L’epica di sir Frank e il vuoto di France Football

Da una parte, la scomparsa di uno dei migliori interpreti del circus della Formula 1, protagonista di avventure epiche. Dall’altra una rivista un tempo considerata la bibbia del calcio che assegna il pallone d’oro a Lionel Messi, negando ancora una volta il riconoscimento a un fuoriclasse come Lewandowski o al favoloso Benzema.
ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Raramente è capitato di dover commentare due notizie così in contrasto fra loro. Da una parte, la scomparsa, all’età di settantanove anni, di Frank Williams, uno dei migliori interpreti del circus della Formula 1, protagonista di avventure epiche, battaglie memorabili e vittorie che resteranno per sempre nella storia dell’automobilismo. Dall’altra il vuoto di idee e di valori di una rivista che un tempo era considerata, a ragione, una bibbia del calcio ma che ormai ha perso buona parte del suo prestigio, specie se si considera che assegna un trofeo mai come ora screditato e verrebbe da dire quasi ridicolo. Il settimo pallone d’oro regalato a Lionel Messi, già da anni non più numero uno al mondo, negando ancora una volta il riconoscimento a un fuoriclasse come Lewandowski o al favoloso Benzema che ha trascinato a suon di gol sia il Real Madrid che la Francia, grida vendetta davanti a Dio.

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È intollerabile, infatti, che il numero 10 argentino trionfi anche in un anno che lo ha visto unicamente al centro di un clamoroso trasferimento dal Barcellona al ricchissimo Paris Saint-Germain, dimostrazione lampante di quanto nel calcio attuale non ci sia più nulla di epico e di romantico. Messi ha abbandonato il club cui deve tutto in uno dei momenti di massima difficoltà. Lo ha fatto per soldi, non c’è altra spiegazione, accettando di giocare in un ambiente in cui nuota come un pesce fuori dell’acquario, in cui non sarà mai amato come lo è stato per tre lustri al Camp Nou e in cui sarà presto dimenticato, non avendo lasciato il segno pressoché in nessuna circostanza. Certamente Messi, con la sua classe infinita, potrebbe anche smentirci segnando gol a raffica da qui a fine stagione; tuttavia, stando alle premesse, non sembra aver trovato proprio il palcoscenico ideale per dare libero sfogo al suo talento.

La compagine di proprietà qatariota è, difatti, l’emblema del calcio contemporaneo: posticcia, priva di alcuna passione, pronta a far business in ogni circostanza, arida e senza storia, priva di identità e tenuta insieme solo dai guadagni stellari che riesce a garantire ai suoi capricciosissimi divi. Più che un club, sembra un paradiso degli elefanti, e il fenomeno argentino si è tuffato senza ritengo in una vasca di squali che ha già logorato altri miti di cartapesta e che a breve, temiamo, ci lascerà con l’amaro in bocca per aver visto una bandiera trasformarsi in straccio e consegnarsi mani e piedi all’avidità di uno scaltro gruppi di collezionisti di figurine. Messi è un idolo che andrebbe salvato da se stesso, dall’antipatia che emana ormai quasi ogni giorno, dal suo schiacciare tutto e tutti e dal suo essere premiato al di là dei suoi effettivi meriti, come se bastasse la Coppa America conquistata, sia pur con prestazioni eccellenti, per giustificare il sopruso compiuto dai giurati all’indirizzo di un attaccante che nel corso degli anni ha segnato valanghe di reti e condotto il Bayern Monaco sul tetto del mondo. Continuando di questo passo, spiace dirlo, ma l’illustre Pallone d’oro perderà ogni fascino e ogni attendibilità. 

Tornando a sir Frank Williams, ha saputo lottare contro tutte le avversità, compreso il tragico incidente stradale che lo ha costretto a vivere per trentacinque anni su una sedia a rotelle. Era considerato il Ferrari d’Inghilterra e lo era. Stessa passione, stessa competenza, stesso fiuto per gli affari del Drake di Maranello ma anche stessa umanità, stesso coraggio e stessa forza d’animo nello sfidare ogni nemico e prontamente sconfiggerlo. Era riuscito persino a realizzare il sogno di vedere Ayrton Senna a bordo di una propria vettura, salvo doverlo poi piangere in quella maledetta domenica di inizio maggio a Imola, quando perse la vita e con lui si spensero per sempre i sogni degli amanti dell’automobilismo incontaminato.

Quel 1° maggio del ’94 anche una parte del cuore di Frank Williams se ne andò per sempre, tanto fu il dolore e la sofferenza per una perdita che ha lasciato un vuoto incolmabile nel panorama dello sport mondiale, segnando anche l’inizio della commercializzazione di tutto, in assenza del romanticismo di quegli interpreti che ancora potevano permettersi di opporsi alla barbarie. Frank Williams è stato l’anima e il cuore della sua scuderia, che ha amato più di ogni altra cosa, cui ha regalato complessivamente sedici titoli fra piloti r costruttori, che ha condotto spesso in vetta alle classifiche e alla quale ha donato autentici momenti di gloria.

Oggi tutta la Formula 1 è cambiata, trasformandosi in un universo sempre più meccanico, tecnocratico e affaristico che avrebbe fatto accapponare la pelle a Ferrari e che, di sicuro, non piaceva neanche a Williams. Adesso me li immagino lassù, i due demiurghi, a tavola insieme mentre si prendono in giro, se ne dicono di tutti i colori e, infine, si sorridono, come si fa tra giganti, rivali in pista ma irresistibilmente attratti l’uno dall’altro per via di un’impostazione mentale incredibilmente simile. 

A Frank Williams va riconosciuto di non essersi mai arreso, di essersi sempre battuto contro la Formula 1 OGM che va tanto di moda in questa tristissima stagione. Per Frank le corse erano molto più di un hobby: sono rimaste fino alla fine una ragione di vita. E ora che nel paddock abbiamo la certezza che non lo incontreremo più, ci vien da pensare a cosa sia diventata ogni cosa su questo pianeta e ci vien voglia di abbracciarlo idealmente, lui che aveva dentro le vene l’epica di un grande discorso, la saggezza dei condottieri dal sapore antico e la lungimiranza di chi conosceva le macchine come nessun altro. Frank Williams è stato la sua scuderia e la sua scuderia è stata la più nobile delle sue innumerevoli imprese. Quando ancora si poteva immaginare un’altra idea di mondo e provare a costruirla, lui, che era uno spirito ribelle per natura, si ribellò, inserendosi ai vertici di un ambiente estremamente chiuso e riuscendo a farsi voler bene da tutti.

Addio, sir Frank. Ci mancherà la tua genuina grandezza, ora che il nuovo ordine mondiale ha deciso di infliggere il colpo di grazia a uno sport che, purtroppo, fra regole fesse e gran premi disputati su circuiti improbabili, sta uscendo dal cuore di milioni di appassionati, finendo col somigliare sempre di più a un arrogante spot pubblicitario per miliardari annoiati. Sir Frank se n’è andato al momento opportuno, prima di assistere al disastro definitivo. La sua eredità, per fortuna, rimarrà sempre noi, anche, se non soprattutto, nei giorni in cui si preannuncia burrasca. 

L’epica di sir Frank e il vuoto di France Football ultima modifica: 2021-11-30T17:00:00+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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