Verde speranza

Di lotta e di governo, idealisti e pragmatici, gli ecologisti tedeschi hanno saputo ricomporre le loro due anime. Ora hanno l’occasione per essere protagonisti del cambiamento di cui sono da sempre portavoce.
MATTEO ANGELI
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Ambientalisti, pacifisti, femministi. I Verdi tedeschi sono figli delle grandi proteste che attraversavano la Germania Ovest negli anni Settanta. Si manifestava contro l’uso dell’energia nucleare, contro il cancelliere d’allora, il socialdemocratico Helmut Schmidt, accusato di non prendere sul serio il problema dell’inquinamento ambientale. Nel 1979, per la prima volta, la miriade di movimenti di protesta confluisce in una lista ecologista, che si presenta alle elezioni per il Parlamento europeo. 

Qualche mese dopo nasce il partito “die Grünen”. C’è un po’ di tutto: conservatori, femministe, radicali di sinistra e pure comunisti. Un’eterogeneità di partenza che si tradurrà presto nella spaccatura tra Realos e Fundis. I primi, esponenti dell’ala pragmatica, fautori del compromesso e desiderosi di governare. I secondi, puri, inflessibili, preferiscono restare all’opposizione piuttosto che sacrificare i loro principi. Una divisione che ha accompagnato il partito fino quasi ai giorni nostri. 

In questa prima fase, il volto più noto è Petra Kelly, vera e propria icona ecopacifista. I diritti umani sono al centro della sua azione politica, che si tratti della vicina DDR o della questione del Tibet. Mossa da un fervore utopico, farà della sofferenza e delle ingiustizie nel mondo il suo leitmotiv. La sua fama va ben oltre i confini tedeschi. Nel 1982 riceve il “premio Nobel alternativo” della Right Livelihood Foundation di Stoccolma “per aver ideato ed attuato una nuova visione che unisce le preoccupazioni ecologiche a disarmo, giustizia sociale e diritti umani”. Nel 1983 la Women Strike for Peace, gruppo americano pacifista e femminista, la nomina “donna dell’anno”. 

Sempre nel 1983 Kelly è eletta al Bundestag, dove sarà riconfermata nel 1987. I Grünen fanno così per la prima volta ingresso nel parlamento nazionale. Con il 5,6 per cento dei voti, ottengono ventotto deputati. È una vera rivoluzione nel panorama politico tedesco. Anche per quanto riguarda lo stile. Molti di loro indossano maglioni di lana e tengono la barba lunga.  

Petra Kelly con il compagno Gert Bastian, anche lui politico ecologista. Nell’ottobre del 1992 i due vengono trovati morti nella loro abitazione a Bonn, in seguito a quello che è stato descritto come un omicidio-suicidio

Danno un calcio alla tradizionale gerarchia istituzionale: il loro motto è “nessun potere a nessuno”, come il titolo della famosa canzone dei “Ton, Steine, Scherben”, colonna sonora della rivolta negli anni Settanta. O meglio, l’irriverenza al potere, come quando nel 1984 un allora trentaseienne Joschka Fischer si rivolge al presidente del Bundestag Richard Stücklen dicendogli:

Signor presidente, con tutto il rispetto, lei è uno stronzo.  

Dalle barricate alle stanze del potere, per Fischer il passo è breve. Nel 1985 diventa ministro del primo governo statale a cui i Verdi scelgono di partecipare. Siamo in Assia, il governatore è il socialdemocratico Holger Börner. Fischer è ministro dell’Ambiente. L’ecologista mantiene la sua verve anticonformista: si presenta davanti a Börner per ricevere l’incarico indossando scarpe da ginnastica bianche – un paio di Nike, oggi esposte al museo del cuoio di Offenbach. Da lì in poi i Verdi parteciperanno ad altri esecutivi in vari Länder. 

Nel dicembre 1985 Fischer giura da ministro dell’Ambiente dell’Assia, indossando un paio di poi divenute celebri Nike bianche

Nel 1986 il partito approva un documento che fissa sul nero su bianco il suo dna femminista. È il Frauenstatut, lo “statuto delle donne”, in vigore ancora oggi. Esso stabilisce, tra le varie cose, che, nella distribuzione delle posizioni su una lista elettorale ecologista, alle candidate donna spettano di diritto i posti dispari, quindi anche il ruolo di capolista. Questo è uno strumento che garantisce una “quota minima” – ovvero, almeno il 50 per cento – di rappresentazione femminile. I posti pari sulla lista, invece, sono “aperti” e la loro distribuzione non è vincolata al genere dell’aspirante candidato.

La riunificazione, nel 1990, coglie gli ecologisti impreparati. Nella campagna per il voto di quell’anno, uno dei loro slogan è “Tutti parlano della Germania. Noi parliamo di clima”, con riferimento alle minacce ambientali più sentite in quell’epoca, come buco dell’ozono, piogge acide e smog. Una strategia mal calibrata. I Grünen restano fuori dal parlamento. I loro cugini della Germania est – la “Bündnis 90”, lista che in quel momento mette insieme sei partiti, movimenti e iniziative – riescono invece a staccare un biglietto per il Bundestag. La fusione tra queste due anime – occidentale e orientale – dell’ecologismo tedesco avverrà solo tre anni dopo, in seguito a lunghe negoziazioni. Non è un processo facile.

A riprova, Joachim Gauck, presidente federale dal 2012 al 2017, rimarca:

Io non sono mai stato verde, io ero Bündnis 90.

Oggi che il partito è “Bündnis 90/Die Grünen” da ormai ventott’anni, esso va generalmente molto più forte nei Länder dell’ex-Germania ovest. 

Nel 1998 gli ecologisti fanno per la prima volta parte di un governo federale, l’alleanza rosso-verde guidata da Gerhard Schröder, finora unica esperienza per i Verdi in un esecutivo nazionale. Il cancelliere socialdemocratico ripaga il sostegno con portafogli di peso: Joschka Fischer è vice-cancelliere e ministro degli Esteri, Jürgen Trittin ministro dell’Ambiente, Andrea Fischer ministra della Salute e Renate Künast ministra dell’Agricoltura e della protezione dei consumatori. Al governo, gli ecologisti devono fare i conti con una realtà che mal si concilia con il loro ideale pacifista.

Già nel 1999, la tenuta del partito è messa duramente alla prova dalla guerra in Kosovo. In parlamento, i Verdi votano a favore dell’intervento della NATO. Una decisione presa nel congresso speciale di Bielefeld, dove la tensione sale alle stelle, al punto che Joschka Fischer viene colpito da una bomba di vernice. Lui giustifica così il suo “sì” al primo sforzo militare tedesco dopo la Seconda guerra mondiale:

Auschwitz è incomparabile. Ma mi appoggio a due principi, mai più guerra, mai più Auschwitz, mai più genocidio, mai più fascismo. Per me, entrambi vanno insieme.

Seguirà un altro intervento della Bundeswehr, in Afghanistan, nel 2001. Ciononostante, l’alleanza rosso-verde riesce a fare il bis nelle elezioni del 2002. Fischer è vice-cancelliere e ministro degli Esteri per un altro mandato, fino a quando, nel 2005, si chiude un’epoca, con la sconfitta di Schröder. Inizia la lunga era Merkel, che per i Verdi coincide con sedici anni all’opposizione. 

Un periodo durante il quale gli ecologisti riducono la distanza che li separa dai cristiano-democratici della cancelliera. Comincia per loro una lenta marcia verso il “Mitte”, il centro della politica e della società tedesca. Lo fanno a modo loro, con il progressismo che li contraddistingue da sempre.

Nel 2006 Joschka Fischer esce definitivamente di scena. Qualche anno dopo, a succedergli in quanto massimo esponente dell’ala Realo è Cem Özdemir. È il novembre del 2008 e Özdemir è nominato, insieme a Claudia Roth, co-presidente della Bündnis 90/Die Grünen. Quarantaduenne, nato in una delle tante famiglie turche arrivate in Germania negli anni Cinquanta e Sassanta, Özdemir è il primo figlio d’immigrati a guidare un partito tedesco a livello nazionale.

La sua nomina ha una forte carica simbolica, considerato che in quel momento in Germania vivono 2,4 milioni di persone di origine turca, cosa che fa di loro la più grande comunità diasporica nel paese. Genitori turchi ma nato in Baden-Württemberg, Özdemir ama definirsi “svevo anatolico”. La sua nomina è anche figlia del tentativo degli ecologisti di approfittare dell’entusiasmo suscitato in Europa dalla nomina del primo presidente nero americano. Non a caso i suoi sostenitori, modificano lo “Yes we can” di Obama in “Yes we Cem”.

Claudia Roth e Cem Özdemir, considerato per un periodo l’Obama tedesco

È il periodo in cui nei Länder si formano le prime coalizioni tra Verdi e CDU. Nel 2008 ad Amburgo, nel 2013 in Assia e nel 2016 in Baden-Württemberg. Quest’ultima è la prima a guida ecologista. Nel Land sud-occidentale governa infatti dal 2011 Winfried Kretschmann, il quale s’impone anche a causa dell’emozione provocata dalla catastrofe nucleare di Fukushima, che, tra l’altro, spinge Merkel ad anticipare l’addio della Germania a questo tipo di energia. Kretschmann è il primo governatore ecologista di un Land.

Nel luglio 2017 vede la luce in Schleswig-Holstein il primo governo “Giamaica”, dai colori dei tre partiti che lo compongono: CDU, Verdi e liberali. Massimo esponente dei Verdi nel Land è lo scrittore Robert Habeck, confermato vice-presidente, carica che deteneva già nel governo precedente. Solo alcuni mesi dopo, cristiano-democratici, ecologisti e liberali tentano di riproporre la stessa coalizione a livello nazionale. Tuttavia i liberali abbandonano in novembre i negoziati, spingendo Merkel verso l’ennesimo esecutivo con la SPD.

A inizio 2018 prende le redini del partito il duo che rompe gli schemi tradizionali del partito, mandando in soffitta la storica disputa tra la corrente “realista” e quella “fondamentalista”.

Tradizionalmente, i Verdi hanno due co-leader, un uomo e una donna, un esponente dell’ala pragmatica – i Realos – e un esponente dell’ala più progressista, i Fundis. Al congresso di Hannover del gennaio 2018, per i Realos il favorito è Robert Habeck, classe 1969, carismatico vicepresidente del Land Schleswig-Holstein. Scrittore e traduttore, Habeck affascina il partito e il paese con le sue capacità oratorie. Secondo le regole del partito, la sua spalla dovrà essere donna. Nell’ala progressista c’è più di un tentennamento. Baerbock, che è anche lei una “pragmatica”, decide allora di lanciarsi. E ce la fa: Habeck è eletto con l’81 per cento dei voti, lei con il 64.

I due inaugurano un nuovo tipo di leadership, lontano dalle conflittualità che hanno a lungo contraddistinto le dinamiche interne del partito. Si vede anche nelle piccole cose: diversamente dai loro predecessori, condividono ufficio e collaboratori. Il loro progetto è ambizioso: conquistare il centro della società, strappare il “Mitte” ad Angela Merkel. Lo fanno a suon di presenze televisive: i due sono il re e la regina dei talk show. 

Sono complementari. Annalena, la pragmatica, organizzata. Robert, il carismatico, oratore capace di discorsi politici di lungo respiro.

I risultati si vedono fin da subito. Nell’ottobre 2018, gli ecologisti conseguono il miglior risultato di sempre in Baviera – con il 17,6 per cento dei voti. La CSU – sorella bavarese della CDU di Merkel – rimane senza maggioranza assoluta per la seconda volta dal 1962. Alle elezioni europee del 2019, anno in cui i tedeschi s’interessano al cambiamento climatico sull’onda delle proteste dei “Fridays for Future”, i Verdi sorpassano la SPD e diventano secondo partito. Centrano un ottimo 20,5 per cento, che è finora il loro miglior risultato di sempre in un’elezione a livello nazionale.

Nel 2021, iniziano il “super anno elettorale” con il vento in poppa. La prospettiva di una loro vittoria alle elezioni federali è concreta. Il nome del candidato alla cancelleria è determinante in questa partita. I due leader ecologisti discutono tra di loro, decidono chi sarà il candidato cancelliere e fissano una data per annunciarlo. Baerbock e Habeck mettono in scena uno show perfetto, lontano anni luce dal braccio di ferro che consuma nel frattempo i conservatori. La scelta ricade su Annalena, soprattutto perché in quanto giovane donna – ha quarant’anni – interpreta meglio la novità che ci si aspetta che i tedeschi vogliano dopo sedici anni di Merkel.

In occasione dell’annuncio, il 19 aprile, Baerbock punta tutto sul cambiamento:

La protezione del clima è l’impegno della mia generazione. Dobbiamo realizzare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Dobbiamo avere il coraggio di fare le cose diversamente. È il momento di agire. Cambiare le cose, è possibile,

dice facendo riferimento al mondo che lascerà alle sue due figlie. Cerca di usare a suo vantaggio la mancanza di esperienza di governo:

La democrazia vive di cambiamento. Non sono mai stata né cancelliera né ministra: io rappresento il cambiamento, per lo status quo ci sono gli altri… Sono convinta che il nostro paese abbia bisogno di un nuovo inizio… Appartengo a una generazione che non è più giovane ma neanche vecchia. Abbiamo il compito di portare il meglio nel futuro. È il momento di forgiare il futuro: questa è la mia offerta.

Annalena Baerbock e Robert Habeck, il 19 aprile, giorno dell’annuncio del nome del candidato cancelliere ecologista

Questa strategia funziona solo per pochissimo. Il giorno successivo, il 20 aprile, i Verdi balzano in testa ai sondaggi, con il 28 per cento. Comincia fin da subito però anche una campagna del fango, che in poco tempo travolge la candidata ecologista. Le viene rimproverato di aver gonfiato il proprio curriculum, quando in realtà ha “solo” comunicato in maniera inesatta delle informazioni secondarie relative alla sua appartenenza ad associazioni e fondazioni.

Finisce nell’occhio del ciclone per aver omesso di comunicare all’ufficio del parlamento tedesco le somme ricevute in quanto leader dei Verdi. Ma non si tratta di elusione fiscale: questi pagamenti sono stati regolarmente dichiarati all’agenzia delle entrate tedesca.

Pubblica un libro, al quale gli esperti di casi di plagio si divertono a fare le pulci. Parte delle accuse, in realtà, punta il dito contro formule banali ed espressioni che riprendono fatti noti al grande pubblico. A questo già di per sé accanimento, s’aggiunge un mare di bufale. “I Verdi vogliono rovinare le vacanze”, “Annalena Baerbock vuole vietare i cani in quanto animali da compagnia”, “Vuole togliere anche la pensione alle vedove” solo per citare alcune delle tante fake news che circolano online.

La facilità con cui queste accuse attecchiscono nell’opinione pubblica è la prova che parte dei tedeschi non è ancora pronta per il cambiamento proposto dagli ecologisti. Baerbock fa una campagna tutta controcorrente. In questo senso il 14,8 per cento conseguito il 26 settembre è un’impresa. Si tratta del miglior risultato di sempre degli ecologisti in un’elezione federale. Il partito – con i suoi 118 deputati – diventa così il vero kingmaker nella scelta del prossimo cancelliere.

Ora per i Verdi la sfida è gestire questa nuova centralità. Hanno l’occasione per essere protagonisti del cambiamento di cui sono da sempre portavoce. Per far passare i punti chiave del loro programma, devono però scrollarsi di dosso l’immagine di “Verbotspartei” – partito dei divieti. Servono fantasia e, soprattutto, risorse per rendere la transizione ecologica economicamente e socialmente desiderabile. Solo così questa potrà essere, forse, l’alba di una nuova Germania.  

Verde speranza ultima modifica: 2021-11-17T16:59:42+01:00 da MATTEO ANGELI
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