Le connessioni di una panchina

Da qualche giorno una panchina che s’ispira a quelle dell’architetto Manuel Valverde Podestà - “luoghi” di pausa ma anche di relazione e interazione sociale - si trova a Venezia, su volontà della Ministra della Cultura della Repubblica Dominicana, Carmen Heredia de Guerrero, che l’ha regalata alla città per rinsaldare i rapporti di amicizia tra i due popoli.
CRISTINA VALENTINI
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Le panchine fanno parte delle nostre città, ma non sono un semplice elemento di arredo urbano: permettono di prendersi un po’ di tempo, o di riposarsi, di riflettere o confrontarsi con il paesaggio che si ha davanti, e ancora, permettono di parlare, di entrare in qualche forma di relazione con chiunque ci si sieda a fianco.

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La panchina può essere dunque un potente strumento di ri-attivazione sociale, come dimostra il caso del lungomare di Malecón a Santo Domingo, dove le panchine progettate Manuel Valverde Podestà hanno ridato vita a un luogo caduto in disuso. Da qualche giorno una panchina che si ispira a quelle dell’architetto dominicano, si trova a Venezia, su volontà della Ministra della Cultura dell’isola caraibica, Carmen Heredia de Guerrero, che l’ha regalata alla città per rinsaldare i rapporti di amicizia tra i due popoli.

Disegnata dal gruppo di architetti dominicani Trazado per il concorso internazionale “A Bench in Venice”, lanciato dal curatore del Padiglione degli Emirati Arabi della Biennale Architettura 2021, la massiccia panchina in marmo oro Portoro dal nome evocativo, “Seguendo il sentiero del sole”, rimarrà in Campo San Vio fino a marzo, per poi trovare la sua collocazione definitiva sulla collina di Parco San Giuliano. Le farà eco un secondo esemplare destinato invece alla sede delle Nazioni Unite a New York.

La forte volontà di lavorare sulla costruzione delle connessioni è il principale contributo dato dal Padiglione dominicano quest’anno, grazie all’installazione dell’architetto Lidia León e all’attiva partecipazione della curatrice Roberta Semeraro al “Collettivo dei Curatori”, nato durante i mesi di lockdown su iniziativa della curatrice del Padiglione della Corea e sviluppatosi poi fino a includere ben 49 curatori. Al Padiglione ospitato all’interno della Chiesa Anglicana sono venute a crearsi particolari sinergie che hanno fatto sì che rivestisse un ruolo centrale nel mettere in collegamento la Biennale con la città.

È qui che, a fine settembre, è stato presentato il “Midissage”, un intero fine settimana di incontri e workshop aperti al pubblico in diversi padiglioni della Biennale, organizzato dal Collettivo e coordinato in particolare dai curatori del Padiglione dell’Austria. Ed è sempre qui che sono presentati alla stampa il “Manifesto” del Collettivo, ideato proprio da Roberta Semeraro, e gli ulteriori progetti comuni a cui i curatori hanno lavorato, dando un apporto nuovo e diverso a questa edizione dell’esposizione internazionale.

È una Biennale filosofica – ha detto in quell’occasione Semeraro – e più noi cercavamo risposte, più ci ritrovavamo a porre domande. Ma abbiamo accettato questo procedere, perché è ponendosi quesiti e continuando a cercare soluzioni che si progredisce.

Le connessioni di una panchina ultima modifica: 2021-11-29T18:13:57+01:00 da CRISTINA VALENTINI
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