anni fa Maria Grazia Cutuli ultima modifica: 2021-11-16T10:00:00+01:00 da BENIAMINO NATALE
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1 commento

Pierluigi+Gatteschi 21 Novembre 2021 a 14:25

Come al solito molto ben scritto….che scandalo aver abbanonato donne, vecchi e bambini in balia dei tagliagole taliban….ma che ci sono andati a fare gli U.S.A in Afghanistan? E soprattutto…che ci siamo andati a fare noi europei?

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