Giornalismo. Una crisi esistenziale

“Nel segno della verità" di Vittorio Roidi indaga in profondità nella situazione che vivono oggi i giornali, sempre più al servizio della pubblicità, a discapito della ricerca della verità, in un’affannosa lotta per la sopravvivenza in una realtà mediatica in radicale e rapida trasformazione.
ALBERTO FERRIGOLO
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E se alla fine fosse tutta una finzione? Se scoprissimo che più che la ricerca della “verità”, la vera missione del giornalismo, è la ricerca ossessiva della pubblicità con tutti i mezzi possibili a propria disposizione? E che non c’è giornalismo, anche d’inchiesta, che tenga?

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In fondo, come confessò candidamente negli anni Novanta Eduardo Giliberti, nominato il 2 dicembre del 1993 direttore generale della Sipra, la concessionaria degli spot Rai, in una celebre intervista a Prima Comunicazione, “la pubblicità è l’anima del giornalismo”. Proprio “anima” ha detto mentre forse sarebbe stato il caso di usare il termine “motore”, a sottolinearne meglio la sua funzione di sostentamento ed evitare così dubbi possibili sulla sospetta commistione dello scrivere come forma di réclame in funzione di una promozione diretta di prodotti a tutti i livelli. Dal tonno ai libri, passando per gli spettacoli, il cinema, il teatro, le recensioni, l’economia, financo la politica attraverso il sostegno diretto, indiretto o subliminale di partiti, leader o figure di primo, secondo o terz’ordine dell’emiciclo parlamentare ed extra tale.

Sorge questo dubbio, infatti, nel leggere Nel segno della verità di Vittorio Roidi, un passato da inviato e caporedattore del Gr1 di Sergio Zavoli, storico capocronista e caporedattore de Il Messaggero negli anni fulgidi del quotidiano di via del Tritone, già presidente della Federazione della Stampa e segretario nazionale dell’Ordine dei giornalisti. Non solo perché, come si legge, la ricerca della “verità”, che dovrebbe essere il caposaldo del buon giornalismo, “non interessa più a nessuno e l’editoria è sempre più al servizio della pubblicità”, ma per il fatto che “lo spirito di alcuni imprenditori appare ambiguo, condizionato da troppi interessi, non particolarmente desideroso di informare correttamente la collettività” mentre “la carta stampata ha aumentato le pagine, le ha lustrate, patinate, le ha gonfiate di pubblicità” fino al punto che “la qualità è stata confusa con la quantità”, con la dimensione e il numero delle notizie e informazioni prodotte, inserite, messe in pagina, trasmesse, teletrasmesse e fino a che “il comparto online ha faticato a separare le informazioni professionali dal gigantesco minestrone (anche saporito, peraltro) che Internet offriva a tutti”. 

(Illustrazione di Joseph Papin)

Leggendo i giornali, scorrendo le home page dei siti d’informazione si ha netta la sensazione che tutto sia inserito in un grande gioco pubblicitario, come se tutto fosse in sé merce di scambio: io parlo di te, tu in cambio mi dai. L’intervista all’industriale noto come quella al grande chef, le due colonne in economia appaiate del grande quotidiano del Nord e dedicate al colloquio con personaggi del mondo dell’impresa e del business, i supplementi ambiente come quelli dedicati a capire cosa c’è nel Pnrr e che cos’è. In un longform tra sostenibilità, cucina, viaggi, territori, Regioni, lavoro, giochi, orologi, tempo libero e tempi di lavoro, tecnologia e innovazione, guide alle città, natura e mondo biologico, sport, ristoranti e persino le ricette, human data, big data e social tech, libri e cultura, creme e corpo, chirurgia estetica, modi&moda dove il futuro è no sex, femminilità e abbigliamento., beauty &fashion, design, living, colori&arredamenti, grandi mostre, giardini&terrazze, mare&mantagna, lago&campagna, gamberetti&funghi porcini in un tripudio di segnalazioni ad hoc. La casistica potrebbe essere infinita perché nulla sfugge alla possibilità di essere in qualche modo reclamizzato e commercializzato e, in sé, anche sponsorizzato. Con piccoli gruppi di giornalisti più o meno specializzati e dedicati all’uopo.

Del resto, la crisi avanza, la copia arranca e sul ponte dell’editoria sventola bandiera bianca. Dagli oltre “sei milioni di copie giornaliere di trent’anni fa i quotidiani ne tengono a stento due milioni”, annota Vittorio Roidi, e “i quotidiani sono scesi al 37 per cento dei lettori (erano al 67 nel 2007)” ma “l’emorragia non si è ancora arrestata”, tant’è che “nel 2020 le vendite della carta stampata sono calate ancora del sei per cento” mentre “nell’ultimo decennio il fatturato è sceso del 71,3 per cento (oltre il dieci per cento ogni anno) e tocca oggi i 556 milioni annui”. Cosicché “le aziende editoriali si sono buttate, timidamente, su Internet nella speranza di superare con pochi aggiustamenti il ciclone tecnologico” e “gli editori hanno creduto di poter recuperare col web i clienti e i miliardi perduti dalla carta stampa, ma il risultato invece è che “il mercato si è inclinato paurosamente” così “quasi tutti i quotidiani hanno chiesto lo stato di crisi e ottenuto la cassaintegrazione, hanno prepensionato in fretta anche alcuni fra i redattori migliori pur di tagliare gli organici” e arginare il declino, “hanno favorito il precariato pagando i free lance con venti-trenta euro ad articolo” ma arrivando anche a darne sette per una cartella di notizia (1.800 battute più o meno) allargandosi generosamente a nove euro se comprensiva di video da collocare sull’online, come accaduto proprio a Il Messaggero di recente, con tanto di ordine di servizio firmato dal responsabile di testata. 

La stagione del Covid-19 ha fatto il resto, procurando altri guai e “costringendo a lavorare da casa giornalisti che per anni avevano costituito gruppi redazionali dotati di una propria spiccata professionalità e potenzialità” contribuendo a sfaldare lo spirito di corpo e d’appartenenza così come la missione, sfibrando i legami reciproci. “All’opposto la potenza dei social è diventata mostruosa” e non ci ha fatto rendere conto “che il mercato era sconvolto”. 

(Illustrazione di Joseph Papin)

Ma del resto, proprio all’epoca del boom delle inserzioni e degli spot, tra la metà degli anni Ottanta e la metà dei Novanta, le pagine si sono gonfiate, arricchite, “pur di vendere si è cercato di dare di più” e “negli ultimi trent’anni sono aumentati pagine, fascicoli, allegati, si è allargato l’orizzonte delle vecchie testate con contributi di eccezionale fattura (colori, immagini, grafici, disegni)” e “al prezzo di uno-due euro l’edicolante consegna anche cinquanta-sessanta pagine”. Fino al punto in cui nel mercato ha fatto irruzione anche la stagione della free press, testate distribuite in migliaia di copie gratuite ripagate in parte o in toto dalla pubblicità, fino a che questa non è entrata in crisi dentro al grande e controverso ciclo economico e produttivo, per poi quasi del tutto scomparire. Ma per un attimo è sembrato che i free press fossero la nuova frontiera dell’editoria sulla quale scommettere e su cui si sono buttati gran parte dei principali editori, talvllta rischiando pure di far concorrenza a se stessi e ai propri giornali (i casi Caltagirone con Leggo rispetto a Il Messaggero, e Rcs con City contrapposto al Corriere della Sera). 

Annota Roidi: “Se tocca alla pubblicità ripagare il lavoro, e far pareggiare i bilanci delle aziende, il giornale perde necessariamente in qualità” perché “il merchandising risponde a regole e criteri che hanno poco a che fare con il buon giornalismo” e alla fin fine “regalare il giornale significa sottomettersi ai canoni della pubblicità e alle sorti dell’economia”, “i regali non fruttano”, “il giornalismo deve essere pagato da chi lo riceve, come qualsiasi altro servizio offerto dai privati” (“che dalle notizia di Stato ci liberi Iddio!”, esclama Roidi). Intanto, a vent’anni esatti di distanza dal boom e dalla sbornia Internet, si fanno ancora i duri conti con un modello di business che non si è trovato e stenta a dare i suoi frutti. A parte il caso, a parte, e l’esperienza recente del New York Times che guadagna copie, abbonati e “i ricavi del digitale superano quelli ottenuti dalla carta” rassicurando i propri finanziatori. 

Ma il libro di Vittorio Roidi non si ferma all’aspetto industriale. Ha un’ambizione più alta, quella di confrontarsi con la ricerca della “verità”, così come fanno dal tempo dei tempi filosofi e scienziati, sollecitato “dal bisogno di informazioni della quali fidarsi”. Per questo scopo passa al setaccio statuti redazionali di autonomia e indipendenza culturale di importanti testate, codici di comportamento ed etici, si confronta con i nodi del potere legislativo, analizza generi giornalistici come le interviste, il giornalismo di genere politico e l’etica Biagi (“La linea politica? Io conosco solo quella ferroviaria”). Lo fa anche attraverso un ampio apparato di fonti consultate proprio nella stagione in cui prevalgono e imperano le fake news, le notizie-bufala pubblicate e non verificate, messe in pagina più spesso senza controllo, alimentate dalla vox populi dei social media con il loro ampio corollario di utilizzatori finali.

Quello di Roidi appare quasi il bisogno disperato quanto ormai utopico di distinguere il vero dal falso, nella logica di una professione come quella che lui ha praticato nel tempo fatta di rigore e competenza, correttezza e serietà, ricerca e analisi. Una stagione che oggi appare lontana se non prevalentemente alle spalle, salvo rari casi, nel pieno del rumore di fondo, continuo quanto assordante, delle notizie e del notiziabile. Ma la sua spigolatura è costante dentro i risvolti di quel mondo della comunicazione che è il giornalismo, che a propria volta rischia di diventare anche lo strumento – non sempre inconsapevole – dei “persuasori occulti”, come definì l’era degli spot insorgenti Vance Packard, in un famoso e fortunato saggio sociologico della fine degli anni Cinquanta pubblicato in Italia da Einaudi.

Tant’è che la constatazione alla fine è amara, perché “oggi la verità non interessa più a nessuno e l’editoria è sempre più al servizio della pubblicità”. Un confine sempre più labile dove non si distingue dove finisce l’una e inizia l’altra.

 

Giornalismo. Una crisi esistenziale ultima modifica: 2021-11-26T16:51:16+01:00 da ALBERTO FERRIGOLO
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