Daniele Del Giudice. Un veneziano

Di Venezia ha interpretato lo statuto ospitale, di città nelle cui matrici identitarie è presente una spiccata componente di apertura. Ne è specchio e testimonianza il successo di Fondamenta, l’iniziativa che lo scrittore lanciò e curò negli anni della giunta Cacciari.
FRANCESCO ERBANI
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Al di là del muro rivestito di mattoncini, poco prima del cancello in ferro battuto, una grande magnolia fa ombra all’edificio. Le finestre sono regolari, un rettangolo bordato da una cornice in pietra. È qui, in fondo a una calle nell’isola della Giudecca, di fronte alla Laguna e al Lido, che il 2 settembre scorso si è spenta la vita di Daniele Del Giudice. Lo scrittore ha vissuto gli ultimi suoi anni in una Venezia punteggiata da case popolari, da palazzi intonacati di bianco, a pochi metri dal giardino della bizantineggiante, novecentesca Villa Heriot, eclettica come è eclettico questo lembo veneziano, fra pontili e panni stesi ad asciugare da un balcone all’altro, quasi un vicolo napoletano, un luogo assai rappresentativo di una città in cui la vita fluisce e che incrina le inflessibili immagini di sé, gli stereotipi e le cartoline. 

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Del Giudice ha vissuto la malattia in questo edificio che un tempo era orfanotrofio e che poi, una volta abbandonata questa funzione, e per l’impegno dell’allora sindaco Massimo Cacciari, ne ha svolta un’altra al capo opposto della scala anagrafica, più aderente alla realtà veneziana, la cura degli anziani e di chi, sebbene non anziano, scivolava dolorosamente nell’Alzheimer. Un ambiente quieto, riposante e ospitale, rinnovato e attrezzato con sapienza all’inizio degli anni 2000 dall’architetto Franco Mancuso, ingentilito da un giardino davanti al quale si squaderna la Laguna, da un orto e da un vigneto sul quale affacciano grandi e luminose vetrate. 

La nuova residenza gestita alle Zitelle dall’Ire (Istituto di ricovero e di educazione) non è un luogo segregato. È un luogo protetto ma incrocia la città, l’ambiente costruito, quello agricolo e quello lagunare. Chi, come Del Giudice, vi trascorre la parte finale della vita, è possibile si senta comunque cittadino veneziano, per quanto glielo consenta la consapevolezza che svanisce. (Pur slegato dal progetto di ristrutturazione architettonica, va letto riguardo alla condizione degli anziani Vivre/Mourir à Venise scritto da Franco e da sua moglie Stella Mancuso per la rivista francese Conférence).

E non è secondaria neanche la prossimità di Villa Heriot, dove ha sede l’Iveser, l’Istituto veneziano di storia della Resistenza e dell’età contemporanea, un luogo fecondo di ricerche, di documentazione, un polmone che dà ossigeno alla vita culturale e alla vita tout court della città. 

Cittadino veneziano Daniele Del Giudice lo è stato in senso pieno. È arrivato in città alla fine degli anni Settanta, come racconta nel bellissimo film-documentario Atlante veneziano di Nene Grignaffini e Francesco Conversano, girato nel 2005 e riproposto da Rai 5 a un mese dalla morte dello scrittore. E a Venezia Del Giudice si è stabilito, ha scelto di restare, qui ha scritto i suoi romanzi, a cominciare dal 1983, fra i quali Lo stadio di Wimbledon, Atlante Occidentale, Staccando l’ombra da terra. Fino a quando gliel’hanno consentito le sue forze vitali è stato una presenza veneziana non appariscente, mite, condensata nella riservatezza, ma costante. Non un nativo veneziano, Del Giudice è stato bensì un nuovo abitante che a Venezia ha trovato la condizione migliore per vivere e lavorare, partecipando alla comunità cittadina e mostrando ad essa una via per aprirsi e accogliere.   

Di Venezia, colta in un passaggio delicato della sua storia recente, Del Giudice ha interpretato lo statuto ospitale, di città nelle cui matrici identitarie è presente una spiccata componente di apertura, sbrigativamente confusa nel crescente turismo di massa. “Una città non è solo le sue pietre, pure così importanti come sono le pietre di Venezia”, dice quasi sommessamente in Atlante veneziano, “e nemmeno la sua storia. Una città è la comunità che la abita, che la cura, che ne custodisce la memoria e il significato e quel significato pensa costantemente in modo aggiornato all’epoca e presente”. Del Giudice ha vissuto in tre diversi luoghi veneziani. La sua prima casa è in Campo San Giacomo dell’Orio, subito dopo il ponte. Poi si trasferisce a Santa Maria del Giglio, quindi a San Polo. 

Venezia non l’ha attratto con la sua nobile architettura o con il suo fascino. Non sono stati elementi trascurabili, ma, seguendo ancora il filo del suo racconto, sono state soprattutto alcune persone la cui frequentazione risale a quel periodo a convincerlo e a farsi cittadino veneziano. Li elenca, sono Massimo Cacciari, Luigi Nono, Emilio Vedova, Giuseppe Santomaso, Manfredo Tafuri. A Venezia si trasferisce da Roma, dove ha lavorato come giornalista a Paese Sera. Definisce quel gruppo di persone “una pattuglia intellettuale di altissimo livello”, alla quale però aggiunge “una componente sociale viva come quella di una classe operaia fortemente avanzata, e non solo quella del Petrolchimico”. E c’è una donna, Silvia Bortoli, in quegli anni la sua compagna.

Di Venezia non parla nei suoi romanzi, salvo che in Staccando l’ombra da terra, nel quale è protagonista il suo amore per il volo, che pratica all’aeroporto Nicelli del Lido (“È il posto che più amo e dove totalmente sono felice. Qui ho imparato a volare. È stata un’educazione sentimentale e mentale una formazione non soltanto di pilota ma di persona, qui ho sperimentato il vero significato della responsabilità, dell’esattezza, la capacità di orientamento, di previsione di quel che può accadere”, dice in Atlante veneziano). Venezia è però una condizione che quasi a contrasto, con la sua apparente immutabilità, gli consente di esprimersi come scrittore che tende a raccontare l’esatto opposto, vale a dire la modificazione, le cose che cambiano, come cambiano, cogliendole nel momento in cui accade il cambiamento o addirittura precedendolo. Venezia l’ama per la sua posizione geografica, anzi per la sua latitudine. E aggiunge: “Ho sempre cercato le latitudini più radicali, quella del grande nord o quella del grande sud”. 

A vent’anni dal suo arrivo a Venezia come nuovo residente, Del Giudice dà vita a Fondamenta. L’iniziativa matura a stretto contatto fra lo scrittore, l’allora sindaco della città Massimo Cacciari, l’assessora alla Cultura Mara Rumiz e si avvale della collaborazione di un gruppo di funzionari del Comune e di altre persone (Sandro Mescola, Anna Foa, Rita Bertoni, Giorgio Camuffo, Franca Alzetta) e del supporto della società Ex Libris per l’organizzazione e per la comunicazione. Ma è Del Giudice l’ideatore e il responsabile della formula. La prima edizione di Fondamenta si tiene fra il 3 e il 6 giugno del 1999. 

Con Francesco Greco

Fondamenta non è un festival. La parola festival non compare mai negli scritti che l’accompagnano e forse è programmaticamente bandita nei tanti incontri che la precedono e la preparano. Eppure la parola non è stata ancora svilita da un uso inflazionistico. In quello scorcio di fine secolo di festival culturali ce ne sono ancora pochi. Spicca il Festivaletteratura di Mantova, nato appena tre anni prima, ma ancora mancano all’appello il festival di filosofia di Modena, che sarebbe nato nel 2001, o quello dell’economia che avrebbe visto la luce a Trento nel 2006. Nonostante il suo uso fosse del tutto appropriato e concedesse poco alla moda, Del Giudice preferisce comunque evitarlo. 

Fondamenta, scrive Del Giudice nella prefazione al volume che raccoglie gli atti della prima edizione, “è un’iniziativa del Comune e della città di Venezia per la lettura”. Il suo fine è dunque la lettura, non i libri, tantomeno la loro promozione o il lancio delle novità editoriali, bensì l’atto in sé del leggere. Del Giudice è scrittore ed è anche uomo di editoria, è consulente dell’Einaudi, artefice assiduo del dibattito costante che lì si svolge. Ma ciò che intende promuovere con Fondamenta non è che si vendano e si comprino libri, attività che non può che ritenere del tutto meritoria. Gli interessa ciò che la lettura alimenta, la riflessione che produce, lo sguardo penetrante che induce sull’attualità. 

La lettura inoltre non è concepita solo come gesto individuale, bensì anche come attività che si può svolgere in piccole o meno piccole comunità. Il fattore collettivo, con il dialogo e lo scambio che lo caratterizza, è nutrimento vitale della lettura. Le comunità dei lettori, scrive sempre introducendo Fondamenta, ne sono un altro pilastro: Fondamenta “è le molteplici comunità di lettori italiane e straniere, la loro collaborazione ai programmi, l’interazione tra loro e con il comitato scientifico”.

Fondamenta è un’iniziativa del Comune e della città di Venezia, scrive dunque Del Giudice. Sembra una tautologia, ma non lo è. Come a dire che a Venezia non cala un pacchetto confezionato altrove, ma che è la città di Venezia, la sua storia, la sua morfologia e la sua comunità ad allestirla. La lettura e i lettori, dunque. Sono entrambe entità mobili, percorse da “linee di ricerca di frontiera”. E Fondamenta vuole esplorarle, sperimentarne la forza “nelle continue emergenze sociali, politiche, geopolitiche”. 

Il comitato scientifico è prestigioso, formato non solo da italiani. In esso sono rappresentate molte discipline. È frutto delle relazioni di Del Giudice, della sua reputazione. La sua composizione sorprende, anche perché non si scorgono cordate né si concede molto alla visibilità, al nome che cattura. Vi compaiono Christophe Bataille, Enzo Bianchi, lo stesso Del Giudice, Assia Djebar, Ernesto Franco, Amos Luzzatto, Claudio Magris, Predrag Matvejevic, Mario Rasetti, José Saramago e Paolo Zellini.

Con Mara Rumiz

Fondamenta è dunque una delle prime iniziative, poi diventate tantissime, in cui la cultura va in piazza, attira persone, le mette a contatto stretto con intellettuali di varia provenienza e appartenenti a discipline diverse. A differenza di gran parte dei festival che verranno dopo, però, Fondamenta non si limita al fine settimana in cui si svolgono gli incontri. È il prodotto di un’elaborazione lunga alla quale sono chiamati a partecipare in tanti. L’obiettivo di Del Giudice è di creare un rapporto stabile con numerose comunità di lettori sparse in tutta Italia e anche in altri paesi. Il proposito, espresso con un’immagine che richiama la passione di Del Giudice per il volo, è quello di costruire “una stazione orbitante alla quale ci si può agganciare secondo necessità”, accogliendo le più diverse forme di espressione, da quella letteraria a quella scientifica, da quella politica a quella religiosa, usando i linguaggi verbali, musicali, delle arti figurative e teatrali. La struttura che lo scrittore ha in mente è, contemporaneamente, aperta e radicata, intensa durante i quattro giorni di incontri, ma durevole nel tempo. 

Il titolo della prima edizione, approssimandosi la fine del millennio, è “Futuro necessario”. È una riflessione sul futuro, meglio “sui futuri”, aggiunge De Giudice, “senza troppe illusioni di progresso, ma anche senza troppe, interminabili nostalgie”. La sede scelta è campo Sant’Angelo, Sant’Anzolo, per i veneziani. Il campo è spazioso, ha un’apertura e una forma che non possiedono altri campi. È fra campo Manin e campo Santo Stefano, è molto frequentato, ma non è esattamente nella direttrice che dalla stazione di Santa Lucia conduce a San Marco.

La preparazione degli incontri di giugno inizia molti mesi prima, con l’apertura di un sito internet. È un’iniziativa che Del Giudice immagina per mettere a disposizione delle comunità di lettori una piattaforma dove trovarsi e dialogare. Siamo ai primordi del web e lo scrittore di Atlante occidentale ha modo di calare nella pratica la propria attenzione alle novità che si affacciano sulla scena tecnologica e scientifica. Da Venezia, grazie al supporto di Carmen Novella e della sua Ex Libris, Del Giudice fa partire un invito a manifestarsi rivolto alle tante comunità di lettori già attive sul territorio e a quei lettori che altre comunità potrebbero costituire. Le prime comunità che si formano sono a Venezia, Milano, Torino, Genova, Bologna, Roma, Napoli, Palermo, Parigi, Londra, New York. Molto importante è la collaborazione di alcuni istituti di cultura italiani all’estero. Fondamenta si propone come il luogo in cui le diverse comunità fanno comunità a loro volta. 

A tutti, lettori sparsi e comunità esistenti, dal marzo del 1999 Fondamenta propone settimanalmente una bibliografia composta di quattro titoli, aventi a che fare in maniera diversa con la traccia della prima edizione, “Futuro necessario”. I libri sono scelti dal comitato scientifico, ma ad essi possono aggiungersene altri suggeriti dai lettori. I quali lettori quei libri sono invitati a leggere, se non l’hanno già fatto, e a commentarli. Le recensioni vengono pubblicate su Tuttolibri, il supplemento culturale della Stampa di Torino, che mette a disposizione anche 15 soggiorni premio a Venezia durante gli incontri di giugno.   

Daniele Del Giudice spettatore

Sulla base delle indicazioni dei lettori e dei loro circoli, rimesse in ordine, dotate di logica e allineate in un percorso da Del Giudice, nasce il programma di Fondamenta. La Lectio magistralis che introduce la prima edizione, la mattina del 3 giugno 1999 in campo Sant’Angelo, è tenuta dallo scrittore Predrag Matvejevic e s’intitola “Asilo, esilio, migrazioni” (forse, ma è possibile un inciampo della memoria, è la prima volta che in un contesto non accademico si usi l’espressione Lectio magistralis, poi invalsa a designare conferenze anche poco memorabili in tanti contesti festivalieri). Seguirono nel pomeriggio altre due lectiones, “La guerra dei sogni” dell’antropologo francese Marc Augé, che solo successivamente sarebbe diventato notissimo anche in Italia, e, nella sede dell’Ateneo Veneto, in campo San Fantin, “I cavalli di fuoco: Lettura e Messianismo” del rabbino e filosofo d’oltralpe Marc-Alain Ouaknin. 

Chi assistette a quei primi incontri ricorda un pubblico numeroso, ma soprattutto curioso e motivato, non necessariamente padrone degli argomenti trattati, però sensibile e capace di costruire percorsi propri fra una relazione e l’altra, uno degli obiettivi che Del Giudice voleva venisse realizzato. Un tema ricorrente in quei quattro giorni era il rapporto fra “profezia teologica e previsione scientifica”. Con esso si cimentarono Amos Luzzatto, a quel tempo presidente dell’Unione delle comunità ebraiche, chirurgo di mestiere e amico stretto di Del Giudice, e poi il fisico Mario Rasetti e il matematico Paolo Zellini. Ma su “Retori e persuasi” si confrontarono Claudio Magris e Cesare De Michelis e su “Etica per un futuro” dialogarono Cacciari e Gherardo Colombo.

La giornata finale, domenica 6 giugno, vide un dialogo fra Maurizio Bettini e Marcel Detienne su “La vita del mito”, e un confronto su “Luoghi del futuro” fra Luc Tessier e Zaha Hadid, che aveva appena vinto il concorso per il Maxxi di Roma, ma la cui fama sarebbe giunta solo in seguito. La serata fu invece occupata da un reading di poesie di Andrea Zanzotto, accolto da un fragoroso applauso iniziale che lui scansò: “Grazie, ma prima di applaudire accertatevi che non dica sciocchezze”. Seguirono una lectio “Contro l’intolleranza” di José Saramago e uno spettacolo in piazza San Marco di Patti Smith. 

Il successo di Fondamenta è pieno. Il pubblico è andato crescendo con il passare dei giorni, ne scrivono i giornali, non solo italiani. Venezia è stata luogo di riflessioni e di incroci culturali e politici assai fecondi. Tutti gli interventi vengono riprodotti in un volume, ricco di immagini. Per Del Giudice è importante che quella tensione intellettuale non si disperda, sia permanente, continui a manifestarsi nel dialogo fra i comitati di lettura, ai quali vengono proposte le bibliografie, e sia raccolto sul sito internet.  Fondamenta si ripete nell’ottobre del 2000, titolo “Globo conteso”, poi nel 2001 (“Corpi”), nel 2002 (“Significati condivisi”). Nel 2003 Fondamenta si ridimensiona e prende la forma di un laboratorio che si svolge in due giorni a febbraio, nell’Ala Napoleonica del Museo Correr. Titolo: “Le fantascienze”. 

L’esperienza di Fondamenta finisce qui. È nata in collaborazione stretta con il Comune, quando sindaco è Cacciari, che lascia nel febbraio del 2000. Negli anni successivi Del Giudice avverte che l’adesione dell’amministrazione via via si affievolisce e che Fondamenta rischia di perdere il suo profilo di iniziativa per la lettura e per i lettori. E decide di smettere.  

Alcuni anni dopo cominciano a manifestarsi i primi segni della malattia, che non impediscono a Del Giudice di essere ancora attivo a Venezia e per Venezia. Atlante veneziano è del 2005 e alle elezioni amministrative dello stesso anno lo scrittore si schiera a favore di Felice Casson contro il suo amico Cacciari (che resterà la persona a lui più vicina fino alla fine). 

Fondamenta rimane sullo sfondo di una vita che lentamente si assopisce. E con Fondamenta si allontana la sagoma di una città pensata nella sua dimensione più urbana, nel senso di luogo dello scambio e dell’innovazione. Una città intellettualmente più creativa, aperta e ospitale, non vetrina di eventi né fenomeno da contemplazione di massa, e invece capace di sfidare le profezie di un prossimo declino e di cogliere stimoli culturali e politici, mettendosi in relazione con gli argomenti cruciali di quel passaggio di millennio. “Io sono felice che Fondamenta sia qui a Venezia, di Venezia, per Venezia, anche se è aperta alle realtà nazionali e internazionali”, spiegava Del Giudice introducendo la prima edizione di Fondamenta. “Venezia è una città eccezionale, non vi è dubbio. Per viverci occorre costruire la città normale. Fondamenta è un componente normale di una città normale”. 

P.S. Questo articolo è stato reso possibile grazie alle testimonianze di Mara Rumiz, di Stefano Del Re e di Carmen Novella.

fotografie di Graziano Arici

Daniele Del Giudice. Un veneziano ultima modifica: 2021-12-08T21:01:23+01:00 da FRANCESCO ERBANI

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1 commento

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Paola Scarpa 13 Dicembre 2021 a 7:36

L’ho fatto!

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