Alla ricerca di un altro marxismo

Nel decennale della scomparsa di Lucio Magri, un incontro il prossimo fine settimana promosso a Rimini dalla comunità che più gli fu vicina.
MICHELE MEZZA
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Nell’orgia di rievocazioni, dal centenario del Pci alle più occasionali ricorrenze istituzionali, il decennale della scomparsa di Lucio Magri ci propone forse un’occasione non rituale e cerimoniale per tornare sulla sua pianificata volontà di darsi la morte.

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Una scelta che rimane ammantata da pudore e inevitabile distacco da parte di tutti coloro che furono legati e comunque attratti dalla sua personalità. Ma proprio il rispetto della sua traccia che ancora rimane vivida nella storia politica ci dovrebbe portare a leggere quel gesto non solo come la conseguenza di un intimo travaglio personale ma come l’ultima conclusione di una possente e non mediabile contraddizione politica.

L’occasione per questa riflessione ci viene dal prossimo incontro promosso a Rimini dalla comunità che più gli fu vicina, guidata da Luciana Castellina, Famiano Crucianelli, Massimo Serafini, Filippo Maone e Aldo Garzia. Nomi che per chi fu parte, come chi scrive, della lunga e variegata avventura de Il manifesto, rappresentano testimonianze di una straordinaria e fecondissima stagione di impegno, lavoro, discussioni e fallimenti comunque sempre improntati alla massima trasparenza e dedizione.

Un’opportunità per rendere poi questo appuntamento non solo una circostanza circoscritta a una specifica comunità, ma la sede di una più complessa e condivisa riflessione che investe aspetti centrali della storia e dell’attualità del presente è dato dal libro Lucio Magri, di Simone Oggionni. 

Non solo una biografia di un personaggio ma il pretesto per la messa a fuoco di snodi essenziali per decifrare l’attuale stato di prostrazione e subalternità di quella cultura politica.

Spero di poter dare un contributo a questo sforzo a partire da due punti che trovo sostanzialmente assenti nel libro di Oggionni, che comunque colma una lacuna storiografica, quale era appunto l’assenza di una ricostruzione organizza della biografia politica e umana di Lucio. Ma proprio per rendere proficuo il confronto solo l’aspetto che mi aiuta ad affrontare il nodo della crisi della sinistra e raccogliere la sollecitazione più profonda e lucida che venne dall’azione di Magri.

I due punti riguardano innanzitutto il ruolo e gli effetti del sovvertimento sociale, politico e istituzionale indotto dalla nuova antropologia digitale, che ha riformulato tutte le categorie delle relazioni individuali e collettive; il secondo aspetto riguarda la pandemia come stagione lunga e inesauribile di riorganizzazione dei rapporti umani in una logica che Richard Horton, il direttore di Lancet ha meglio qualificato come sindemia, ossia fenomeno indotto dalle sperequazioni sociali e ambientali.

Rispetto a questi due temi mi sono ormai da tempo convinto che Magri ha vissuto una vera dissociazione drammatica della sua visione, in cui da una parte intuiva, con la sua proverbiale capacità previsionale, l’avvento di processi che ci portavano fuori dal perimetro dato della lotta di classe codificata, e dall’altro reagiva a questa previsione rifugiandosi in una ortodossia artificiale a cui si attaccava per non trovarsi alla deriva nella crisi del marxismo.

Il mio Magri è quello della previsione corsara, senza limiti e pregiudiziali ideologiche, e con la serena spregiudicatezza di chi vuole misurarsi sui punti alti dello scontro, rompendo retoriche e accademie. Il Magri della prima relazione del ’62 al convegno del Gramsci o di Bellaria, su cui tornerò fra un momento, mentre considero il secondo Magri, quello del Sarto di Ulm per intenderci, quello che si abbraccia ai miti di Stalin e Berlinguer per salvaguardare la propria diversità, una testimonianza umana tenera e appassionata, ma sul piano politico assolutamente improduttiva, come credo anche lui intimamente sapesse. Questa consapevolezza di un’inesorabile impossibilità a esplicitare la sua istintiva visione di quanto si stava preparando, pena la fuoriuscita da un campo che non poteva separare dalla sua vita, ritengo abbia avuto un ruolo non marginale nella sua drammatica decisione finale. 

In una sua storica lettera a George Bernard Shaw, nel 1935, lord Keynes così descrive gli economisti del suo tempo:

geometri euclidei in un mondo non euclideo, i quali scoprendo che nell’esperienza concreta due rette apparentemente parallele spesso si incontrano sgridano aspramente le linee stesse per la loro incapacità di andare diritte.

Una salace definizione che potremmo oggi adattare alla miopia di una sinistra che non trova modo, in nessuna delle sue sempre insorgenti versioni, di cogliere il senso del nuovo mondo che l’avvolge, un mondo che non ne vuol proprio sapere di rimanere negli schemi codificati nel secolo scorso e riassumibili nella centralità del conflitto capitale lavoro. Miopia che ritroviamo nell’appassionata storia di quel rapporto ambivalente fra Magri e la tradizione comunista che ha ricostruito Simone Oggionni privilegiando la continuità rispetto all’alterità.

Ormai da almeno mezzo secolo, da un ventennio in maniera totalizzante, abbiamo al centro della scena globale una forma di relazione sociale che sbrigativamente chiamiamo tecnologie computazionali, ma che, proprio in virtù di quanto rimane ancora vivo nella cultura materialista che ha informato tutto il dibattito del Novecento, ossia la relazione fra struttura materiale e sovrastruttura ideologico culturale, dobbiamo considerare essenzialmente una trasformazione delle relazioni sociali in cui ogni nostra azione nel mondo viene mediata, formattata e preordinata dalla potenza di calcolo, che sulla base di un flusso ininterrotto di informazioni preventive sulle nostra discrezionalità, interferisce preventivamente su emozioni, volontà e desideri.

 La tecnologia non esiste come totem, né come entità separata, tanto più neutra, secondo la vulgata che un mezzo si può usare in vari modi. I sistemi intelligenti che ci affiancano oggi sono la forma di una evoluzione dei rapporti di classe, dove mutano i soggetti e gli oggetti ma non il dominio che esercitano i proprietari, come ci ha spiegato nel suo ultimo Dominio e sottomissione Remo Bodei.

Questo è oggi il motore di quella trasformazione che ha emarginato la sinistra “euclidea”, potremmo dire per stare nella metafora di Keynes. E di cui non trovo traccia nei passaggi finali del testo di Simone che prolunga la ricostruzione storica alla realtà attuale del dibattito a sinistra.

La conseguenza politica più rilevante di questo salto tecnologico è la scomparsa del conflitto come categoria e forza che interviene negli equilibri sociali. O meglio, come scrive Evgeny Morozov,

quando ci si lamenta del modo in cui la società digitale sia caduta così in basso si dimentica che nessuna tecnologia è buona di per sé, senza un conflitto sociale che l’attraversi e trasformi. La colpa non è di internet, bensì prima di tutto dell’assenza di una politica di sinistra in materia di tecnologia. 

Quali sono i soggetti negoziali? Quale la dinamica conflittuale? Quale il tema da contendere? 

Sono quesiti che rimangono sempre sullo sfondo e ostruiscono ogni possibile ricostruzione di un protagonismo politico che non potrà mai prescindere dalla capacità di interferire con le forme del potere del momento.

Come ci spiega uno spietato ma lucidissimo Bernard Stiegler in La Società automatica:

la missione di una sinistra del nostro tempo è quella di riprogettare le architetture del calcolo in una società del lavoro intermittente e immateriale. Il manifatturiero viene sostituito dall’informazionale, dalle forme della produzione della comunicazione e dello spettacolo sia come organizzazione che come tempi e modalità di relazione fra attività e individuo. Soprattutto come unica motrice del valore che si riproduce, come spiega Manuel Castells, producendo informazione mediante informazione. Qui cambia il mondo, e come diceva Engels, quando cambia la scienza deve cambiare anche il materialismo scientifico.

Mentre in realtà la sinistra non si cambia nemmeno la camicia.

In questo gorgo, aggiunge Stiegler, “con l’automazione intelligente, sapere e decisioni si staccano dal soggetto”. Ossia interviene l’arbitrato di un sistema di calcolo preveggente che sulla base dei big data può predire e programmare comportamenti e desideri.

Una tendenza che era già nell’orizzonte di un Marx che scriveva

non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande fonte della ricchezza, il tempo di lavoro cessa e deve cessare di essere la misura del valore d’uso. Il plusvalore della massa ha cessato di essere la condizione dello sviluppo della ricchezza generale, così come il non lavoro dei pochi ha cessato di essere della produzione allargata è, o potrebbe essere, non il lavoro umano diretto ma il patrimonio sociale delle conoscenze la condizione dello sviluppo delle forze generali della mente umana. 

Uno squarcio che Magri colse ed elaborò nelle tappe più discontinue della sua riflessione. Già nel 1962, nel suo intervento al convegno che abbiamo richiamato dell’Istituto Gramsci, con la comparazione fra il neo capitalismo americano e gli spunti di consumismo che stavano sostituendo la produzione come ordinatore sociale.Ancora più esplicitamente nelle tesi per il Comunismo che Lucio seguì meticolosamente, con il contributo di Marcello Cini – le tesi 72 e 75 – che affermano profeticamente come

la società umana, nei paesi avanzati, è giunta a un livello in cui la fonte decisiva della produzione allargata è, o potrebbe essere, non il lavoro umano diretto ma il patrimonio sociale delle conoscenze, fino a rendere possibile una espansione costante della produzione attraverso un uso sempre più efficace del capitale costante dato, e come effetto indotto dello sviluppo onnilaterale e complessivo della libera attività sociale.

C’è da chiedersi di cosa altro ci saremmo dovuti occupare in quei decenni fino a oggi se non di questa capriola del capitale. O ancora a Bellaria dove Lucio segue liberamente la sua capacità di analisi e interpretazione delle dinamiche già tutte evidenti sulla scena politico ed economica. I passaggi di quella relazione, assolutamente predittivi di quanto avverrà, sono quelli che conosciamo tutti: la storia si muove in un altro modo; il capitale copia il comunismo; il capitalismo cognitivo; la mancanza di una classe generale che nella sua immediatezza diventa soggetto egemone; l’inadeguatezza della resistenza operaia in fabbrica; la separatezza del processo tecnologico dalla matrice produttiva e industriale. È una scaletta che non trova riscontri in nessuna riflessione a sinistra non solo in quel tempo e non solo nella componente più radicale.

Il alto a sinistra con Paolo Bufalini e Enrico Berlinguer, con Luciana Castellina, in un comizio e con Giorgio Amendola

L’altro aspetto su cui vorrei discutere, che Magri non poteva certo prevedere, anche se in qualche modo avvertiva l’incombenza di scosse sistemiche, e su cui la sinistra si ritrae completamente riguarda la pandemia.

L’attuale quadro epidemiologico, con le forme e i tempi di una endemizzazione del virus che prolungherà nel prossimo decennio la necessità di strategie di contrasto al contagio, impone una riprogrammazione intima delle forme di convivenza, dal contatto fisico e emozionale, fino alla smaterializzazione dei luoghi e dei contesti di scuole, aziende, uffici, comunità.

Al centro di questa emergenza cronica della sicurezza l’ulteriore protagonismo attribuito al calcolo come ordinatore e persino antidoto sanitario al dilagare del virus. I dati i numeri, i titolari della capacità di assicurare queste estrapolazioni sono oggi i veri protagonisti dello scenario sanitario e sociale: senza avere un dato di conforto non si decide, non si organizza, non si parla. Questi indicatori numerici rimangono di assoluta pertinenza e controllo da parte di forze e interessi esterni al perimetro pubblico che la sinistra stessa cerca di orientare.

La destra ha trovato linguaggi e codici comunicativi per organizzare un popolo sovversivo nel solco di una nuova ondata di privatizzazione biologica, dove è direttamente il dominio sul corpo a essere oggetto di un processo proprietario e individuale. Una destra che ha elaborato un suo modo per irrompere anche nel campo più stabile della sinistra, come abbiamo visto con le opzioni novax di intellettuali accreditati, a cui si stanno accodando settori di una sinistra irregolare che si si collocano senza imbarazzi oggi alla testa di manifestazioni composte da componenti dichiaratamente neofasciste. O come abbiamo osservato nelle contorsioni delle confederazioni sindacali, in particolare proprio della Cgil, che si è prima astenuta nello scontro politico su vaccini e spazio pubblico, e poi addirittura ha offerto spazio e fianco a componenti che dal suo seno sono poi tracimate nell’area più dichiaratamente contraria a una strategia comunitaria. 

La dichiarazione del segretario generale della Fiom, Re David, all’indomani dell’aggressione fascista alla sede della Cgil, con la quale si dichiarava “stupito” di essere bersaglio di quella manifestazione, dato che – diceva Re David – “anche noi“ siamo contro il Green pass, simboleggia la pericolosa ambiguità in cui pencola la principale confederazione italiana nella cui pancia cominciano a farsi sentire quelle aree di iscritti e militanti che votano a destra nelle regioni del centro nord.

Il sovranismo Novax si innesta su una lunga ondata di rovesciamento dello stato sociale che era stata garantita dal lungo compromesso fordista. Sarebbe stato uno smacco clamoroso per la visione marxista della storia se ciò non si fosse realizzato. 

Con il mulino ad acqua avrai la società feudale, con il mulino a vapore la società industriale, recitava Marx a Proudhon. Quale società doveva essere prevista con l’avvento del mulino digitale? Esattamente quella che abbiamo attorno a noi. Una società dove la massa omogenea viene sostituita da moltitudini formicolanti di individui ai quali si danno strumenti, linguaggi e soluzioni per riprodurre valore e prole rimanendo distinti e distanti dai propri simili, anzi ricavando identità da una progressiva diversità – ancora di più, alterità – rispetto ai propri simili. Una società che Magri intravede in fondo al tunnel di Bellaria e su cui comincia a consumare la sua disperazione.

Dinanzi a questa poderosa mutazione antropologica vediamo una sinistra che preferisce dedicarsi al culto della retrotopia, come diceva Bauman, nella celebrazione di un passato che sostituisce ogni ambizione sul presente, come abbiamo visto in questi mesi con la meticolosa riproposizione di ogni ricorrenza o memoria connesse al centenario del Pci. 

Una celebrazione che ha quasi sempre esorcizzato una riflessione approfondita sul perché si sia dissolta quella possente macchina politica e sui motivi per cui in tutto il mondo, a tutte le latitudini, in ogni contesto, non si intraveda alcuna possibilità di ripresa di un modello di politica organizzata basa sul lavoro, come era appunto il Pci.

Non mi pare un caso che in questa orgia di celebrazioni, ricorrenze, rievocazioni, sia stata generalmente ignorato quel fondamentale passaggio degli anni ’60, a cavallo della scomparsa di Palmiro Togliatti, più precisamente il periodo che va del 1962 al 1966, diciamo quella stagione politica segnata da una parte dal convegno sulle nuove tendenze del capitalismo, organizzato dall’Istituto Gramsci nel marzo del ’62, fino al XI congresso del Pci del ’66.

Una stagione densissima, che coincide con fasi strategiche della storia italiana- dal centrosinistra, al concilio vaticano II, al miracolo economico, al rifiorire di arti e culture, e ancora la parabola declinante del modello industriale che ci avrebbe poi portato al ’68-’69 e che vide il Pci alle prese con temi strutturali della dinamica capitalista, sulle cui risposte è utile oggi tornare. In quello snodo ritroviamo aspetti persino preveggenti della relazione fra politica e innovazione socio tecnologica che riscontriamo come essenziale oggi: dalla ripresa della conflittualità operaia, ai dualismi di strategia economica, come il ruolo delle partecipazioni statali, il caso Mattei, il miraggio dell’Olivetti e l’azione della Fiat, o ancora al riformismo di programmazione che parte emergente della cultura cattolica proponeva, fino a quella performante rivoluzione passiva indotta e guidata dal consumo. 

Proprio il convegno del Gramsci, con la relazione di Trentin, ma anche le impennate dei giovani eterodossi come Magri, Libertini e Foa, indica una linea di confronto e di conflitto che fu poi rapidamente abbandonata, dopo la successiva conferenza operaia di Genova curata da Luciano Barca, per risolversi nella contesa Amendola-Ingrao che vide soccombere definitivamente la componente della cosiddetta sinistra comunista. 

All’esterno del Pci cominciavano a strutturarsi correnti di pensiero quali l’operaismo dei Quaderni Rossi, da una parte, le spinte del riformismo dall’alto, più vicine al partito socialista, di Modigliani, Sylos Labini e Ruffolo, che non trovarono modo di influenzare il dibattito interno al Pci, ma che annunciavano nuovi sviluppi del dibattito politico nella sinistra.

Il pensiero di Magri appare come una delle pochissime lucide espressioni di un marxismo non euclideo.

Sapendo ormai come sia andata la storia, e come si sia concluso quel film non dovrebbe oggi essere difficile confermare quanto avesse ragione il magri più esplicito e temerario, quello della prima relazione al convegno, rispetto al testo mitigato che comunque tanto piacque a Sartre.

Ritrovo in questa autocensura di Lucio, la stessa che poi vede Trentin per decenni dimenticare in un cassetto la sua relazione sulle nuove figure professionali del neo capitalismo americano, una dimostrazione di quella dissociazione di cui parlavo all’inizio, quella contrapposizione fra quanto si intuisce e quello a cui si vuole rimanere legato. 

C’è un passaggio particolare della relazione di Bellaria che sintetizza tutta quella che io vedo come l’ottimismo della volontà magriana a stare in un solco ideologico che proprio il pessimismo della sua ragione vedeva esaurirsi. Lui scrive ad un certo punto, concludendo le sue considerazioni che spiazzavano e sbigottito la platea, ricordiamoci che siamo alla fine del 1977, “ se ipotizziamo invece che quell’esperienza (parla della storia del comunismo della terza internazionale NdR) si chiuda con un fallimento senza residui, che le rivoluzioni nazionali e la democrazia progressiva di massa occidentali vengano recuperate a pieno nella logica del nuovo stato repressivo allora non ci troveremo di fronte solo ad un rinvio dei tempi, ma dovremmo ripensare da capo la storia del futuro e il marxismo ci servirebbe ben a ben poco”.

Rimase sospesa questa avvertenza nei decenni successivi, mentre si dipanava la tela del capitale che dispiegava ogni singola variabile che magari aveva contemplato. Lui con la sua appassionata e tenace determinazione provò in tutti i modi a squarciare quel velo. Poi ne trasse le conseguenze, lasciandoci comunque uno straordinario contributo per poter comunque volare, prima o poi.

Alla ricerca di un altro marxismo ultima modifica: 2021-11-21T20:49:22+01:00 da MICHELE MEZZA
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