Un’ombra sulla reputazione dell’Accademia di belle arti di Roma

Un po’ di storia, per conoscere della Scuola Libera del Nudo sia le prerogative che i meriti, e il ruolo attivo nei confronti di fasi importanti dell’arte del Novecento, attraverso dati referenziali documentati, può contribuire a sostenerne la causa del mantenimento in vita
ANNA MARIA DAMIGELLA
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È indubbio che la notizia della cessata esistenza in vita della Scuola Libera del Nudo annessa all’Accademia di Belle Arti di Roma, di cui si è scritto il mese scorso, sia una questione rilevante, anche perché si tratta di una istituzione che vanta una storia illustre, del resto ricordata per sommi capi nei precedenti interventi in questa sede. Che sia una chiusura o una sospensione temporanea, che le ragioni siano i pochi iscritti e di natura economica, che sia previsto un ripensamento della struttura, saranno gli sviluppi della vicenda a dirlo, con, speriamo, benefici effetti delle reazioni dei mezzi di comunicazione e di alcuni studenti. Resta il fatto che comunque, al momento, la sua scomparsa getta un’ombra sulla reputazione dell’Accademia. 

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Un po’ di storia, per conoscere della Scuola Libera del Nudo sia le prerogative che i meriti, e il ruolo attivo nei confronti di fasi importanti dell’arte del Novecento, attraverso dati referenziali documentati, può contribuire a sostenerne la causa del mantenimento in vita, non perché il passato si possa replicare ma perché la coscienza storica può essere un aiuto per operare nel presente. La sua storia fa della Scuola un ‘bene culturale’, che non può però essere museificato ma deve restare vivo, essere un laboratorio rispondente alle esigenze dell’oggi. Del resto in passato trasformazioni all’interno di essa avvennero, ma senza intaccarne il ruolo identitario, distinto dall’Accademia, che fu doppio: luogo di convergenza e richiamo di diversità al suo interno, espansivo verso il fuori.

Roma. Chiude la Scuola Libera del Nudo dell’Accademia di Belle Arti
Scuola del Nudo di Roma. Una lettera a ytali della direttrice e della presidente
Scuola del Nudo. Un tavolo con gli studenti

L’Istituto Superiore di Belle Arti di Roma (la denominazione Accademia di Belle Arti entra in vigore col nuovo ordinamento della Istruzione artistica stabilito dal R.Decreto del 31 dicembre 1923 del ministro Gentile) fu costituito in forma autonoma dipendente dallo Stato secondo lo Statuto organico del 3 ottobre 1873 ratificato dal decreto del ministro della Pubblica Istruzione Scialoja. La sua nascita segnò uno strappo nella condizione atavica dell’insegnamento dell’arte nella capitale perché l’organismo fino ad allora delegato a quella funzione era l’Accademia di San Luca, che non accettò lo statuto in nome di una autonomia rivendicata come legittima e inalienabile. Con una “Protesta”, rifiutò di sottostare all’autorità dello Stato e fu privata dalla gestione dell’insegnamento, che divenne appannaggio dello Stato con regole sull’indirizzo didattico, il reclutamento dei professori (scelti con concorsi statali per i titoli) e quant’altro, dettate dallo Statuto. Grazie all’insegnamento del disegno impartito da Filippo Prosperi, direttore e docente dell’Istituto, fondato sulla indagine e sulla “imitazione intelligente del vero” fu proprio la Scuola di Figura disegnata a produrre fin dall’inizio i saggi più innovativi. 

La Scuola del Nudo esistette dalle origini dell’Istituto, con collocazione serale; col Provvedimento del 29 ottobre 1881 n.9888, firmato dal ministro della Pubblica Istruzione Baccelli, fu convertita in diurna e fu denominata Scuola libera con modello vivente. Fu aperta a tutti coloro che erano reputati idonei e vi furono ammesse anche le donne. Pur avendo intendimenti formativi, con l’esercizio e la metodica e puntuale applicazione sul nudo, sfuggiva alla organizzazione rigorosa e vincolante dell’Istituto accademico, e lasciava il margine di libertà che la denominazione “scuola libera” prometteva, nelle modalità di accesso e di frequenza e del rapporto con gli insegnanti. Il capitolo Scuola Libera del Nudo dello Statuto del R. Istituto Superiore di Belle Arti precisava che gli allievi avevano la facoltà, non l’obbligo, di sottoporre i loro disegni ai professori che sovrintendevano alla scuola per ricevere correzioni, opinioni, consigli. Il compito dei professori si limitava a scegliere i modelli e a metterli in posa, si trattasse di docenti dell’Istituto a turno designati dal direttore, oppure di uno degli emeriti professori “onorari esercenti” ai quali a un certo momento (1890-91) venne dato l’incarico di condurre a turno mensile la scuola libera. Ma lo spirito del tempo era sempre più orientato verso la libertà di espressione e di ricerca e gli “onorari” apparivano agli studenti una costrizione accademica. 

Fu infatti la diffusione del cambiamento nelle richieste dei giovani riguardo all’apprendimento artistico ai primi anni del Novecento a conferire una identità propria a una scuola che sembrava risolvere l’antinomia tra la rivendicazione della libertà di espressione e l’affrancamento dalle regole restrittive dell’insegnamento accademico e il permanere del bisogno di impadronirsi dei principi del disegno e della modellazione corretta della figura, ritenuti un bagaglio indispensabile. Disegnare dal modello vivente gettava un ponte tra la tradizione classica e il credo moderno che metteva l’osservazione e lo studio del vero a fondamento dell’arte. 

Luogo di apprendimento e di confronto, richiamo per giovani di talento, carichi di aspettative che volevano tenersi lontani dai corsi regolari dell’accademia, sede di incontro di categorie diverse, principianti, giovani già lanciati, artisti celebri, la Scuola del Nudo fu in quel periodo una scuola aperta, senza l’imposizione dell’autorità di professori e senza vincoli di frequenza.

Non mi venne mai l’idea di andare all’Accademia per seguire dei corsi regolari di pittura; mi iscrissi invece alla scuola libera del nudo, dove mi recavo soprattutto quando il cattivo tempo mi impediva di andare nella campagna romana,

dichiara Gino Severini nell’autobiografia Tutta la vita di un pittore; e con lui la frequentarono Umberto Boccioni, Mario Sironi, Guido Calori, Domenico Baccarini e tanti altri.

Piero Scarpa, nel libro di ricordi Vecchia Roma (1939), nel capitolo Via Ripetta dà spazio alla Scuola del Nudo che aveva frequentato tra il 1897 e il 1901, prima di dedicarsi alla critica d’arte, e dà conto della qualità variegata delle persone che vi si ritrovavano e lavoravano in una condizione pressochè di assenza di gerarchie: giovani iscritti, presenze occasionali e saltuarie, e artisti celebri che erano guardati come esempi dalla nuova generazione (Francesco Paolo Michetti, Antonio Mancini) e che “dopo aver dato preziosi suggerimenti agli studenti non disdegnavano di tracciare per loro conto qualche schizzo di nudo”. Scarpa fa parecchi nomi più o meno noti, senza troppa attenzione alle date effettive, comprimendo nella memoria tempi e persone sull’onda della rievocazione dell’entusiasmo giovanile che li accomunava, lasciandosi andare a riferire aneddoti, scherzi e beffe, assecondando i luoghi comuni dell’artista burlone e del folklore romanesco. Centrando comunque le prerogative della scuola: l’incontro di diversità e l’assenza di barriere, il legame con l’esterno, perché quelle aggregazioni dal chiuso dell’aula si espandevano nella Roma notturna, nelle osterie, nella campagna appena fuori città dove si andava a disegnare e a dipingere dal vero. Nel mosaico di luoghi e punti di incontro di quella che Severini ha denominato la “bohème” romana, premessa a divisionismo e futurismo, la Scuola del Nudo ha una parte importante.

Cipriano Efisio Oppo, che all’Istituto Superiore di Belle Arti si era formato, nel tempo in cui era già pittore, disegnatore e giornalista, da osservatore attento alle questioni attinenti all’insegnamento dell’arte, denuncia su L’Idea Nazionale dell’8 maggio 1919 il protrarsi sospetto della chiusura della Scuola Libera, sospesa nel 1915 per lo scoppio della guerra e il conseguente calo delle iscrizioni, e ancora non riaperta, per difficoltà economiche e logistiche, forse per progetti allo studio di modi diversi di organizzarla. E per sensibilizzare i lettori sulla importanza della questione da della Scuola una ‘memoria’ pittoresca.

Esisteva fino a quattro anni fa una Scuola Libera del Nudo che era l’unica istituzione artistica che funzionasse realmente bene nel R. Istituto Superiore di Belle Arti. Constava di un grande salone semicircolare dove sedevano gli studiosi, il modello era posto su un palchettone al centro del muro diametro. Era libera perché appunto non esistevano imposizioni di orari né noie di professori […] Chiunque avesse domandata l’iscrizione era sottoposto ad un esame sommario di disegno di nudo e poi lasciato libero di frequentare nelle ore che meglio combinavano coi propri affari, i propri lavori con lo studio del nudo. Frequentava questo simpatico ambiente un curioso mondo di vecchi e di giovani, di paesani impacciati da un timoroso rispetto, di bohèmiens zazzeruti e immantellati allegri e rumorosi, di stranieri aggiustati nelle fogge più buffe, di artisti già famosi, di ex pittori finiti impiegati dello Stato e che ancora non avevano perdute tutte le speranze artistiche, di signorine e signore senza falsi pudori. Tutte le lingue e tutti i dialetti si incrociavano in questa specie di Babilonia nel quarto d’ora di riposo […] ma durante il lavoro l’ordine era relativamente tenuto bene (per merito dell’efficiente custode il sor Alessandro). Tutto ciò durava da moltissimi anni con grande giovamento di chi aveva veramente voglia di studiare e non aveva i mezzi necessari o che non si voleva sottomettere a un modo di studiare che non gli piaceva. 

La Scuola Libera del Nudo fu riaperta e iniziò una ripresa lenta; dalla metà degli anni Venti aveva superato la crisi e riacquistato il potere di attrazione su giovani che avevano le qualità per fare rinascere in quell’ambiente la vitalità di prima: talento e spirito di autonomia, e piacere di confrontarsi. Mario Mafai la frequenta nel 1925 e spinge Scipione recarvisi anch’egli a disegnare; vi è iscritta Antonietta Raphael e lì incontra Mafai; nel 1926 vi approda Renato Marino Mazzacurati e vi incontra Scipione e Mafai, con conseguenze decisive per il suo orientamento artistico. Nel 1930 la frequenta Pericle Fazzini appena diciottenne; tre anni dopo vince la Pensione Nazionale di scultura con i due magnifici saggi sul tema del nudo, a rilievo e a tutto tondo, L’uscita dall’arca, 1932, e Donna nella tempesta, 1933 (gessi che si conservano all’Accademia di Belle Arti). 

Evidentemente la Scuola Libera si era bene adattata al nuovo corso dell’arte, il ritorno all’ordine, con il recupero dei valori del disegno e della figura e del riconoscimento della funzione positiva dei maestri da parte di giovani talenti alla ricerca della propria via. Nel periodo in cui il professore di riferimento per Figura disegnata e Pittura fu Antonino Calcagnadoro (dal 1928 al 1935), verista con un deciso spostamento verso il naturalismo ideale alla Sartorio nella pittura decorativa allegorica monumentale fondata su figure nude atteggiate in pose diverse, la Scuola divenne un punto forte dell’insegnamento. Calcagnadoro ebbe un ruolo incisivo di maestro per alcuni destinati a diventare capofila della Scuola Romana, un ruolo doppio perché prima (dal 1918) aveva insegnato alla Scuola preparatoria alle arti ornamentali del Comune in via San Giacomo. Lì ebbe tra gli allievi Alberto Ziveri e Mafai, che lo ha ricordato così: “A me che quando prendevo il pennello non ragionavo più e mi mettevo a tirar giù sciabolate mi rimproverava ‘Non perdere il  disegno’. Più tardi lo ritrovai alla Scuola Libera del Nudo”. Ed è un altro artista di valore, Amedeo Bocchi, a subentrare a Calcagnadoro, morto nel 1935, nell’insegnamento alla Scuola del Nudo.                                          

Immagine di copertina: La scuola libera del nudo dal modello vivente, disegno di Piero Scarpa (da Vecchia Roma, 1939).

Un’ombra sulla reputazione dell’Accademia di belle arti di Roma ultima modifica: 2021-12-13T17:16:05+01:00 da ANNA MARIA DAMIGELLA
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