La vita (segreta) delle sette note

La grammatica musicale di Bruno Aprea in un libro pubblicato da Laterza.
MARIO GAZZERI
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Echi, sospensioni, respiri, esitazioni. Sono la forma-materia della musica che integra la sette note dando loro la vita e che, si suppone, il compositore avrebbe voluto dar loro, così come accade anche per lo “staccato” e, ancor di più, per il “legato” o i vari “accenti”. Ma, nella più incorporea espressione artistica dell’uomo, le regole non scritte sono la materia su cui possono intervenire, in definitiva, solo l’esecutore, l’orchestra, il pianista, il violinista o altri solisti. Molti musicologi hanno nel tempo osservato che il primo passo di un allontanamento tra ispirazione musicale ed esecuzione avviene fin dal momento in cui il compositore comincia a scrivere le note sul pentagramma di uno spartito vergine, traducendo un’ispirazione in segni grafici. Il secondo passo, poi, è la personale lettura che ne fa, ad esempio della Quarta di Brahms o della Terza (Renana) di Schumann, il direttore d’orchestra e, infine, il distacco si completa con l’esecuzione dell’opera.

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Quindi, una ispirazione musicale viene dapprima scritta passando poi per la bacchetta del direttore e, infine, per l’interpretazione dei singoli orchestrali. C’è poi il fattore “ascolto” che riguarda il pubblico e che può essere diverso da ascoltatore ad ascoltatore. Ma questa è già una questione diversa. Numerosi esperti hanno tentato di affrontare il tema per cercare di giungere ad una qualche conclusione teorica ma senza che gli studi fatti al riguardo abbiano in realtà convinto. Il maestro Bruno Aprea (figlio ottantenne del compositore Tito Aprea) ha cercato di analizzare la questione nel suo recente libro Vita segreta delle sette note. Sette brevi lezioni di musica, un interessante studio (Edizioni Giuseppe Laterza) che lo storico Carlo Ginzburg ha definito “uno scritto sorprendente”.

Pare di capire, insomma, che quello che, ad esempio, ha scritto Thomas Mann (diciamo nel Doktor Faustus, per rimanere in tema musicale) resterà sempre uguale, quale che sia l’anno di stampa o l’editore. Nella musica, ed è intuitivo, è invece tutto diverso. Aprea pone la sua attenzione sul “momento embrionale della nascita di ciascun suono” e sottolinea al riguardo l’importanza del “legato” che “mantenendo il colore della nota precedente, deve “avvitarsi” in quella successiva”. L’arte del “legato”, secondo il Maestro, esprime “il divenire della musica”. Aprea va oltre e arriva a formulare un parallelismo tra la musica e i canti della Commedia di Dante trovando relazioni musicali nel fraseggio, nel “colore” dei suoni e nella dinamica, tra i versi del Sommo Poeta e il linguaggio musicale. Il “legato” funziona in genere solo tra due note, se fossero di più si avrebbe infatti una sorta di arpeggio.

È un passaggio tecnico, o forse un espediente artistico, che consente alla prima nota di sopravvivere alla seconda assieme alla quale convive per un poco e che richiede grande sensibilità e nel pianoforte e nel violino. “Legato” praticamente sconosciuto, o non usato, in epoca barocca quando l’attenzione di Bach e dei suoi epigoni era tutta concentrata sullo studio del contrappunto e su una nuova grammatica musicale che portò tra l’altro all’eliminazione di alcuni suoni superflui, in quanto troppo simili tra loro. Ragion per cui, ad esempio, il si diesis fu equiparato al do e il fa bemolle al mi, come si può ben vedere semplicemente osservando la tastiera di un qualsiasi pianoforte. Il ‘”legato”, lo “staccato”, gli “accenti”, i “respiri”, le coloriture melodiche furono il frutto della nuova sensibilità musicale che si venne affermando nel primo ottocento con gli autori dei periodi preromantico e romantico, soprattutto nel mondo austro-tedesco mentre in Italia la musica, anche se spesso divina, continuava ad essere sostanzialmente di appoggio all’opera teatrale.

Ma, come ricorda anche il critico musicale ungherese Otto Karolyi, furono anche il frutto del contemporaneo sviluppo degli strumenti ed in particolare del pianoforte che sostituì il clavicembalo e il suo “pizzicato” e che consentì agli esecutori di “perpetuare” il suono delle note grazie all’introduzione del ‘pedale di risonanza’ nel pianoforte. Intervenendo con il pedale di risonanza (quello di destra, per intenderci) ogni nota continua a vibrare grazie al meccanismo che solleva tutti i martelletti ricoperti di feltro che non sono quindi più in contatto con le corde. Sulla natura della musica e sulla sua ‘consistenza’ sono stati scritti molti libri, da musicisti, da musicologi e critici ma anche da fisiologi e neuropsichiatri come l’americano Oliver Sacks, autore di un ponderoso volume intitolato Musicofilia. Ma al riguardo, e in conclusione, vorremmo citare il grande direttore e pianista israelo-argentino Daniel Barenboim secondo il quale

il suono di per sé non è un fenomeno indipendente ma è in costante e imprescindibile relazione con il silenzio. In questo contesto, la prima nota non rappresenta l’inizio, essa proviene dal silenzio che la precede.

La vita (segreta) delle sette note ultima modifica: 2021-11-22T18:38:57+01:00 da MARIO GAZZERI
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