L’Europa? È un metodo

Se quella che è sempre stata chiamata sinistra è in grandissima difficoltà, l’idea sostenuta da Biagio De Giovanni di affidare il contrasto agli effetti perversi della globalizzazione all’Europa, non è sbagliata. Ma non è sufficiente.
ALBERTO MADRICARDO
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Muovo dalla convinzione che a me pare di grande evidenza quella che abbiamo sempre chiamato sinistra è in grandissima difficoltà, per la semplice e profonda ragione che il movimento operaio è morto, non esiste più. E se la sinistra era la sua coscienza, la sua rappresentanza, queste restano campate in aria. […]
Le parole classe e movimento operaio non sono sostituite da quella opposizione ambigua tra ‘ultimi e penultimi’, terminologia oggi assai in voga, in mancanza d’altro. Le disuguaglianze restano senza nome. […]
E allora?
Di sicuro la crisi della sinistra è in corso e non se ne vede l’uscita.
Biagio De Giovanni, filosofo e politico, in un’intervista a “Il Riformista”, 30 novembre scorso.

L’indicazione di De Giovanni è che bisogna “trasferire la lotta a livello sovranazionale e globale”. E individua la debolezza della sinistra nel fatto che le sue proposte sono pensate quasi sempre in un orizzonte nazionale, “mentre il capitalismo dilaga oltre ogni confine, aiutato dall’egemonia della dimensione tecnologica su ogni altra”. 

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De Giovanni cerca il soggetto adatto a superare la micidiale asimmetria tra il respiro nazionale della sinistra e la capacità di azione globale del capitalismo che la sta schiacciando. E lo trova nell’Europa: “solo l’Europa – se non vuol morire come civiltà del conflitto – può trattare con il capitalismo globale e le sue prepotenze.” Questa, e non quella degli stati nazione, è la stazza che deve avere un soggetto per mettersi all’altezza del suo avversario, affrontando con qualche speranza di successo il confronto con il capitalismo finanziario mondiale. 

Per quanto nell’analisi sulla situazione della sinistra mi trovi molto vicino alla tesi di Di Giovanni (da molti anni vado dicendo cose analoghe), penso che, per contenere la sfrenatezza del capitalismo neoliberista non ci voglia solo una certa stazza. L’idea di affidare il contrasto agli effetti perversi della globalizzazione all’Europa, non è sbagliata, ma, credo, insufficiente. 

Certo l’Europa può contrastare le tendenze selvagge della finanza mondiale, ma ne è essa stessa condizionata, impregnata. Anche se talvolta qualche timido passo in questo senso lo ha fatto – per esempio sulla questione della tassazione dei profitti delle multinazionali – sulla concessione dell’uso gratuito dei vaccini anticovid ai paesi più poveri l’Europa ancora adesso si inchina vergognosamente agli interessi delle multinazionali del farmaco, contrariamente a quanto raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e agli appelli che si sono levati in tutto il mondo – tra cui quello di duecento premi Nobel – in favore della sospensione dei brevetti che stanno privando dei vaccini i paesi poveri mentre i loro detentori accumulano miliardi di profitti. 

In realtà dentro l’UE di oggi si fronteggiano ancora due posizioni: quella che si ispira a una visione strettamente mercantilistico – nazionale del suo futuro, e quella che punta all’unione politica organica continentale. La prima ha subìto la situazione di emergenza Covid, quando le istanze dell’economia hanno dovuto subordinarsi a quelle di una politica europea di difesa della salute. Ma è ancora lì, pronta a riprendere il timone quando – e se – vi sarà un “ritorno alla normalità”. Certo, credo che quanto è avvenuto negli ultimi due anni, abbia prodotto dei sensibili passi in avanti – sperabilmente irreversibili – nel senso dell’unità politica europea, ma questa resta ancora una prospettiva fragile e incompleta. 

Vi sono però anche altre ragioni, più profonde, per non fare conto solo sul gigante europeo in costruzione per contrastare e imbrigliare lo spadroneggiare del capitalismo finanziario mondiale. Quando si parla di “Europa” oggi ciò che viene in mente è Bruxelles, dove risiede la Commissione e il grosso dell’apparato, la Banca Centrale Europea di Francoforte e il parlamento di Strasburgo.

Per quanto negli ultimi anni abbia acquisito prestigio e potere, in particolare con il NextGenerationEU, il piano di ripresa europeo di cui l’Italia è la maggiore beneficiaria, la UE, intesa come apparato e come parlamento (il ruolo della BCE, anche dal punto di vista politico, è fondamentale – e in certi momenti lo ha dimostrato – ma politicamente resta più defilato) è controbilanciata dal Consiglio europeo, dove siedono i capi di stato e di governo dei 27, dove perciò si esprimono di più le logiche nazionali. De Giovanni indica in questa realtà in fieri, percorsa da tensioni spesso contraddittorie, il baluardo capace di contrastare le dinamiche sopraFfattorie del capitalismo finanziario. 

Non dice che cosa possiamo fare “noi”, comuni cittadini, che non facciamo parte dell’apparato di Bruxelles, né del governo nazionale, non abbiamo in mano leve importanti dell’economia, non siamo né parlamentari europei, né diplomatici. Certo, possiamo votare alle elezioni europee, possiamo partecipare a manifestazioni di massa, come è avvenuto qualche volta, organizzate a livello continentale o mondiale. Abbiamo un potere di eleggere e un potere di pressione esterna. Ma il protagonismo sociale può limitarsi a questo?

Qui mi pare stia il limite del ragionamento di De Giovanni: nella sua impostazione di una nuova “logica del conflitto” egli si affida a una concezione troppo istituzionale. Naturalmente, per affrontare un avversario di peso immenso (senza demonizzarlo peraltro, come egli stesso giustamente raccomanda), la stazza di ciò che deve ergersi, se non ad antagonista, quanto meno a “correttore di eccessi”, non è trascurabile. Non credo però che la faccenda sia riferibile solo a una questione di “peso”. 

Quando si parla di Europa si deve anche entrare nel merito: capirne la logica nuova e davvero inedita che la ispira: essa, come Unione, nasce dall’esigenza profonda, dopo che sul suolo europeo sono state generate nel Novecento due guerre mondiali, di evitarne una terza. Tutto lo sviluppo dell’Unione – al di là delle pur nobili aspirazioni ideali – si può intendere come uno sforzo di creare un’alternativa a questo destino apparentemente ineluttabile di “coazione a ripetere” di un’Europa, che già nel Ottocento, pur in chiave conservatrice, veniva chiamata “concerto delle nazioni”, per sottolinearne la variegata e complessa realtà. 

L’Europa nasce dall’esigenza di proteggersi in primo luogo da se stessa. Si sviluppa come un processo di aggregazione – autoformazione, non diretto da una potenza e da un disegno egemonico, ma da volontà plurime convergenti, di smussare progressivamente i contrasti e gli attriti tra i diversi stati nazione, in un processo di reciproca, orizzontale fusione. Lavorando sui contrasti e gli interstizi (sui tra), sull’impegno a coordinare gli stati, la UE ha sviluppato una propria sfera di autonomo potere (che perciò io definirei anche “potere del tra”). Una sfera di potere già attiva anche se non ancora pienamente definita. 

Oggi il centro dell’UE non è il semplice terminale in cui si incontrano e si coordinano i diversi organismi nazionali europei. È capace in certa misura di agire motu proprio. La legittimazione le deriva – oltre che dai trattati – dalla sua (crescente) capacità di governance. Più cresce la coesione interna tra gli stati, più si rafforza anche il suo potere. Non c’è solo una delega di potere da parte dei membri. C’è anche la formazione di un potere di tipo nuovo, originale.  

Quello che sta avvenendo nella UE è un processo almeno in parte diverso di costituzione del potere da quello concepito dai teorici del contratto sociale. Costoro indicavano in genere nella cessione di potere a vantaggio dello stato da parte di ciascuno dei cittadini la fonte di quello dello stesso: la rousseauiana “volontà generale” nasce dall’alienazione a suo vantaggio di tutte le volontà particolari dei cittadini, senza esserne essa stessa la mera sommatoria. Si immagina che i cittadini, riconoscendosi incapaci di elaborare “orizzontalmente”, cioè direttamente, la complessità delle loro reciproche relazioni, si affidino alla superiore mediazione dello stato. 

Questo accade anche per gli stati europei. Anch’essi, visti i precedenti, affidano alla UE il compito di governare la complessità dei loro reciproci rapporti. La differenza sta nel fatto che, mentre nella formazione di uno stato, diciamo così, “tradizionale”, a riconoscersi incapaci di gestire direttamente le loro reciproche relazioni sono i cittadini, qui sono gli stati. 

Ma c’è anche un’altra differenza, più sostanziale. Gli stati dell’Unione delegano a questa il potere di mediazione della complessità, ma non quello di disporre del monopolio della forza.   

A cosa serve questo monopolio della forza, che gli stati hanno e la UE non ha? Serve a imporre una semplificazione delle situazioni, quando la loro complessità è giudicata ingestibile con i normali mezzi della mediazione politica. In altre parole, la UE non ha il potere di proclamare lo “stato di eccezione”, che consente l’uso della violenza di stato per contenere la spontanea complessificazione delle relazioni interne e riportare tutto sotto controllo. In genere, non è necessario che uno stato imponga in ogni momento le sue “semplificazioni” con l’esercizio diretto della forza. Per lo più gli basta che questa possibilità resti sullo sfondo, in cornice, quasi impalpabile, ma sempre ben presente. 

Qui si verifica il caso paradossale in cui la possibilità di fare qualcosa è praticamente più efficace dello stesso porlo in atto. Non è detto infatti che l’uso effettivo della forza porti a semplificare nel senso voluto le situazioni nelle quali si decide di usare la forza. Il suo impiego può anzi innescare reazioni che complicano ulteriormente i problemi. Ma non è così per la possibilità di usarla. Questa per lo più garantisce praticamente quasi tutti i vantaggi dell’uso della forza senza portarne con sé imprevedibili inconvenienti.  

Fino a oggi la possibilità di usare la forza (ben più che l’uso effettivo di essa) ha contribuito a contenere il montare esponenziale della complessità e a semplificare gli stati di cose reali in modo da mantenerli governabili da parte degli stati.  

Questo potere di contenimento e semplificazione della complessità, l’Unione europea non ce l’ha. 

Se i dissidi tra in suoi stati membri, invece che ridursi anche grazie alla funzione mediatrice della UE, dovessero crescere e aggravarsi oltre un certo limite, il groviglio delle relazioni intereuropee diventerebbe ingestibile per la governance dell’Unione. Essa in tale caso non avrebbe alcuno strumento coercitivo a sua disposizione per impedire la propria dissoluzione. Perché Bruxelles, pur disponendo di strumenti importanti di pressione politica ed economica, come ho detto, non ha il “potere della spada”, quel potere che Alessandro il Macedone non esitò a usare per tagliare l’inestricabile complessità del mitico nodo di Gordio, con un gesto che gli aprì le porte alla conquista dell’Asia. 

L’Europa sta dunque inventandosi un metodo nuovo per affrontare una complessità di tipo nuovo. Una complessità che non è possibile ridurre attraverso la sua reale o minacciata “semplificazione violenta” per mezzo dell’uso della forza. Una complessità che non può essere contenuta entro una qualche cornice, direi, è una complessità “al quadrato”: una complessità complessa

Non essendoci per l’UE la possibilità di contenere con la forza il lievitare della sua complessità nella proliferazione dei contrasti interni, lei – non gli stati che la compongono, che hanno a che fare solo con una complessità semplice,o convenzionale – deve agire direttamente nella complessità complessa. Proprio questo la rende una creatura nuova, atipica: non ha ricevuto il suo potere tutto in una volta, come il sovrano di Hobbes, non si è costituita d’un tratto, come la volontà generale di Rousseau, ma si consolida a mano a mano che vengono sciolti pazientemente, uno per uno, i suoi contrasti interni, che spesso sono più aggrovigliati del nodo gordiano.

È un’impresa difficilissima, che sfiora l’impossibile, se dobbiamo dare ascolto a quanto dice Machiavelli, che dopo un’ampia disanima dei casi del passato, conclude: “di qui nacque che tutti e’ profeti armati vinsono ed e’disarmati ruinorno” (Principe, VI, § 21).

Può riuscire solo se ne viene compresa la radicale novità (ignorata da coloro che pensano alla UE come a un superstato, dello stesso tipo, solo più grande di quelli del passato e del presente).  

Quale può essere il ruolo della sinistra in questa situazione di complessità complessa, non violentemente semplificabile, incontenibile? 

Secondo me la sinistra deve cercare di sviluppare teoricamente il tema immenso di essa (la complessità complessa), cioè di una complessità che non è regolabile, contenibile e semplificabile dall’esterno, da un potere che ne sta fuori e perciò dispone della possibilità di usare una forza “esterna”. Perché carattere essenziale della “complessità complessa” è che non si può tenere fuori dal suo quadro né il potere che la governa, né la forza, grazie alla quale questo dovrebbe contenerla e ridurla: nulla è esterno, ma tutto è interno alla complessità complessa

Ma la sinistra deve affrontare anche un’altra cruciale questione, risvolto pratico della prima: come è possibile che una sfida di governare la complessità complessa sia delegata solo ai vertici, alla tecnocrazia illuminata dell’apparato europeo di Bruxelles? Come è possibile far crescere una partecipazione dal basso, dare sostanza viva a questo processo inedito, avviato in parte inconsapevolmente, dalla UE? 

Attualmente la partecipazione avviene per trasmissione formale dal basso della volontà dei cittadini ai loro rappresentanti al Parlamento europeo. Ma questa partecipazione per trasmissione basso – alto si limita a riprodurre lo schema dello stato democratico tradizionale “a complessità limitata”, per il quale la realtà deve restare entro il quadro di contenimento semplificato convenzionalmente garantito dal suo monopolio della forza (ciò che non sta entro questo quadro convenzionale viene esternalizzato). 

Come ho detto, l’UE non è uno stato tradizionale, ed è auspicabile che non lo diventi mai. Qualora venisse a disporre di un monopolio della forza, cesserebbe di essere nuova ed originale, omologandosi agli altri stati continentali che, dominando la scena del secolo XXI, si preparano allo scontro finale per un impossibile dominio universale, immemori del fatto che i conflitti, nella complessità complessa – l’unica complessità non convenzionale ma reale – non possono mai essere risolti con la forza (qualora lo fossero, continuerebbe comunque ad aleggiare sul mondo il demone del conflitto: Alessandro con il potere della spada conquistò l’Asia, ma il suo dominio si dissolse con la sua morte) ma gestiti in modo da ricavarne l’energia positiva che contengono. 

La sinistra non ha ancora messo a fuoco che oltre alle modalità di partecipazione tradizionale della delega – trasmissione di potere dal basso, per via elettorale o sotto forma della pressione delle lotte sociali e delle mobilitazioni di massa su temi specifici, praticate con successo in situazioni di “complessità semplice o limitata”, ci deve essere anche un altro modo di partecipare. Un modo nuovo e inedito, certo difficile, ma straordinariamente efficace, che richiede un cambiamento profondo di mentalità, all’altezza della complessità complessa. Questa modalità nuova della democrazia io lo definirei di creazione di un potere analogico

Che cosa intendo con quest’espressione? Intendo dire che la forma più intensa di partecipazione non è quella – pur fondamentale – della trasmissione della volontà basso – alto, o quella della pressione esterna sui decisori. La comunicazione più efficace, più ancora di quella linguistica, è quella primitiva ed elementare del mimare per l’interlocutore ciò che gli si chiede di fare. Così la modalità più efficace per supportare la UE nel suo svilupparsi entro la “complessità complessa” è quella di rivivere e riprodurre la sua pratica di governance e di agglomerazione analogicamente su scala inferiore, a livello intermedio e locale. 

Ecco allora che abbiamo trovato – almeno a livello di principio – la risposta al quesito “come si può evitare che tutto il peso della complessità complessa ricada interamente sulla tecnocrazia illuminista di Bruxelles”. 

L’Europa, oltre che un gigante continentale in grado di fare fronte agli impulsi selvaggi e pericolosi del capitale finanziario mondiale deve anche diventare un modo di essere, un metodo per tutti, praticato a ogni livello. Il macrocosmo europeo cresce e si consolida non solo se si assopiscono e conciliano le tensioni insopportabili tra i suoi membri, ma anche se lo stesso processo di aggregazione che la UE pratica, viene riprodotto e rivissuto, in analogia, contemporaneamente più in basso, su piani paralleli, in scala ridotta, nei microcosmi territoriali e cittadini. Se anche a questi livelli si afferma e si consolida il metodo e la pratica del “potere del tra”.       

L’Europa? È un metodo ultima modifica: 2021-12-03T20:46:46+01:00 da ALBERTO MADRICARDO

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