Droghe e Venezia. Dalla scena aperta al governo del territorio

L’acquisto e spesso il consumo di sostanze stupefacenti avviene alla luce del sole in spazi pubblici, spesso concentrati prevalentemente nelle zone calde nei pressi della stazione di Mestre. Nonostante il sindaco in campagna elettorale si fosse molto speso con promesse riguardanti la sicurezza, i risultati della giunta sono inadeguati. Perché è sbagliato l’approccio al fenomeno.
PAOLO TICOZZI
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A Venezia, Mestre e Marghera il fenomeno delle droghe e le politiche per governarlo sono temi incandescenti a causa del sostanziale fallimento della strategia repressiva messa in atto dalle amministrazioni Brugnaro. Il tema delle droghe, oltre ad essere di primo piano nel comune di Venezia, è anche alla ribalta a livello nazionale italiano, per via della Conferenza Nazionale sulle Droghe e della recente raccolta firme per il referendum sulla cannabis.

Prima di entrare nel merito con una disamina della situazione locale, ritengo opportuno allineare gli sguardi con un breve, ma a mio parere necessario, inquadramento del fenomeno e delle strategie che si possono mettere in campo per affrontarlo.

La droga come fenomeno sociale

In generale quando parlo del fenomeno, parlo di droghe al plurale, perché non ritengo corretto accomunarle tutte sotto un unico cappello, come fossero la stessa cosa: uno spinello di marjuana è distante anni luce da una dose di eroina che a sua volta non può essere equiparata a una pastiglia di mdma. E non dico solo per gli effetti e le modalità di assunzione, ma anche per i contesti sociali e culturali, i luoghi e le occasioni in cui queste sostanze vengono assunte.

Detto questo, l’utilizzo di droghe è un fenomeno sociale e umano e in quanto tale va affrontato: un’analisi seria del fenomeno non può prescindere quindi dal suo inserimento nella cornice del contesto culturale in cui si sviluppa e dai dati che lo riguardano.

Partiamo quindi dai dati che dicono che, anche non considerando le droghe legalizzate come alcool e tabacco, ben otto milioni di italiani assumono stupefacenti, sei dei quali cannabis! Non si può non tenere conto di questo fatto e di fronte a questi numeri non si possono criminalizzare tout court i consumatori, è evidente che non si possono riempire di questi le carceri ingolfando la giustizia italiana o perseverare in un approccio cittadino che va a infierire sui consumatori con multe e daspo urbani.

La narrazione dominante vede chi fa uso di sostanze stupefacenti come una persona da salvare, ma siamo sicuri sia corretto? Definireste come etilista da salvare chi dopo il pranzo al ristorante della domenica beve una grappa o un amaro? O chi a pranzo beve un bicchiere di vino? Sono sicuro di no, nonostante il suo abuso sia più dannoso e provochi più morti di altre sostanze, perché nella nostra cultura il consumo di alcool è socialmente accettato e inserito all’interno di riti collettivi.

Riflettiamoci però, chi di noi non ha un conoscente o un amico perfettamente integrato nella società che nel suo privato talvolta assume sostanze stupefacenti?

Un passo importante per affrontare il fenomeno senza preconcetti è quello di liberarsi dallo stigma e dal concetto di necessità di intervento salvifico verso i consumatori; con questo sia chiaro non intendo dire che non ci siano persone che perdono il controllo nell’uso delle sostanze e sviluppino dipendenze con gravi conseguenze sull’andamento della propria vita necessitando di aiuti e cure, ma non si può dire che sia così per tutti gli utilizzatori di sostanze, così come non è così per tutti gli assuntori di alcool.

La nostra cultura è fortemente intrisa di un moralismo derivante da una percezione distorta, da una scarsa consapevolezza e da una forte confusione di fondo tra lecito, giusto, morale e socialmente accettato.

Il primo passo per avere uno sguardo autentico sul fenomeno, che sia scevro da preconcetti e dai messaggi stigmatizzanti, a cui per anni siamo stati sottoposti, è quello di rendersi conto dell’importanza del linguaggio. Parole ad esempio come drogato e tossicodipendente sono stigmatizzanti e da evitare, hanno nell’uso comune una percezione negativa. Assocereste di buon grado quelle parole a vostro figlio? Sappiate che la probabilità che assuma sostanze è abbastanza alta, un giovane su quattro lo fa, e qualora lo facesse probabilmente le vostre parole sarebbero: “Non è drogato, fuma soltanto marijuana”. Assocereste mai quelle parole a uno stimato professionista o a un colletto bianco che nel suo privato assume sostanze? Sono sicuro di no, allora partiamo da qui e dal fatto che l’uso di sostanze da parte di molti consumatori non comporta l’impossibilità di una vita socialmente integrata.

Come affrontarlo?

I quattro pilastri per affrontare il fenomeno delle droghe sono: la prevenzione, la riduzione del danno, il fornire aiuto e cura a chi usa sostanze e la riduzione dell’offerta.

Per quanto riguarda la prevenzione, bisogna agire soprattutto sui giovani coinvolgendoli in attività che possano aiutarli a trovare obiettivi e senso, che contribuiscano a farli sentire parte riconosciuta della società, che li facciano divertire in modo sano. Ben vengano quindi gli sport, le attività culturali, coreutiche, ludiche, aggregative, il volontariato e quelle che sviluppano il protagonismo giovanile.

La prevenzione si fa anche con l’informazione sulle droghe, che è anche uno degli strumenti della riduzione del danno: conoscere gli effetti, i rischi derivanti dall’assunzione delle sostanze e come poterci fare fronte è estremamente importante per produrre una consapevolezza che può portare da un lato a scegliere di non consumarle dall’altro a un consumo più consapevole e attento. Altri strumenti della riduzione del danno sono la distribuzione di materiali sterili per l’assunzione di sostanze, per evitare la diffusione di malattie con usi promiscui di materiali, la creazione di luoghi di relax, decompressione e pronto intervento in caso di inconvenienti nell’assunzione di sostanze, bad trip o overdose, nei contesti in cui i consumatori assumono sostanze, come ad esempio ai rave party a cui spesso partecipano realizzando spazi del genere i servizi di riduzione del danno degli enti pubblici.

Altro punto cardine della riduzione del danno è l’educazione dei consumatori a evitare comportamenti a rischio come mescolare droghe diverse o droghe e alcool, e, parallelamente, fornire farmaci come il naloxone, che con un suo pronto utilizzo permette di salvare vite in caso di overdose, e ovviamente alla formazione sul suo uso. 

Ultimamente si stanno diffondendo progetti di drug checking che permettono agli operatori tramite dei test di valutare e comunicare agli utilizzatori il reale contenuto delle dosi di sostanze prima dell’assunzione, visto che spesso non contengono quello per cui sono spacciate.

Affrontare il fenomeno del consumo di droghe da un punto di vista sociologico non vuol dire tuttavia non riconoscere che una parte di consumatori di sostanze sviluppi dipendenze tali da inficiare, in alcuni casi anche completamente, la propria vita privata e da portare a comportamenti antisociali; in questi casi e non solo in questi bisogna intervenire con aiuto e cura, per tentare di riportare le persone che hanno perso il controllo ad essere in grado di riprenderlo con interventi dei servizi e il ricorso a percorsi di disintossicazione e reinserimento nella società.

Sicuramente poi la riduzione dell’offerta può contribuire a contrastare la diffusione delle sostanze stupefacenti, tuttavia va preso atto che, nonostante la distribuzione oggi non sia legale, l’offerta di droghe non manchi e questa sia governata da mafie e malaffare.

La “war on drugs” predicata a partire dagli anni Sessanta e Settanta (la convenzione di Roma è del 1961; quella di New York del 1971) è di fatto fallita: in cinquant’anni i risultati sono stati deludenti, come ratificato anche dall’Onu e palese semplicemente col riscontro sul numero di consumatori italiani: otto milioni. Certo è che se si passasse da un’offerta di mercato libero, illegale e non gestito, a una di un mercato controllato e regolato dallo Stato, ci guadagnerebbero tutti, tranne le mafie. 

La situazione nel Comune di Venezia

In città il dibattito e l’attenzione sono focalizzati soprattutto su quella che tecnicamente è chiamata la “scena aperta”, ovvero l’acquisto e spesso il consumo di sostanze stupefacenti alla luce del sole in spazi pubblici, che nella nostra città sono concentrati prevalentemente nelle zone calde nei pressi della stazione di Mestre, via Piave, via Cappuccina – e relative laterali – e Marghera.

I risultati delle politiche delle giunte Brugnaro, nonostante il sindaco soprattutto nella prima campagna elettorale si fosse molto speso con promesse riguardanti la sicurezza, sono stati inadeguati. Le azioni in alcuni casi si sono rivelate addirittura controproducenti, basti pensare al fatto che negli ultimi sei anni la scena aperta in città si è ampliata, coinvolgendo aree precedentemente non toccate dal fenomeno.

La repressione attuata dall’amministrazione verso i clienti con multe e daspo urbani non ha risolto di certo il problema, anzi l’ha acuito e ha determinato la sensazione dei consumatori più ai margini di essere corpi estranei della società spingendoli a comportamenti sempre più al limite, se non in contrasto con quelli accettati dalla società.

Sempre più cittadini delle aree oggetto dei fenomeni di spaccio e consumo sono disperati ed esasperati e non sanno come comportarsi e affrontare i pusher sempre più spavaldi e i bivacchi dei consumatori che spesso assumono sostanze anche davanti alle porte dei condomini.

La caccia ai pusher da parte della polizia locale appare però, per le modalità con cui avviene e viene comunicata più che una misura finalizzata a contribuire alla reale risoluzione del problema dello spaccio, semplicemente un modo per mostrare che l’amministrazione si sta spendendo e qualcosa sta provando a fare. Poco importa che si prendano solo i pesci piccoli con poche possibilità poi di trattenerli. Gli studi sul governo del fenomeno inoltre dimostrano che la strategia repressiva innesca un’escalation: più polizia viene utilizzata più ne sarà richiesta, ma questo non comporterà grossi risultati per via delle leggi attuali, che qualora venissero cambiate e rese più pesanti porterebbero ad aggravare il già consistente sovraffollamento carcerario e portare ad un aumento cospicuo della spesa pubblica. 

Il tentativo di ostentare la presenza della polizia e delle forze dell’ordine ricorrendo ai lampeggianti accesi anche solo per pattugliamenti o ai militari dell’esercito che imbracciano armi da fuoco ottiene l’effetto opposto a quello sperato: al posto di tranquillità trasmette ai cittadini uno strisciante e permanente senso di insicurezza.

Le attività di prevenzione e informazione nelle scuole e nei luoghi di ritrovo dei giovani sono scarse o inesistenti, ciò di certo non aiuta a fare sì che meno giovani si avvicinino alle sostanze o che lo facciamo per quanto possibile in modo consapevole e informato limitando i rischi. Sul capitolo giovani si apre poi la problematica dell’assenza di politiche giovanili che vadano al di là dell’ambito sportivo e che propongano luoghi atti all’aggregazione, al ritrovo, all’apprendimento non formale, alle produzioni artistiche, al protagonismo giovanile e che siano di reale comunità per i più giovani.

Le conseguenze dell’approccio di questa amministrazione sono fallimentari e mancano completamente l’obiettivo di un vero governo del fenomeno delle droghe; la perdita di controllo del territorio è evidente e ha comportato un senso di maggiore insicurezza nella cittadinanza, un conseguente sentimento di abbandono da parte delle istituzioni e contemporaneamente un aggravio della marginalizzazione dei consumatori e dello stigma che si trovano addosso.

La strategia praticata dall’amministrazione Brugnaro con le due ultime giunte purtroppo ha ricalcato quella della tolleranza zero e continua a farlo, nonostante sia ormai evidente sia a livello locale, che nazionale ed internazionale, che la “guerra alla droga” abbia completamente fallito, e anche gli Stati Uniti non la perseguano più.

Alcune soluzioni

Il punto di partenza su cosa bisognerebbe fare inizia senza dubbio con l’affrontare il fenomeno con un approccio più laico e pragmatico, meno giudicante e moralista, ma più focalizzato sugli obiettivi su cui concentrare gli sforzi ovvero: un reale governo del territorio che punti a un ridimensionamento della scena aperta, dei rischi e delle morti di consumatori.

A livello locale bisogna effettuare un lavoro complesso con una molteplicità di interventi, destinando per prima cosa maggiori risorse sia umane che economiche per la prevenzione diretta, promossa tramite incontri con operatori nelle scuole, ma anche tramite peer education e prevenzione indiretta, tramite l’attivazione di politiche giovanili e non solo lo sport.

Le attività di riduzione del danno devono essere portate avanti strenuamente senza alcun timore nel comunicarle alla cittadinanza, essendo attività che non vanno di certo a incoraggiare il consumo di sostanze, ma al contrario sono finalizzate a ridurre i rischi per la salute di alcuni cittadini che hanno tutto il diritto di assistenza. In quest’ottica si dovrebbero realizzare anche delle stanze del consumo, che sono state suggerite anche dal tavolo tecnico di esperti della Conferenza Nazionale sulle Droghe, dopo tale investitura escono dall’essere solo questione politica, ma entrano di diritto nell’ambito della tecnica dove lo scontro diventa tra chi conosce il problema e pensa a soluzioni e chi si limita a bassa e sterile retorica moralista, ma di fatto non affronta né tantomeno risolve il problema. Alla demagogia si risponde portando l’esempio di New York in cui il 30 novembre è stato aperto il primo centro di prevenzione delle overdose: a tutti gli effetti una stanza del consumo, che offre luoghi sicuri e puliti in cui le persone che fanno uso di droghe possono accedere alle cure cliniche e ad altri servizi.

Per quanto riguarda la sicurezza urbana è necessario realizzare nei vari territori tavoli di lavoro a cui siedano insieme cittadini, istituzioni, forze dell’ordine, commercianti, cittadini attivi, associazioni e consumatori di sostanze. I consumatori di droghe poi devono essere sentiti, coinvolti, fatti partecipare attivamente e direttamente alle politiche per la gestione del territorio e responsabilizzati anche con attività di educazione tra pari per quanto concerne il contrasto al “degrado”. 

Nei casi in cui si renda opportuno, è bene che intervengano i servizi per la cura, il supporto e il reinserimento nella società, in questo senso non possono essere trascurate le attività del Serd, che necessita di un potenziamento per quanto riguarda le risorse e gli spazi a disposizione.

Inoltre non si può non considerare che una buona fetta di consumatori arrivano da fuori comune per procacciarsi le sostanze stupefacenti, per cui non si può che richiedere un maggior coordinamento con i comuni, i Serd e gli altri enti che si occupano del fenomeno a livello metropolitano e regionale. Sarebbe anche opportuno che il Comune chiedesse alle Asl e alla Regione Veneto lo stanziamento di fondi per il governo della scena e il potenziamento dei servizi di prossimità e riduzione del danno.

Come già detto, a livello locale serve un maggiore lavoro investigativo da parte delle forze dell’ordine per bloccare i grandi flussi di sostanze che arrivano in città.

Anche a livello nazionale bisogna fare molti passi avanti in ambito culturale e legislativo, tornando innanzitutto a rimettere il tema delle droghe nell’agenda di discussione pubblica e politica, anche se a dire il vero due passi avanti in questo senso sono stati fatti:

  • Il primo con la convocazione e lo svolgimento della Conferenza Nazionale sulle Droghe convocata dal Governo dopo ben dodici anni di distanza dalla precedente e finalmente svoltasi quest’anno. La conferenza ha raccolto i migliori esperti e le migliori esperienze italiane che hanno discusso il problema e gli approcci, arrivando alla redazione di un importante documento, da cui il governo e il parlamento dovranno ripartire con il proprio operato, che propone tra le altre cose una decriminalizzazione di chi usa droghe.
  • Il secondo passo è stato fatto con la raccolta firme per il referendum sulla cannabis legale, che pur non affrontando la questione nel suo complesso e concentrandosi prevalentemente sulla depenalizzazione della coltivazione domestica, ha avuto il pregio di riportare il tema all’attenzione pubblica soprattutto. Testimonianza ne è la velocità con cui sono state raccolte oltre seicentomila firme a sostegno del referendum, nonostante la scarsa attenzione dedicata dai media tradizionali alla questione.

La legalizzazione della cannabis potrebbe essere un primo obiettivo importante, ormai non ci sono più scusanti: a dimostrare concretamente che questa porti ampi benefici ci sono gli esempi dei Paesi Bassi, di ventuno stati degli Stati Uniti in cui la cannabis è legale, in alcuni dei quali da ben dieci anni, e molti studi hanno mostrato come la legalizzazione abbia comportato una diminuzione dei reati (-26 per cento delle rapine e -11 per cento degli omicidi)

Inoltre la legalizzazione comporta un reale controllo sulle sostanze vendute, spesso altrimenti mescolate a vetro, sabbia o piombo con relativo miglioramento della salute dei consumatori, permette di ri-destinare le risorse precedentemente impiegate per il contrasto dello spaccio di queste sostanze ad altro, come il contrasto alle organizzazioni malavitose a cui peraltro si leverebbe una importante fonte di introiti; la legalizzazione permetterebbe altresì la creazione di nuovi posti di lavoro legati alla coltivazione, la trasformazione e l’indotto, l’aumento del PIL e il gettito fiscale pubblico.

Ormai non tiene nemmeno più la scusa che il consumo di cannabis porti al consumo di sostanze più forti come l’eroina: il rapporto sulle dipendenze del 2019 dice chiaramente che questa credenza non ha fondamenti scientifici. e inoltre un recente studio inglese ha dimostrato che l’aumento di uso di cannabis aiuta a ridurre il consumo di oppiacei, quindi risulta più facilmente una droga di “uscita” che una droga di “ingresso”.

Tirando le fila, Venezia, Mestre e Marghera, ma anche l’Italia tutta, necessitano di lavorare affinché si affronti il governo del fenomeno delle droghe senza demagogia, compiendo scelte importanti che facciano seguito a quanto è avvenuto o sta già avvenendo altrove e accantonando quelle scelte che si sono dimostrate fallimentari ed hanno solamente acuito il problema. 

Penso sia necessario affiancare queste politiche a un importante lavoro di comunicazione verso i cittadini, per far capire, al di là degli slogan, le proposte e le questioni in campo; nel mio agire politico provo a farlo e anche questo articolo nasce proprio con questa vocazione.

Droghe e Venezia. Dalla scena aperta al governo del territorio ultima modifica: 2021-12-14T14:15:18+01:00 da PAOLO TICOZZI

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