Ue e linguaggio. Una polemica da strabelpaese

Stampa e politici italiani hanno attaccato duramente - molti senza averlo letto - il documento europeo volto “a stabilire standard comuni per una comunicazione inclusiva e fornire esempi pratici e consigli” ai funzionari della Commissione per quanto riguarda la comunicazione esterna e interna. Il documento, nel frattempo, è stato già ritirato.
MARCO MICHIELI
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Le linee guida interne della Commissione europea diventano il centro di una polemica tutta italiana. Stampa e politici infatti hanno attaccato duramente il documento volto “a stabilire standard comuni per una comunicazione inclusiva e fornire esempi pratici e consigli” ai funzionari della Commissione per quanto riguarda la comunicazione esterna e interna. Il documento, nel frattempo, in seguito alle polemiche, è stato già ritirato, per decisione della commissaria all’Uguaglianza, Helena Dalli, perché, ha fatto sapere, “non è maturo e non raggiunge gli standard qualitativi della Commissione europea”, e perciò ha bisogno di “maggiore lavoro”.

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Le linee guida raccomandano di seguire alcuni principi nella produzione scritta in inglese del materiale per la stampa, delle schede informative e infografiche, dei post e delle immagini sui social media, dei materiali di formazione e presentazioni o del materiale utilizzato nella comunicazione interna, dei discorsi, degli editoriali e dei briefing. 

Questi principi sono appunto raccomandazioni a uso interno dei funzionari. La pubblicazione della Commissione fornisce anche una serie di esempi per destreggiarsi in un campo che non è semplice. Per esempio, si suggerisce di evitare di utilizzare di default i pronomi maschili (“Each working citizen must know his rights” dovrebbe essere sostituito da “All workers must know their rights”); di consentire nei documenti di non avere opzioni limitate a maschio/femmina; di evitare immagini semplicistiche legate a differenti nazionalità e culture; di assumere che tutti siano cristiani.

Per la stampa e la politica italiane questi suggerimenti sono diventati però un vero e proprio decalogo a cui sarebbero obbligati ad attenersi non solo i funzionari della Commissione, ma la popolazione in generale. Se è probabile che molti non le abbiano nemmeno lette, in molti altri casi si tratta di vera e propria incapacità di lettura.

Ad esempio, esponenti di Fratelli d’Italia e Lega, riprendendo quanto riportato dalla stampa – Il Giornale in primis – hanno affermato che la Commissione impedisce di utilizzare i “nomi cristiani“. In realtà la Commissione dice semplicemente che nella produzione di materiale interno ed esterno sarebbe preferibile utilizzare “first name, or forename, or given name, rather than “Christian name”. In sostanza nei documenti della Commissione nei quali si richiede di scrivere il proprio nome, si suggerisce di indicare la casella con “first name”, “forename” o “given name” invece di “Christian name”, che può corrispondere all’espressione in italiano “nome di battesimo”, che nessuno trova nemmeno nei documenti italiani.

Subito dopo la Commissione scrive che “negli esempi e nelle storie” delle pubblicazioni della Commissione non si dovrebbero “scegliere solo nomi che sono tipicamente di una religione” (“in examples and stories, do not only choose names that are typically from one religion”). Quindi forniscono un esempio: utilizzare “Malika and Julio are an international couple” invece di “Maria and John are an international couple.” Il che non significa proibire l’utilizzo del nome “Maria“ o “John“, ma appunto di non scegliere solo (“only“) nomi che rinviano a un background culturale, come se fosse scontato che tutti vi appartenessero.

Ed è questo il problema per molta stampa e classe politica italiana. Il tema infatti nel Belpaese è particolarmente banalizzato, ridicolizzato o, talvolta, indicato come pericolo estremo per la sopravvivenza stessa della “cultura nazionale”. Per ragioni diverse. Le questioni relative al “politically correct” ottengono visualizzazioni per i giornali: lo si vede ogni volta che è riportata una notizia – il più delle volte nemmeno verificata o nemmeno compresa – su presunte censure di film, musica o quant’altro, per ragioni legate all’abusato termine del “politicamente corretto”. Per ragioni politiche, per quanto riguarda Matteo Salvini e Giorgia Meloni (e per qualche parte della stampa). È un tema che infatti è declinato in termini di difesa dell’identità nazionale e culturale, tema che ha un innegabile successo nell’elettorato. Ed è soprattutto un tema che rischia di dividere la sinistra.

Una banalizzazione che nasce dall’incapacità di comprendere che l’uso di certe parole e l’essere descritti in un certo modo possano avere conseguenze negative sulle persone e rinforzare dei pregiudizi. E questo dipende anche dal fatto che molti non vivono quella condizione di “minoranza”. E nemmeno vogliono immedesimarcisi.

Però, consci di questo “vantaggio“, se così possiamo chiamarlo, di volta in volta bisognerebbe trattare gli altri come vorremmo che ci trattassero se fossimo in quella condizione. E bisognerebbe, talvolta, avere anche l’umiltà di riconoscere che anche il “gioco di mettersi nei panni degli altri” non sempre può funzionare, perché una speculazione teorica di quello che si potrebbe fare o subire se in questa o quella condizione, può essere comunque insufficiente a comprendere.

E quindi, che cosa fare? Innanzitutto, si possono comunque trattare le persone con sensibilità e rispetto, tanto più se istituzioni. Ed è quello che la Commissione invita i propri funzionari a fare. In secondo luogo, le linee guida della Commissione dovrebbero far riflettere: siamo sicuri che non stiamo utilizzando nella nostra comunicazione dei termini che sono potenzialmente insensibili? Ad esempio, la Commissione invita a utilizzare parole che mettano le persone al primo posto e non le loro caratteristiche. Quindi, ad esempio, meglio utilizzare l’espressione “a woman who is blind” (una donna che è cieca), al posto di “blind woman” (“una cieca”). Anche in italiano molti documenti tendono ormai a riportare la dicitura “persone con disabilità visiva”. E l’obiettivo è semplicemente quello di indicare che l’individuo rimane l’elemento essenziale, non sono le sue caratteristiche a definirlo.

Perché è questo lo scopo della Commissione. Da un lato, quello di evitare nella comunicazione esterna e interna scelte di parole che possano essere interpretate come pregiudiziali, discriminatorie o umilianti dalle persone a cui si riferiscono. Dall’altro lato, per contribuire a ridurre gli stereotipi e promuovere il cambiamento sociale, basato sul rispetto dell’altra persona. Certo la lingua non basta, servono anche le politiche. Ma la pedagogia parte anche dal linguaggio.

Il fatto che la Commissione europea indichi ai suoi funzionari di utilizzare un linguaggio imparziale, peraltro, non significa colpevolizzarli. O colpevolizzare la società. Di base, tutti esprimiamo una sorta di pregiudizio nella nostra modalità di espressione. Molto spesso non ne siamo affatto consapevoli semplicemente perché siamo cresciuti in ambienti dove quei pregiudizi erano diffusi, anche perché spesso si trattava di società non esposte alla complessità. Non significa essere persone cattive. Però esiste anche la possibilità di riconoscere che un certo tipo di comunicazione può essere discriminatorio ed esclusivo e trasmettere l’idea della superiorità o dell’inferiorità di gruppi specifici. La Commissione incoraggia i propri funzionari a dare la dovuta considerazione alla questione del linguaggio ogni volta che si scrive. E suggerisce quindi ai propri funzionari di trattare tutti in maniera dignitosa e con la sensibilità necessaria. Non è quello che ci attenderemmo dalle istituzioni? 

Ue e linguaggio. Una polemica da strabelpaese ultima modifica: 2021-11-30T17:07:37+01:00 da MARCO MICHIELI

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