Altre politiche per la Spagna

Una leadership femminile scuote la scena politica spagnola. Cinque donne, impegnate a diversi livelli locali e nazionali, rivendicano la necessità di “politiche altre” a partire da una forte identità femminista, dall’idea che diseguaglianza e crisi climatica sono i temi chiave di questo passaggio storico, dalla convinzione che le nuove destre internazionali sono la forza da battere e che bisogna praticare nuove forme di fare politica. Sullo sfondo, il tentativo di costruire un soggetto politico che riunisca le sinistre non socialiste.
ETTORE SINISCALCHI
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Il 13 novembre a Valencia un meeting politico ha smosso lo scenario della sinistra spagnola – e le emozioni di elettrici e elettori. Cinque donne – Yolanda Díaz, vicepresidente seconda del governo Sánchez e ministra del Lavoro, Mónica Oltra, vicepresidente della Comunità valenziana, Mónica García, portavoce di Más Madrid, la sindaca di Barcellona Ada Colau e la deputata della città autonoma di Ceuta, Fátima Hamed – hanno promosso un’iniziativa destinata a influire sul futuro delle sinistre spagnole. Svincolate dalle loro sigle di appartenenza, giocando volontariamente sul doppio senso del titolo – “politiche altre” proposte da “altre politiche” – le cinque rappresentano l’imporsi di una nuova leadership femminile nella sinistra spagnola.

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Per quanto negato dalle promotrici, tutti hanno guardato all’iniziativa come al primo passo di un progetto che Díaz ha più volte definito come necessario: la costruzione di un soggetto politico unitario a sinistra del Psoe – obiettivo più volte inseguito, senza successo, dal declino del Pce. Le cronache hanno descritto l’atmosfera di speranza che si respirava dentro e fuori il teatro, l’idea che si fosse a un momento di svolta, che questo nuovo non fosse senza rapporto col passato. “Porque fueron somos, porque somos serán” [“Perché furono siamo, perché siamo saranno”] è stato uno degli slogan più citato del momento. Frase del repertorio culturale del movimento contadino e operaio internazionale, anche motto nazionale aragonese, è stata fatta propria dal femminismo delle Americhe e in lingua spagnola. Guardare alle protagoniste della giornata ci consente di orientarci nella mappa politica spagnola a cui facciamo riferimento.

Cinque leader con percorsi militanti

Mónica Oltra, 52 anni, faceva gli onori di casa. Vicepresidente, portavoce e consigliera di Uguaglianza della Generalitat valenziana, leader di Compromis, coalizione regionale di partiti di sinistra che governa coi socialisti. Nata in Germania da genitori emigrati in cerca di libertà e lavoro, tornata negli anni ’80, è passata dal Partito comunista valenziano e da Izquierda unida, da cui uscì in dissenso con purghe interne, per fondare con altri Iniciativa del Poble Valencià che ora guida. Avvocata, impegnata nel supporto legale della comunità LGTB+ valenziana, è stata una protagonista del terremoto politico che portò il Pp, schiacciato dalla corruzione, a perdere per la prima volta il governo dell’Autonomia, introducendo il Psoe alla presa di coscienza che, per governare, doveva accordarsi con i nuovi partiti di sinistra, anni prima del governo nazionale Psoe-Up. ​

Colau a Roma il 2 settembre, al comizio di apertura della campagna elettorale di Roberto Gualtieri, sullo sfondo la chiesa di Santa Maria in Cosmedin [foto dell’autore]

Ada Colau, 47 anni, è la conosciuta sindaca di Barcellona. È stata a Roma recentemente, partecipando anche all’apertura della campagna elettorale per Roberto Gualtieri sindaco. Governa Barcellona al suo secondo mandato assieme ai socialisti catalani (Psc) – nel 2017 l’alleanza si ruppe per l’appoggio socialista all’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione che commissariò la Generalitat catalana. C’è chi invoca un terzo mandato ma la sindaca sembra guardare altrove. Sa che la polarizzazione nazionalista ha messo la sinistra in difficoltà. Malgrado un governo della città complessivamente all’altezza, non esente da pecche, soprattutto iniziali, ma smentendo i timori legati alla poca esperienza politico-istituzionale dei Comuns e della stessa Colau, proveniente dai movimenti di lotta per la casa, soprattutto la sinistra catalana immersa nell’egemonia nazionalista – in crisi ma ancora dominante – guarda con ostilità all’esperienza barcellonese, che ha costituito e costituisce un ostacolo a nazionalismi di destra e di sinistra. Adesso è impegnata nel tentativo di proiettare su scala regionale l’esperienza di Barcelona en comù, formazione alleata ma autonoma da Podemos, con la costruzione di Catalunya en comù. Compito difficile ma forse obbligato per offrire un’alternativa di voto in territori saldamente presidiati dall’indipendentismo – o dai socialisti.

La locandina dell’incontro di Valencia

Fatima Hamed Hossain, 43 anni, è la leader del Movimiento por la Dignidad y la Ciudadanía (Movimento per la dignità e la cittadinanza) di Ceuta (una delle due enclave spagnole in Marocco, l’altra è Melilla). Figlia di marocchini, è la prima donna musulmana a dirigere una formazione politica con rappresentazione elettorale. È una riconosciuta avvocata di diritto civile e commerciale con un’ampia traiettoria nella tutela dei diritti umani e nell’uguaglianza, tutor di legge alla Uned (l’università telematica nazionale) di Ceuta. Praticante, indossa il velo, impegnata per i diritti delle donne, nel parlamento di Ceuta ha ingaggiato duelli con Vox che hanno fatto il giro del paese. La crisi dell’alleanza tra popolari e Vox – impossibile per i primi eliminare ogni programma rivolto alla popolazione marocchina (almeno il 50% dei residenti) come voleva l’estrema destra – ha fatto puntare i riflettori nazionali sull’enclave. Il Pp governa ora in minoranza con l’appoggio socialista per il bilancio. Hossain ha consolidato il suo profilo nazionale dopo aver presentato una mozione per dichiarare il leader di Vox, Santiago Abascal, persona non grata sul territorio della città autonoma, a sorpresa accolta dal parlamento ceutino.

Mónica García, 47 anni, è portavoce del gruppo di Más Madrid nell’Assemblea di Madrid, il parlamento autonomico. Anestesista, figura di spicco della lotta della sanità pubblica madrilena contro tagli e privatizzazioni, con lo scoppiare dell’epidemia ha denunciato la mancanza di personale, gli sprechi di denaro, gli errori e le scelte scellerate dell’amministrazione regionale, diventando la bestia nera della gestione dell’emergenza di Isabel Ayuso, la presidente della Comunità madrilena – il distretto della capitale ha rango di regione autonoma – confermandosi nel ruolo una volta divenuta deputata e portavoce. I genitori sono entrambi psichiatri; il padre, Sergio, fu deputato comunista nel primo parlamento della Comunità di Madrid, nel 1983. Más Madrid è la formazione fondata dalla ex sindaca Manuela Carmena e Iñigo Errejón, ex fondatore di Podemos, ultimo a lasciare Iglesias al culmine del percorso di purghe e scontri interni.

Díaz e Colau in un’altra iniziativa, questa volta a Barcellona il 20 novembre, per la III Assemblea di Catalunya en comù. Foto Twitter Yolanda Díaz

Yolanda Díaz, la politica più apprezzata dagli spagnoli

Yolanda Díaz, 50 anni, galiziana, avvocata del lavoro, è la donna attorno alla quale questa leadership femminile si è stretta per prendere l’iniziativa. È la figura emergente della politica spagnola. Si è formata tutta dentro a una tradizione comunista e sindacale, il padre, Suso, iscritto al Partito socialista galiziano era militante delle Comisiones obreras (CC.OO), di cui fu segretario generale. Díaz divenne brillante studentessa di legge – per scelta etico-politica, era attratta dalla filologia – laureandosi con lode e conseguendo tre master. Da avvocata per il sindacato è diventata una rispettata giuslavorista, contribuendo a risoluzioni di crisi e firme di accordi, poi ha iniziato a militare con Izquierda unida. La ricerca dell’accordo è parte integrante della sua formazione sindacale e “eurocomunista”. Da ministra del Lavoro ne ha siglati ben sei fra le parti sociali, contribuendo alla difficile tenuta e al successivo rilancio del mercato del lavoro davanti allo tsunami scatenato dall’epidemia. Dialogante e concreta nello stile ministeriale, misurata ma chiara nelle dichiarazioni, Yolanda Díaz è, per la seconda volta, la politica meglio valutata nel periodico sondaggio del Cis (Centro de Investigaciones Sociológicas, l’Istat spagnolo) davanti a Pedro Sánchez – ma comunque, nella polarizzata politica spagnola, sotto alla sufficienza col punteggio di 4,75.

Il suo contraltare nel governo è la ministra dell’Economia e prima vicepresidente, Nadia Calviño. Giovane brillante tecnica del ministero che ora guida, nel 2006 va alla Commissione europea lavorando in snodi cruciali, concorrenza, bilancio, politiche fiscali. Calviño “garantisce” l’esecutivo di Sánchez davanti a Bruxelles e ai mercati; Díaz lo fa davanti ai sindacati e al mondo del lavoro. Che rappresentino due visioni differenti è noto. Il contrasto è esploso nel caso della riforma della legge sulle Pensioni di Mariano Rajoy. Il Psoe ha tentato di sottrarre la riforma al ministero del Lavoro, che normalmente sovrintende al tema, per darla alla vicepresidenza economica di Calviño. “Derogazione” o “riforma” della legge i termini del contendere, su un punto qualificante dell’accordo di governo, in quella che è sembrata parte di un’offensiva più ampia del Psoe nei confronti degli alleati.

Nello stesso periodo giungeva l’inabilitazione da deputato Alberto Rodríguez di Podemos da parte della presidente socialista della Camera, Meribel Batxet su richiesta del Tribunale supremo a seguito di una condanna per una presunta aggressione a un’agente di polizia in una manifestazione del 2014 – suscitando una vera crisi della maggioranza e nella stessa Podemos. Una sentenza discussa, per la vulnerazione della presunzione d’innocenza, la parola del poliziotto non era confermata neanche dai suoi colleghi e non sono state accolte testimonianze che situavano Rodríguez altrove, e per le conseguenze sull’autonomia del potere legislativo da quello giudiziario.

Díaz e Calviño, assieme a Pedro Sánchez, conversano col primo ministro portoghese António Costa nel palazzo della Moncloa il 28 ottobre scorso. Foto Flickr La Moncloa

Se di offensiva volontaria si trattava non si è conclusa bene per il Psoe. Díaz ha mantenuto le posizioni, ottenendo un indiretto riconoscimento da parte della Commissione europea, che già stava lavorando alle bozze del nuovo sistema inviate dal ministero del Lavoro nel procedere del dialogo fra le parti sociali. Rodríguez si è rivolto al Tribunale Costituzionale, tappa per il Tribunale europeo dei Diritti umani, e gli allarmi di giuristi e studiosi delle istituzioni per la sentenza non si placano.

La giustizia spagnola continua a essere soggetto e oggetto dello scontro politico, attraverso sentenze e condanne di inabilitazione e scioglimento a seguito di legislazioni antiterrorismo e di ordine pubblico, o di loro interpretazioni particolarmente repressive. Un fatto che si riflette anche nel rapporto difficile con le istituzioni di giustizia europea che sempre più spesso non riconoscono la conformità di sentenze e sanzioni al diritto internazionale.

La socialdemocrazia, spettro che si aggira per il mondo

Díaz si è conquistata sul campo autorevolezza e riconoscimento degli interlocutori. Nel governo ha rappresentato la conciliazione della tutela degli interessi dei lavoratori con le necessità del sistema economico. Suggerisce, la politica della ministra, che ci sia reale possibilità di limare il profitto in senso redistributivo senza indebolire l’impresa, che guardare alla società, che esiste, si deve e che ripartire meglio il carico, non solo nella crisi, attrezzi meglio a affrontare la ripresa e il cambiamento. Díaz rappresenta in questo una visione squisitamente socialdemocratica che il Psoe di Sánchez, avviluppato nel socialismo liberale in crisi della Terza via, non riesce credibilmente a rappresentare.

C’è spazio per questa visione nella Spagna e nell’Europa (e nelle Americhe) di oggi? L’Unione europea sembra essere ancora saldamente a trazione liberale ma per affrontare l’emergenza pandemica ha adottato strumenti propri della socialdemocrazia. Non è un cambio di paradigma ma certamente costituisce una frattura. La Germania, per il dopo Merkel, ha affidato la prosecuzione delle sue politiche socialdemocratiche ai legittimi detentori del brand, la Spd, non fidandosi dell’anima liberale dei democristiani. Negli Usa le ricette dei socialdemocratici fanno parte dell’elaborazione del governo federale. Il percorso è ancora tutto davanti. La crisi climatica, la trasformazione tecnologica nel lavoro, nell’economia e nel potere, tutto è in atto; la stessa crisi del Covid-19 ci accompagnerà ancora per qualche anno. Difficilmente la sinistra più o meno “radicale”, in Spagna e in Europa, potrà giocare un ruolo in questa fase di grandi cambiamenti, scelte strategiche, allocazione di ingenti risorse, se non sarà capace di rinnovarsi.

Secondo Iván Redondo, ex consigliere politico di Pedro Sánchez, che ne ha scritto su La Vanguardia in questo intervento solo per sottoscrittori, in Spagna c’è spazio per una sinistra laburista che riesca a rappresentare anche altre più nuove esigenze. Redondo, indirettamente, consiglia a Sánchez di coltivare l’interlocutore a sinistra, non temere la sua crescita e riservare “l’audacia” – di cui il Sánchez consigliato da Redondo fu campione – al confronto con la destra, muovendo per l’apertura di una crisi in Andalusia che porti a una riconquista delle sinistre dello storico granaio di voti socialista. Questo sembra anche il contesto individuato da Díaz. Che mette quest’area politica davanti alla scelta tra l’essere soprattutto identitaria e rivendicativa o influire sui processi politici, governare, modificare lo stato di cose presente. Bellissimo, a descriversi, ma non di attuazione facile né, con certezza, possibile.

Yolanda Díaz, a Barcellona il 20 novembre, ha appoggiato i Comuns definendo la loro “una politica que ha costruito ponti, scommesso sul dialogo, che davanti a chi ci diceva che esisteva una sola Catalogna ha dimostrato che c’erano due catalogne, molte catalogne”. Foto @Yolanda_Diaz_.

È almeno il terzo tentativo di creare unità a sinistra del Psoe. Il primo fu Izquierda unida di Julio Anguita, che aprì il Pce a un’alleanza con verdi e altre sinistre. Podemos è stato l’altro grande tentativo, naufragato nella rincorsa al sorpasso del Psoe e nelle lotte interne, nel dominio del nucleo duro dei fondatori attorno a Pablo Iglesias incapace di affrontare la pluralità e progressivamente infrantosi. L’esperienza che offrì un’alternativa politica alla Spagna dopo il 15M, e che è stata oggetto di feroci campagne attuate anche da settori dello stato e con metodi illegali, ha esaurito il suo compito aggregatore. Pablo Iglesias, ritirandosi dal governo e dalla politica attiva, alla quale continua a guardare facendo sentire la sua voce, ha sancito la fine di un ciclo. Sembra aver puntato sulla leadership e sul cambiamento di Yolanda Díaz. All’incontro di Valencia Podemos non c’era, anche se nessuna dichiarazione ostile è arrivata dalle fila dei viola è certo che affrontare un processo federativo che significa la fine delle ambizioni egemoniche del partito non sarà facile.

Una socialdemocrazia delle donne?

Di diverso, questa volta, sembra esserci l’autorevolezza di Yolanda Díaz, creatasi anche attraverso l’azione di governo. E l’essere la rappresentante di una leadership nuova e preparata che, come accade nel movimento contro il cambiamento climatico, è composta prevalentemente da donne. Le donne avanzano in politica – Ayuso, Meloni, mentre tramonta Le Pen, a destra; ma questa sinistra, come i movimenti, vede una predominanza femminile nei quadri, una presenza massiccia nella militanza e una capacità d’elaborazione alla pari, nel confronto di genere, in grado di contribuire a costruire un’egemonia in questa fase che è anche di profonda “guerra culturale”, seppure siano tramontate le ideologie. Calviño sembra destinata a ruoli istituzionali europei e il Psoe di Sánchez, malgrado il governo del 60% di ministre e le tante dirigenti, è ancora un partito sostanzialmente maschile.

Altra differenza è l’arrivare ora, nella Spagna di oggi. Nel pieno della crisi della democrazia e delle istituzioni, con la sfiducia nella monarchia mai così alta e la fine del bipartitismo, col 15M e il movimento degli Indignados a segnare un punto di svolta nel rapporto tra politica e società. Nella crisi del patto territoriale, riesplosa con la crisi catalana ma ben presente oltre essa, col sorgere di nuove e sempre più forti formazioni regionaliste e municipaliste. Ma anche davanti al confronto di genere, alla crisi della società maschile, alla rivendicazione delle identità sessuali percepite, alla crisi delle sinistre e del femminismo davanti alle nuove rivendicazioni. Delle donne spagnole provano a dare delle risposte.

[immagine di copertina da @Yolanda_Diaz_]

Altre politiche per la Spagna ultima modifica: 2021-11-23T18:30:00+01:00 da ETTORE SINISCALCHI
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1 commento

stefano vicini 27 Novembre 2021 a 18:59

Molto interessante e con argomenti e prospettive su cui varrebbe la pena riflettere

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