Quirinale. Tanto c’è tempo…

ROBERTO DI GIOVAN PAOLO
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La trasformazione sta già avvenendo. Gli italiani e gli opinion maker si stanno trasformando, come Hulk: fino alla scorsa settimana commissari tecnici in vista delle qualificazioni mondiali, poi di nuovo virologi (ormai veste abituale) per la quarta o quinta ondata Covid, a breve Quirinalologi. Eh sì, perché nonostante siano sei mesi che tutti parlano del prossimo inquilino del Colle più alto (politicamente parlando) di Roma, aggiungendo alle considerazioni il classico “ma comunque c’è ancora tanto tempo”, non è escluso che alla prossima Conferenza dei capigruppo della Camera il presidente Fico, cui spetta l’onere e l’onore della convocazione (i “grandi elettori” deputati e senatori e i rappresentanti regionali vengono convocati a votare alla Camera dei Deputati), decida di indicare da subito una data che dovrà essere approssimativamente a fine gennaio, e finora i lavori parlamentari sono stati organizzati fino a Natale.

Dunque ci siamo.

E non a caso il presidente Mattarella proprio la settimana passata ha scelto di segnare ulteriormente il confine della proposta di “rielezione” (su cui torneremo tra poco) ricordando che i presidenti Segni e Leone (e Leone era un fine giurista di scuola napoletana) erano contrarissimi alla rielezione del Presidente e volevano metterla in Costituzione, magari abolendo la questione del “semestre bianco” (robe da giuristi, ma insomma, anche per evitare che un Presidente uscente brigasse per essere rieletto).

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Tolto di mezzo Mattarella (ma, ripeto, ci dobbiamo per forza tornare) quali sono gli scenari possibili e le implicazioni conseguenti?

Sulla carta e a scanso di giudizi morali (hai voglia se ne abbiamo, di morali, prima ancora di cedere al moralismo) il centrodestra è il “gruppone” formalmente più compatto e che sarebbe a soli circa sessanta voti dalla elezione al quarto scrutinio, quando si elegge il Presidente con la maggioranza semplice degli elettori.

Sembrerebbe lo scenario più semplice, considerando che Meloni e Salvini consegnerebbero al passato semplice (meglio all’“imperfetto”) Berlusconi e si assicurerebbero un sicuro riferimento per il loro futuro elettorale. Eppure… Eppure i sessanta voti che mancano li troverebbe solo Berlusconi stesso (i metodi spicci per raccattare consensi li ha dimostrati nel caso, anche giudiziario, del Prodi 2) e certamente non gli fanno difetto i numeri, visto che questa legislatura ha registrato il più ampio “cambio di casacca” della storia repubblicana, con un gruppo misto alla Camera di circa 47 deputati, al Senato di 66 e non iscritti (che non sarebbe manco nei regolamenti) di, rispettivamente, 22 e 26. Una massa di manovra che non spaventa, anzi esalta Berlusconi, considerate le voci anche su Italia Viva (che ovviamente nega recisamente, essendo decisiva anche in altri casi meno “divisivi”).

Però a quel punto Berlusconi dovrebbe ringraziare solo se stesso, non certo Salvini e Meloni. E negli ultimi tempi non ha fatto che sottolineare in maniera implicita e talvolta esplicita ciò che molti dicono da tempo: Meloni o Salvini sono inadatti per il ruolo di Presidente del Consiglio. Perché il centrodestra italiano non abbia mai trovato un “Prodi di destra”, un professore incensurato e presentabile, è argomento di riflessione assieme alle caratteristiche particolari della destra italiana (e dei suoi elettori), ma tant’è. Berlusconi in buona sostanza non garantirebbe altre “primazìe” nel centrodestra finché è vivo, ormai è chiaro e allora, forse, il rischio per lui è vedersi “impallinato” dai suoi stessi compagni di viaggio del centrodestra alla prima votazione e uscire definitivamente di scena. Gli conviene? Secondo noi Gianni Letta gli spiegherà che è meglio avere un inquilino del Quirinale con cui parlare che provare ad andarci e rimanere definitivamente azzoppato. E quindi evitiamo anche di interrogarci su eventuali imbarazzanti visite diplomatiche all’estero… Un Amato senza i voti del M5S in questo caso ci starebbe. Anche se è molto “Ancien Regime”.

La “subordinata” del centrodestra è l’elezione di un Presidente della Repubblica che non sia emulo di Scalfaro (che scelse Dini come Presidente del Consiglio, di transizione, facendoselo indicare da Berlusconi…) e accetti un eventuale vittoria del centrodestra nelle urne. Ora, a parte il fatto che anche Ciampi, Napolitano o Mattarella hanno esercitato questa funzione di rispetto delle elezioni in maniera impeccabile ed è uno dei compiti precipui del Presidente, è comprensibile che una candidatura più orientata o disponibile verso il centrodestra potrebbe riscuotere il consenso del centrodestra compatto e di buona parte del centrosinistra: in questo senso un Casini (impegnato dall’inizio del maggioritario nel centrodestra ma eletto incredibilmente proprio nella sua Bologna dal Pd, l’ultima volta) sarebbe il Presidente “anfibio” che farebbe al caso. Ma anche la ministra della giustizia Cartabia, già presidente della Corte Costituzionale, tendenzialmente conservatrice illuminata e però votabile anche dal centrosinistra (non da M5S per via dell’ultima riforma della giustizia, ovviamente). 

Però queste erano considerazioni che si potevano fare anche prima della venuta di Draghi. Qui si è aperto un terzo scenario: Draghi Presidente; Draghi Presidente con una Presidenza del Consiglio “Draghiana”; Draghi fermo dove sta ma che partecipa a scegliere un Presidente. È uno scenario con molte note di cronaca più che di prospettiva. L’unica prospettiva è che avendo ricevuto Draghi come un “uomo della Provvidenza” al Governo ed avendolo votato in Parlamento con una coalizione del novanta per cento per combattere la pandemia, garantire la ripresa e non perdere gli oltre duecento miliardi che l’Unione Europea ha messo a disposizione dell’Italia col Pnrr, la considerazione più semplice è che se lo si elegge al Quirinale, cosa ovviamente possibilissima per i numeri del parlamento attuale (che è l’unico che conta e vota, non votano i sondaggi), chi potrebbe presiedere al suo posto un governo così bizantino e legato al suo carisma personale? Che però registra nelle ultime settimane qualche votazione in cui è andato sotto come “avvertimento” che non può esserci un governo dei tecnici di “serie A” e della politica di “serie B”, (vedremo se rimangono solo avvertimenti).

Draghi al Quirinale ha pochissimi sostituti come Presidenti del Consiglio (Gentiloni? Cartabia? ma allora qualcuno dice “che li si mandi al Quirinale al suo posto, se lo garantiscono fino al 2023” almeno). Il nodo, che è tutto politico e non pare per ora riscuotere consenso e indicazioni come dovrebbero fare invece i partiti, è come garantire l’esperienza di Draghi come un “continuum” dell’esperienza italiana in tempi di pandemia e Pnrr senza chiedere solo a Draghi di presiedere tutto ciò che è “Presidenziabile”.

Ovvero, se si crede nella formula Draghi, tecnicalità ma democratica, e con rispetto di istituzioni e partiti, perché non si elabora una strategia a medio-lungo termine per praticare questa politica anche necessitata dai tempi invece di renderla solo “personalizzata”? Oppure non ci si crede davvero, e allora quelli di cui sopra sono solo un piccolo avvertimento della frana e poi del terremoto che arriverà.

In ultimo (ma è sempre un “penultimo” vedrete) lo scenario che sembra – si dice – viene attribuito a Letta. Conscio che la conventio ad excludendum è stavolta contro il Pd (e non perché afferisce all’attuale inquilino del Colle), Letta potrebbe immaginare di eleggere Draghi al Quirinale per rifare un governo “draghista” che sbarchi la Lega e puntare a elezioni che legittimino o una maggioranza draghista o una maggioranza “Ursula” (quella che elesse la Von Der Leyen presidente della Commissione Europea, ovvero col Pse e il Ppe – che in Italia è solo Forza Italia ed ex Dc di centrodestra), ma col M5S “governista”. Un gioco d’azzardo per Letta, ma comprensibile per un segretario che governa il partito seduto su un vulcano.

Fin qui quattro scenari, possibili, ragionati. Con alcune notazioni generali che valgono per tutti: entro venti giorni o giù di lì convocano i grandi elettori e i partiti hanno l’obbligo (anche per motivi reputazionali vista la sfiducia e l’astensionismo a livello di massimo storico alle ultime amministrative) di dire la loro, perché se non trovano una “quadra” alle prime votazioni, ovvero entro la quarta o la quinta (le prime due che prevedono la maggioranza semplice) lo scenario diventa quello della elezione di Leone nel 1971: eletto al 23esimo scrutinio il 24 dicembre, e non sappiamo quanto abbia inciso il fatto di prevedere – senza quell’accordo – di votare a Natale e feste collegate…

In quel caso, in questo caso malaugurato, ci sarebbero strappi politici e polemiche. Alcuni non sarebbero certo contenti e alla fine il risultato favorirebbe il “piano inclinato” verso elezioni anticipate 2022, nel disordine più grande, con la pandemia in corso e la terza rata del Pnrr da discutere (e pure la firma del contratto Italia-Ue su altri circa settanta-ottanta miliardi di euro del piano stabile Ue 2021-2027). I risultati non sarebbero certo prevedibili e legati direttamente alla quota di astensione popolare… Non vorremmo essere nei panni di “quel” nuovo Presidente della Repubblica.

Oppure torniamo alla casella iniziale. Mattarella non vuole essere rieletto, per motivi di grande rilievo: l’età, il suo senso delle istituzioni, il non accordo – in maniera sobria ed elegante – con quanto fece il suo predecessore Napolitano.

Non dimentichiamolo, Napolitano fu assoluto protagonista in quegli anni: convinse Bersani (che cedette subito) che non era il caso di avere elezioni anticipate nel 2011 alle dimissioni di Berlusconi dopo la lettera dell’Ue sul bilancio italiano; chiamò Monti alla Presidenza del Consiglio e ri-convinse Bersani (che ri-cedette subito) che Monti non si sarebbe candidato alle elezioni e lo nominò senatore a vita (e infatti…); accettò di essere rieletto (per necessità) e fustigò i parlamentari nel suo discorso di insediamento con espressioni di censura (che invece degli applausi avrebbero dovuto favorire una fuga piena di vergogna nel sottoscala di Harry Potter) e di fatto preannunciò una “presidenza a tempo” (ovviamente mai esplicitata formalmente) che cozza con la forma e la sostanza del dettato Costituzionale.

Mattarella è uomo di buone maniere e di saldi principi costituzionali (professore di diritto, membro della Corte costituzionale, al di là della politica). 

Certo, come ha giustamente notato recentemente Petruccioli in un’intervista al Riformista (ma non è l’unico: Formica, Flick etc.) al soglio di Presidente della Repubblica non ci si candida, e non solo per tattica (la “scomparsa” dai radar delle polemiche dell’ultimo anno di Casini, per esempio), e i “grandi elettori” sono chiamati a far parte di un “collegio elettorale” ovvero di un seggio, dove si vota solamente e non si dichiara.

Se qualcuno volesse mantenere Draghi a Palazzo Chigi e Mattarella al Quirinale non ha da far altro che eleggerlo al primo scrutinio col novanta per cento dei voti della maggioranza governativa attuale (e forse pure qualcuno di Fratelli d’Italia) e mandargli, come da liturgia costituzionale, i Presidenti di Camera e Senato con i risultati dello scrutinio e attendere la sua risposta.

In quel caso, finora non si è mai registrato un “gran rifiuto” e sarebbe difficile non richiamare il “sacrificio” che il Capo dello Stato ha chiesto a Draghi.

Insomma, sul Quirinale, c’è molto da riflettere. Ma come si legge nelle dichiarazioni sui giornali, “tanto c’è tempo…”.

Quirinale. Tanto c’è tempo… ultima modifica: 2021-11-21T19:26:56+01:00 da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO

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