Per Luigi Ricciardi

Migliaia di pazienti operati dal luminare veneziano dell’ortopedia italiana, da poco scomparso, lo ricordano per la professionalità e per la grande umanità che ha caratterizzato la sua figura di medico.
TIZIANA MIGLIORE
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Circola in rete una storia a metà tra un fatto accaduto e una leggenda universitaria, ma incentrata su un tema serio: quando una comunità progredisce tanto da diventare “civile”? La domanda, posta da uno studente all’antropologa Margaret Mead, sortisce una risposta inaspettata. Non pentole di terracotta, macine di pietra o ami, non il linguaggio, l’etichetta, le buone maniere o il ben vestire. Il primo segno di civiltà in una cultura è un femore rotto e poi guarito. Perché un animale, se si rompe una gamba, muore. Non può fuggire dal pericolo, andare al fiume a bere o cercare cibo; è carne per predatori che si aggirano intorno a lui. Nel mondo umano e fra umani e animali, invece, un femore rotto che è guarito è la prova che qualcuno si è preso il tempo di stare con chi è caduto, ne ha bendato la ferita, lo ha portato in un luogo sicuro e aiutato a riprendersi. La cura dell’altro, che è un dono reciproco, è il punto preciso in cui la civiltà inizia. 

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Nel solco di questa storia un pensiero riconoscente va al professor Luigi Ricciardi, luminare dell’ortopedia italiana, venuto a mancare a Mestre un mese fa, il 9 novembre 2021, a 96 anni. La laurea a Padova nel 1949 e la specializzazione a Bologna all’Istituto Rizzoli, Ricciardi è stato allievo prediletto del professor Carlo Pais, uno dei padri dell’ortopedia moderna. A 36 anni diventa primario del reparto di ortopedia dell’Ospedale civile di Cosenza, dove resta fino al 1975. Si trasferisce poi a Mestre, sua città natale, dove dirige il reparto di ortopedia e traumatologia dell’Umberto I per due decenni, rendendolo un punto di riferimento nazionale e internazionale per diverse patologie. Studioso appassionato, è stato un precursore delle più riuscite applicazioni. E in anni lontani dalle moderne tecnologie, inventa una via biologica per la riduzione della frattura, che consiste nell’applicare un fissatore esterno e monitorare l’evoluzione del callo di frattura con studi ecografici ed estensimetrici. Nel 1986 primo ortopedico ospedaliero a essere presidente unico del Congresso nazionale italiano, che si è svolto al Lido di Venezia, è stato, inoltre, vicepresidente della società italiana di Ortopedia e Traumatologia dal 1992 al 1994. Nella chirurgia protesica dell’anca è stato il primo ortopedico in Italia a impiantare una protesi nel cane, ideando in seguito una protesi a vite che ha fatto scuola. 

Migliaia di pazienti operati da Ricciardi lo ricordano per la professionalità, ma soprattutto per la grande umanità che ha caratterizzato la sua figura di medico. Ne segue le orme il figlio Alberto, primario di Ortopedia al Santi Giovanni e Paolo di Venezia, con lo stesso mix, sorprendente oggi e però essenziale, di un uomo bravissimo e un bravissimo uomo. Eccellenza italiana a km 0. I giornali lamentano in questi giorni il sostegno alle cliniche private nel PNRR con i soldi pubblici e la gente protesta, dalla Sardegna alla Lombardia, per la chiusura di reparti e le attese infinite. Ma, concretamente, sono solo gli esempi virtuosi da portare all’attenzione a scoraggiare scelte lesive della sanità per tutti. I buoni casi che ci fanno capire perché li chiamiamo “ospedali civili”.

Per Luigi Ricciardi ultima modifica: 2021-12-10T16:43:52+01:00 da TIZIANA MIGLIORE
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