L’Honduras ricomincia con Xiomara

Alle presidenziali vince l’unica donna candidata, a capo di un’ampia alleanza che vede schierati, accanto alla sinistra tradizionale, il centro e anche settori della destra imprenditoriale. Nel comune intento di mettere fine al lungo periodo di governo del Partido Nacional e ai due mandati del presidente Juan Orlando Hernández.
CLAUDIO MADRICARDO
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“Abbiamo ribaltato dodici anni di lacrime e dolore in allegria”, ha twittato dopo i primi provvisori risultati Xiomara Castro, l’unica donna candidata alle presidenziali dell’Honduras, a capo di un’ampia alleanza che vede schierati, accanto alla sinistra tradizionale, il centro e anche settori della destra imprenditoriale. Nel comune intento di mettere fine al lungo periodo di governo del Partido Nacional e ai due mandati del presidente Juan Orlando Hernández, durante il quale il sistema politico del paese si è aperto alla infiltrazione del narcotraffico, come è risultato da numerosi testimoni in processi svolti in tribunali nordamericani e da varie inchieste giornalistiche.

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L’alleanza ha vinto proponendo un nuovo modello economico, una Rifondazione dello Stato, vissuto con intenti e sfumature diverse da un blocco cui aderiscono ampi settori civili, degli atenei pubblici e numerosi cattolici di base. Al momento in cui scriviamo, Xiomara ha ottenuto più del 53 per cento delle preferenze, distanziando di circa venti punti percentuali il suo diretto avversario. Vigendo in Honduras un sistema elettorale in cui vince il candidato che ottiene la maggioranza semplice dei voti, e non essendo previsto il ballottaggio, le porte del Palacio José Cecilio del Valle, la sede della presidenza della Repubblica a Tegucigalpa, sembrerebbero spalancarsi alla moglie di Manuel Zelaya, presidente deposto nel 2009 da un golpe su cui Barack Obama e il suo segretario di stato Hillary Clinton avevano chiuso più di un occhio, contrario il resto della comunità internazionale.

Ieri si votava anche il rinnovo di duecento novantotto sindaci, dei deputati del Parlamento Centroamericano, e dell’assemblea legislativa, che avrà un ruolo chiave nella nomina di importanti cariche pubbliche. Il Consejo Nacional Electoral (CNE) ha tempo trenta giorni per dichiarare eletto il presidente, ma la consistenza del risultato della Castro, che ha archiviato il vecchio bipartitismo che ha governato senza opposizione per quasi un secolo, parrebbe escludere la possibilità che gli sconfitti avanzino accuse di brogli. Per quanto, dopo una campagna che ha registrato una trentina di morti ammazzati per motivi politici e ha visto alcuni candidati scambiarsi accuse di corruzione e narcotraffico, qualche colpo di coda da parte della destra al governo potrebbe non essere escluso. Sulla scia di quella violenza politica che, secondo l’ONU, ha raggiunto “livelli inquietanti”, qualcuno potrebbe essere tentato di far ricorso alla piazza pur di ritardare il più possibile il passaggio dei poteri. 

“Se ne vanno. Se ne sono andati”

Candidata nel Partido Libertad y Refundación, (Libre), nato dopo il colpo di stato del 2009, quando Manuel “Mel” Zelaya ha abbandonato i liberali, Xiomara Castro si è fatta conoscere per aver capeggiato le manifestazioni contro la destituzione del marito, dopo la quale l’Honduras ha imboccato una strada che ha accentuato i suoi caratteri neoliberali, di penetrazione del crimine organizzato nelle istituzioni pubbliche e di crescente autoritarismo e militarizzazione della società.

Da allora si è formato un blocco economico composto dal sistema bancario, dalle telecomunicazioni, dal settore energetico e da quello dei servizi, alleato con i vertici della politica, che si sono fatti veicolo dei loro interessi. Il risultato è stato l’indebolimento delle istituzioni pubbliche, la corruzione, la situazione di totale impunità prodottesi nel paese, il cui costo è stato calcolato pesare per il dodici per cento sul prodotto interno lordo. 

L’esplosione del coronavirus ha acuito la situazione, giustificando una maggiore presenza repressiva e la limitazione degli spazi democratici con un aumento dell’autoritarismo e delle violazioni dei diritti umani. La maggioranza degli honduregni ha visto come causa di tutto ciò il Partido Nacional, che gode dell’appoggio dei militari, delle chiese evangeliche e dei media. Il fautore di quella continuità che può vantare anche il sostegno degli Stati Uniti, la cui influenza continua ad essere preponderante in Honduras. Un paese che hanno perfino occupato tra il 1911 e 1933, e che è stato trasformato in base anti guerriglia durante le guerre civili in Salvador, in Nicaragua e Guatemala tra gli anni Settanta e Ottanta. 

Maggior partner commerciale, gli Stati Uniti, che nei giorni scorsi hanno spedito a Tegucigalpa Brian Nichols, sottosegretario per l’Emisfero Occidentale del Dipartimento di Stato, al fine di “salvaguardare” il processo elettorale, hanno al loro arco una freccia del peso di 4.000 milioni di dollari in aiuti. Per l’Honduras, e altri paesi dell’area, da destinare alla lotta alla corruzione. Potrebbero porre condizioni a una Xiomara intenzionata a chiudere le relazioni con Taipei per aprire a Pechino. Cosa quanto mai sgradita a Biden, impegnato in un confronto geopolitico con il gigante asiatico, che è disposto sì ad accettare l’alternanza. Ma entro certi limiti, tali comunque da escludere ogni fascinazione chavista, che già a suo tempo è costata la perdita del potere al marito. 

Lo scorso 15 novembre ventinove congressisti hanno chiesto al segretario di stato Anthony Blinken che gli Stati Uniti abbiano un ruolo più decoroso che nel 2017, quando l’incaricata di affari ha dato l’ok alla rielezione di Juan Orlando Hernández, nonostante le stridenti contraddizioni con la Costituzione honduregna e il giudizio dell’Unione Europa e dell’Organizzazione degli Stati Americani che la considerarono irregolare.

Colpito dal Covid e l’anno prima da due devastanti uragani, nel 2020 l’Honduras ha visto la propria economia, in buona parte basata su caffè, banane, legno, mais, ananas e olio di palma, contrarsi del nove per cento, facendo sì che le file degli oppositori si ingrossassero fino a premiare in modo inequivocabile un soggetto politico nato al di fuori e in contrapposizione ai due cardini del bipolarismo.

I dati ufficiali parlano di una povertà del 59 per cento nel 2020, con il tasso di disoccupazione raddoppiata e settecentomila nuovi poveri. Fattori, che, sommati alla violenza della Mara Salvatrucha e di Barrio 18 che regalano all’Honduras un tasso del 37,6 di omicidi ogni centomila abitanti, spingono da tanto tempo numerosi disperati a ritrovarsi periodicamente a San Pedro Sula, da dove partono le carovane di migranti verso la frontiera col Guatemala.

Da lì per passare in Messico e poi verso lì gli Stati Uniti, dove già vive un milione di honduregni su una popolazione residente di dieci milioni. Una voce importante nell’economia del paese per le rimesse, che secondo i dati del Banco Central corrispondono a sette miliardi di dollari, quasi il trenta per cento del PIL. Secondo i dati della Oficina de Aduanas y Protección Fronteriza degli Stati Uniti, sui settecentomila e passa migranti fermati alla frontiera col Messico, la metà era costituita da honduregni. 

Xiomara Castro e il marito, Manuel “Mel” Zelaya

Il successo di Libre potrebbe comunque portare alla presidenza Xiomara senza darle una maggioranza in parlamento, dato che a livello legislativo conta più l’identificazione col partito. Potrebbe in altre parole accadere che esecutivo e legislativo siano in mano a partiti opposti. E in questo caso l’azione politica riformatrice della Castro sarebbe resa ardua, consentendo al Partido Nacional di boicottare sistematicamente le sue scelte verso quel “socialismo democratico” che vorrebbe attuare. 

Nel suo programma Xiomara vuole depenalizzare l’aborto, consentendolo in caso di violenza o pericolo per la gestante. Ma non si schiera per l’aborto volontario. Vuole ridurre le commissioni delle banche che gravano sui destinatari delle rimesse, creare una commissione internazionale in collaborazione con l’ONU contro la corruzione. Modificare la legge sulle Zonas de Empleo y Desarrollo Económico (ZEDES), che sono servite per il loro carattere autonomo come rifugio di corrotti e narcos. Tutte misure atte a migliorare le condizioni degli honduregni al fine di frenare i fenomeni migratori. Alcune di queste potrebbero scontrarsi contro il conservatorismo della società honduregna, come già avvenne col progetto di introdurre l’educazione sessuale nelle scuole che comprendeva anche le sessualità omosex, subito cancellato dopo aver suscitato reazioni contrarie. 

Il risultato elettorale, se confermato, apre anche la vicenda personale del presidente uscente, segnalato per narcotraffico in vari procedimenti giudiziari negli Stati Uniti. L’accusa che gli potrebbe d’ora in avanti essere mossa è quella di aver riscosso tangenti da parte di esponenti del narcotraffico in cambio di protezione. Hernández ha sempre respinto agni accusa, ma gioca a suo sfavore il fatto che il fratello Tony sia stato condannato lo scorso marzo all’ergastolo da una corte americana per aver introdotto negli States la bellezza di cento ottantacinque tonnellate di coca, e che l’Honduras si sia trasformato negli anni di governo della destra in un corridoio sicuro per il transito della droga dal sud America verso i redditizi mercati del Nord. 

Rimane anche da capire quale sarà il ruolo del deposto Zelaya, che ora si gode la rivincita grazie al successo della moglie. Attualmente appare come coordinatore di Libre. Ma è difficile pensare che si accontenti al ruolo di first husband. Neppure lui, comunque, esente da accuse di connivenze col narcotraffico e con il taglio e trasporto illegale di legname.

L’Honduras ricomincia con Xiomara ultima modifica: 2021-11-29T16:01:34+01:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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