Aleksandr Kushner, poeta russo di piccole cose ed eterne emozioni

MARIO GAZZERI
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C’è il mondo del ventesimo secolo e quello di epoche remote, di imperi e religioni, un mondo infinito fatto di piccole cose e di eterne emozioni. È il mondo reale e immaginario del grande poeta russo Aleksandr Kushner, nato nel 1936 a Leningrado (ormai, di nuovo, San Pietroburgo), prolifico versificatore il cui nome appare ormai in quasi tutte le antologie, accanto a quelli di Vladimir Majakovskj, Anna Achmatova, Sierghjei Esenin, Marina Cvetaeva, Osip Mandel’stam e Boris Pasternak. È una realtà a volte metafisica, a volte inconscia, o solo inconsapevole, che ci regala una visione del mondo diversa da quella della cosiddetta realtà reale, che oggi sembra assomigliare sempre di più ad una realtà virtuale.

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Sorprende che il nome di Aleksandr Kushner non figuri nella rosa dei poeti scelti dal grande slavista Angelo Maria Ripellino per la sua storica antologia della Poesia russa del 900 (Guanda 1954, Einaudi 1960) eppure, come dice Marilena Rea, la studiosa che ha magistralmente curato e prefatto Versi del nuovo secolo, l’ultima fatica di Kushner (Passigli Poesia, la collana fondata da Mario Luzi), “ogni lettore, e non solamente russo, riscontrerà nella sue liriche le proprie consuetudini, i propri amori, le proprie paure” ed ognuno potrà cogliere “nel fruscìo dei cespugli e nei leggeri suoni della natura, il balbettio della lingua primordiale del bambino”.

Kushner è il poeta delle cose nascoste, delle cose ingoiate dalla Storia ma anche delle piccole cose di ogni giorno. È il poeta degli sguardi, delle canzoni, delle piccole tessere di cui è fatto il mosaico della vita quotidiana di ciascuno di noi. È, a suo modo, un ingenuo che scopre il mondo, ma non nel senso “crepuscolare” dei nostri infelici poeti Guido Gozzano (“Le piccole cose di pessimo gusto…”) e Sergio Corazzini. È il poeta delle piccole emozioni che si ricordano però per sempre (“Venezia brillava, come un’umida rete gettata nella vita…”) e una malcelata nostalgia per epoche non vissute (“È un ‘lied’ di Schubert, hai detto. / Io lo cantavo sempre, non sapendo di chi fosse / con esso, sembra, si può iniziare da capo / la vita, già molto simile a un prodigio…). La traduzione, ovviamente, altera il ritmo, la musicalità (il “fraseggio” potremmo dire mutuando il termine dal “vocabolario musicale”) del russo, una lingua che sembra nata proprio per la poesia.

Le eroiche visioni dell’antica Roma, le vestigia di Pompei (oro e cenere) la Crimea (“Eh si, la Crimea russa, quel confine da poesia / una vela in mare, il fumo del vaporetto”) si fondono in un panorama onirico dove ogni lettore diventa protagonista. Kushner svela il volto nascosto delle cose e cambia prospettiva per dare un senso più concreto al suo mondo di visionario:

il traghetto del fiume è senza nome

ha solo un numero, il fumo a malapena si vede

Assomiglia tanto all’ultimo desiderio

di un condannato a morte, mentre ormeggia sommesso.

Con gli anni, sui suoi versi è scesa come una nebbia, l’ombra della fine sostituisce l’incanto e la meraviglia della scoperta, dello sguardo infantile, del sogno che si avvera:

Il nero rovescio dei ponti di ghisa, pare un tappeto a fiori, rivoltato

Là sotto le voci rimbombano come grida

come il comando al cambio delle guardie.

Kushner non è mai stato perseguitato come Iosif Brodskij o Pasternak o Mandel’stam né si è suicidato per fuggire alla persecuzione come Serghiei Esenin o Marina Cvetaeva. Ma non ha neanche fatto il gioco di Evtushenko, divenuto alfiere del “dissenso tollerato”. A Evghenij Evtushenko il Cremlino concedeva la possibilità di girare il mondo e di rivolgere, se l’occasione si fosse presentata, qualche blanda critica ad alcuni aspetti del regime. Ma il suo compito era chiaro: dimostrare che nell’Unione Sovietica c’era un’ampia libertà di stampa e di espressione. Kushner non ebbe troppe “noie” perché era per natura un osservatore dei cicli storici, un uomo che non conosceva il disincanto, un poeta che si commuoveva (al pari dei suoi lettori) di fronte alle vestigia, ai fasti delle civiltà passate come fossero parte del suo personale trascorso e delle quali abbiamo, anche nel linguaggio, una memoria ancora viva anche se spesso da decifrare.

L’antico è una memoria potenziata – scrive Marilena Rea – un promemoria: gli affreschi nella Villa dei Misteri di Pompei e i sarcofagi etruschi sono il viatico di vita e di morte, sono un dono per gli uomini contemporanei.

Versi che lo avvicinano a Keats e alla sua Ode su un’urna greca, un’attrazione quasi magica per le cose del lontano passato, dell’infanzia del genere umano. Una dimensione spazio-temporale che rovescia le percezioni umane e che, nella stessa Ode su un’urna greca, fa dire a Keats: “Sì, le melodie ascoltate son dolci, ma più ancora quelle mai ascoltate”. “Rode la vita una nostalgia sotterranea. È il respiro primordiale – scrive da parte sua Kushner – e il soffio dolce-aspro della primavera ad annebbiare la coscienza”.

Aleksandr Kushner, poeta russo di piccole cose ed eterne emozioni ultima modifica: 2021-11-25T19:20:10+01:00 da MARIO GAZZERI
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