Maradona un anno dopo

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Ci ritroviamo qui, trecentosessantacinque giorni dopo, a fare i conti con il nostro vuoto. Ci brucia dentro l’assenza per un addio dal quale non eravamo pronti e dal quale possiamo tornare indietro, un po’ come tutti gli addii, certo, ma in questo caso è diverso perché Diego Armando Maradona non è stato solo un campione: è stato un’altra idea di calcio e di mondo. Ed è inutile che oggi lo pianga crudelmente chi in vita lo ha sempre irriso, emarginato e umiliato: evitino almeno l’ipocrisia, che Diego di certe pratiche, con la sua ingenua purezza, proprio non voleva sentirne parlare. Può aver sbagliato tanto, e sicuramente è così, può aver commesso errori senza possibilità d’appello, certamente, può essersi circondato delle persone peggiori, tra cui un certo ambiente camorristico dal quale si sarebbe dovuto tenere distante anni luce, non c’è alcun dubbio, ma ha sbagliato sempre per conto proprio e pagandone il prezzo fino in fondo.

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Diego, infatti, era un capopopolo, un fenomeno popolare a tutto tondo, un leader politico nel vero senso della parola, un mito che ancora oggi viene idolatrato nella più sudamericana delle città europee, nella capitale della passione smodata, nel regno dell’eccesso e dell’esuberanza, in quel tripudio di bandiere azzurre e di magliette che ancora recano il suo nome e il suo numero sulla schiena. Perché Diego è stato l’essenza di Napoli e Napoli l’anima di Diego, la sua Buenos Aires europea, la sua terra d’adozione, l’unico luogo in cui si sarebbe potuto esprimere al meglio, non certo nell’aristocratica Barcellona: sì di matrice anarchica ma fin troppo abituata, calcisticamente parlando, a portate prelibate.

Diego per essere Diego ha avuto bisogno del fango di Acerra, della polvere, della fatica, del sudore, dell’erba del campo tagliata male, degli scarpini slacciati, degli agrumi con cui palleggiava senza requie, di compagni di squadra che lo venerassero come un Dio, per non parlare dei tifosi, e di un contesto in cui ogni suo respiro era legge. Diego è stato per Napoli un cantore e un simbolo di riscatto, e un anno dopo se ne avverte ovunque la mancanza, anche perché sappiamo che c’è stato un prima e un dopo. C’è stato il tempo di Diego su questa Terra e il tempo senza di lui, il calcio prima e il calcio dopo, e nulla di ciò che è rimasto ha più la stessa epica, la stessa poesia, lo stesso gusto ribelle.

Diego è stato il mito di quanti non accettano lo spezzatino delle giornate di campionato, il business as usual, le televisioni a pagamento che regnano incontrastate, l’accoltellamento dei sogni degli scugnizzi che inseguono per strada una palla fatta di stracci e, scrutando l’orizzonte, intravedono lo stadio della finale dei Mondiali; è stato l’eroe di una stagione irripetibile perché qualcuno, molto in alto, ha deciso che non dovesse ripetersi.

Diego, un anno dopo, ci pone di fronte ai nostri rimpianti, alla nostra perdita di senso, al nostro nulla esistenziale, alla nostra incapacità di amare qualsiasi cosa, al nostro consumismo sfrenato, alla nostra rottamazione degli esseri umani, al nostro costante andare avanti senza avere una meta, al nostro perderci lungo strade prive di sbocco e al nostro tifo indiavolato ed estremo per uno show che non contiene più alcun entusiasmo, essendosi trasformato in un qualcosa di meccanico, in un ingranaggio stritolante, in una macchina per far soldi e ancora soldi e ancora soldi, fino a impazzire e a diventare una mera esibizione tecnocratica.

Diego era altro. Per questo, per quanto ci abbia fatto impazzire di dolore la sua scomparsa, siamo giunti all’amara conclusione che, forse, se ne sia andato al momento giusto, prima di assistere alla sconfitta definitiva di tutto ciò in cui aveva creduto e per cui aveva speso l’intera vita. 

Immagine di copertina: La vignetta di Carlos Latuff per Brasil de fato: Maradona accolto da Fidel Castro, Sócrates, Hugo Chávez, Che Guevara: “Mancavi tu nella nostra squadra”

Maradona un anno dopo ultima modifica: 2021-11-25T19:53:10+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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