Media, vaccini, polemiche, “bei gesti” e pessime scuse. Ma cosa rimane?

Come per la politica, c’è augurarsi di non far passare questi tempi e questo “strano” governo invano: ripensare la politica e ripensare la disobbedienza civile si può e si deve. E ci aiuterebbe a ricreare le giuste distanze con le necessità dell’epoca mediatica, che viviamo da prima della pandemia, e che rimarrà con noi anche dopo ( e forse senza mai vaccini….)
ROBERTO DI GIOVAN PAOLO
Condividi
PDF

Mi hanno molto colpito tre vicende ultimamente (in realtà erano due ma ieri sera se n’è aggiunta un’altra, singolare, in senso etimologico e forse anche numerico, il professor Tutino a Piazza Pulita): la deputata Cunial che rifiuta di mostrare il green pass alla Camera dei Deputati e il professionista, medico dentista, che va a farsi il vaccino col “braccio finto” e poi inscena, non si sa se per davvero o per finta la “sarabanda mediatica” del “gesto dimostrativo” e in ultimo il pacifico, gentile e anche apprezzato (dai suoi studenti) professore di liceo di storia e filosofia (e peraltro tendenzialmente di sinistra, già consigliere municipale della civica per Ignazio Marino). 

ytali è una rivista indipendente. Vive del lavoro volontario e gratuito di giornalisti e collaboratori che quotidianamente s’impegnano per dare voce a un’informazione approfondita, plurale e libera da vincoli. Il sostegno dei lettori è il nostro unico strumento di autofinanziamento. Se anche tu vuoi contribuire con una donazione clicca QUI

Immaginerete il solito dibattito su vaccino, tampone e green pass. No, ve lo risparmio. Io ho la mia convinzione (idea mi pare un po’ troppo, cerco di tenere “le idee” per una visione globale della società). Voi le vostre. possiamo parlarne ma non è questo il motivo di riflessione mia di questi giorni.

Il “focus” invece è sull’idea di “disobbedienza civile” con annessi i gesti dimostrativi necessari e il loro uso in questa confusa epoca mediatizzata. Pertanto non mi addentrerò minimamente nella questione che oggi monopolizza i giornali, su ragioni e torti e sull’eccesso o meno di questa specifica vicenda che pure è così universale. E che amplifica ciò che eravamo o siamo davvero, nel “pre” e nel “durante” la pandemia. In realtà proprio la pandemia ci fa da lente d’ingrandimento per comprendere meglio a che punto si era arrivati; amplifica l’eco di  gesti e scelte, rende difetti e virtù più visibili. E su questo oggettivamente ha buon gioco chi dice che ci siano affinità con i “tempi di guerra” ma anche con i tempi difficili di ogni società e Paese (in Italia, che so, il terrorismo e gli anni di piombo, la crisi dell’austerity degli anni Settanta ecc….).

Cosa mi ha colpito di queste due vicende, più una da ieri sera?

Lo dico subito: una sensazione di “posticcio” nei gesti di cosiddetta “disobbedienza civile”. La stessa sensazione di quando il kitsch ripetuto diventa trash.

Non è una sensazione nata oggi. Sono almeno una ventina d’anni e in particolare gli ultimi dieci in cui, mentre i canoni dello spettacolo hanno conquistato spazi ieri inimmaginabili fino a compenetrare dall’interno vaste forme della conoscenza e delle relazioni sociali, la politica invece di resistere e mantenere chiare le distanze, ha sempre più preso confidenza col “metodo kitsch-trash”, a questo punto direttamente indicato dal film e poi dal programma  televisivo come un Blob, una presa di possesso del corpo dall’interno. Forme esterne identiche ma coscienza e intelletto conquistate.

Fuor di metafora, voglio dire che c’è una differenza sostanziale tra la richiesta della deputata Cunial di andare senza Green Pass a discutere del valore del green pass sostenendo che gli deve essere permesso in quanto Deputata dagli elettori e Marco Pannella che avverte il Commissariato vicino prima di fumare uno spinello di marijuana ( peraltro dalla parte sbagliata)  e chiedere di essere arrestato ( la prima  volta dal funzionario Ennio di Francesco- che poi gli spedirà una lettera di sostegno a Regina Coeli  e si iscriverà, ormai in pensione, al Partito Radicale).

Per carità, nè cieca nostalgia né – impossibile- confronto politico. Solo una constatazione fondamentale quando si tratta di disobbedienza civile : il dato fondamentale dovrebbe rimanere la piena padronanza della legge ed il suo rispetto fino all’ultimo comma affinché possa essere svelata la sua ingiustizia oppure la sua inadeguatezza. Il primo difensore della legge è il disobbediente civile proprio perché la rivelazione di ingiustizia e di inadeguatezza possa dimostrarsi nell’oggetto del contendere e non riversarsi sulla simpatia o antipatia umana od ideologica.

Certo non è colpa della Cunial il fatto che col tempo la formazione politica di base, l’educazione civica e civile e l’ascesa dei canoni della spettacolarizzazione abbiano di fatto negato ogni costruzione culturale “pre-politica”. E non è certo l’unico caso di parlamentari che manifestano con comportamenti dichiarati “dimostrativi”, senza una costruzione lineare e di spessore, un dissenso che, nei canoni classici della disobbedienza civile, prevede un oggetto da trasformare tramite la legge e l’uso della legge, anche a proprio discapito, per dimostrare la fondatezza delle proprie posizioni.

La diffusione negli anni Ottanta e Novanta del Novecento di gesti dimostrativi a uso mediatico, i congressi  fatti per l’“immaginario”, le ampolle del dio Po, le discese in campo e gli strappi al cerimoniale per ingraziarsi un “pubblico” più che un elettorato, hanno costruito un mondo di specchi della politica che ha formato generazioni della società al “gesto dimostrativo” spostando con l’avvenuta onni-mediatizzazione l’accento, non più sulle conseguenze previste o ricercate, ma sulla “grandezza” (e ripresa mediatica) del gesto in sé. (già sulla mistica del “bel gesto” e le sue ascendenze ci potremmo molto divertire…)

Fare l’elenco delle stranezze e degli sgarbi istituzionali tuttavia non conta, sarebbe solo un richiamo al “garbo istituzionale“ e civile (e magari perfino all’educazione); il problema è che si perde di vista l’oggetto della dimostrazione, perde vigore la riflessione su come cambiare le cose che si vogliono cambiare e ancor di più sparisce l’effettività del gesto dimostrativo: Ha portato ad una resipiscenza legislativa? Ha cambiato le cose o almeno i rapporti di forza politici in campo? Ha creato nuove “reputazioni” o nuovi modi di pensare ?

Tutto ciò, ovvero la forza interiore di una costruzione che porta sì a gesti radicali, ma con un fine specifico e misurabile nel tempo, viene a mancare.

Ripeto, non è cosa di oggi. Durante il mio impegno parlamentare ho visto colleghi di un gruppo di opposizione (Italia dei Valori), come noi, occupare l’aula parlamentare  per due giorni con leggerezza, senza rendersi conto che il gesto dimostrativo non era proprio un bel precedente, da regalare anche alla destra (la Lega l’ha rifatto anni dopo), che nel nostro Paese ha nei geni (pur sperabilmente rinnegati, ma non saprei quanto…) uno che voleva trasformare l’aula in un “bivacco di manipoli”. E volendo essere autocritici è capitato anche al maggior partito d’opposizione, il Pd di pensare di fare un po’ di propaganda lasciando l’aula in mano al centrodestra quando per anni ci siamo detti che le piazze e gli spazi pubblici (figuriamoci l’aula parlamentare) non va mai lasciata deserta, in mano agli avversari, specie se alcuni leader di questi non manifestano certo garbo istituzionale e un grande attaccamento  democratico.

Ecco, io credo che questi esempi (se ne potrebbero fare molti e le cronache giornalistiche ne sono piene) siano stati davvero un “cattivo esempio” regalato ad una società civile italiana che avrebbe dovuto essere rafforzata nelle sue cognizioni di civismo e non blandita nella corrività. Fatto è che la cultura della disobbedienza civile si è smarrita -per quanto già poco diffusa – e se confronto gli insegnamenti della Lega Obiettori di Coscienza che spiegava come non pagare la propria percentuale minima di tasse relativa agli armamenti e farsi trovare pronti al pignoramento con libri sulla pace, col medico dentista che sostiene (dopo il fatto e senza aver avvertito almeno il “questurino” di Pannella ndr) di avere tentato di farsi vaccinare il braccio finto per “sollevare il problema del vaccino” da Giletti, come se parlasse di un argomento assente da tv, radio, media e social tipo la fame nel mondo o la pace nel Corno d’Africa, viene da ridere (o da piangere).

Anche qui, alla debolezza della costruzione del pensiero alternativo e della soluzione da proporre, che impegnano sempre moltissimo della fatica intellettuale del “disobbediente civile”, si aggiunge l’ enfasi di un “dibattito pubblico” che è solo sul gesto dimostrativo: era un braccio “finto finto” o un braccio finto “visibilmente finto”? Il medico dentista gioca o fa sul serio? Ma soprattutto che vuole? Che propone? Con chi si relaziona culturalmente ?

Il “dibattito pubblico” invece per il disobbediente civile è la questione principale: significa modificare l’“agenda setting” della società e dei media, significa parlare di argomenti sconosciuti o messi da parte, significa testare i confini del “compromesso” possibile in una società in cui si è, magari, minoranza. Significa, attraverso l’uso dei “codici” degli avversari o della “maggioranza”, imporre loro un “riconoscimento” formale delle ragioni di dissenso e, in definitiva una “umanizzazione” tra avversari, politici, sociali, civili.  Non divenire il soggetto principale della questione a scapito della questione stessa dovrebbe essere la regola primaria per questo.

Debbo dire che ieri sera il professor Tutino, pacifico, gentile, mite e convinto che la questione riguardi anche temi della democrazia oltre il vaccino e i tamponi  mi ha convinto quanto meno della sua buona fede e di un minimo di costruzione culturale testimoniata dal fatto che assume su di sé il rischio della perdita del lavoro e paga un prezzo di persona senza fuochi d’artificio ma semplicemente sostenendo le sue ragioni (che, sia chiaro, non mi convincono ma è stato in grado di argomentarle con gentilezza e senza aggressività).

Rimane il fatto che la pandemia, come dicevo, sta amplificando accadimenti che in realtà erano già avvenuti e taciuti o passati sotto silenzio. In questo senso tornare ad interrogarsi sulle ragioni di metodo del  confronto, sulle modalità di conflitto che facciano avanzare una società civile in cui vanno prese decisioni e  nello stesso tempo va mantenuta la possibilità di dissenso, purché le posizioni siano capaci di mettersi in gioco e di parlare degli “oggetti” della politica e della polemica e non degli “effetti mediatici”, potrebbe essere un estremo tentativo di estrarre il bene dal male, anzi dal malessere che viviamo in questi mesi.

Anche qui, come per la politica, mi augurerei di non far passare questi tempi e questo “strano” governo invano: ripensare la politica e ripensare la disobbedienza civile si può e si deve. E ci aiuterebbe a ricreare le giuste distanze con le necessità dell’epoca mediatica, che viviamo da prima della pandemia, e che rimarrà con noi anche dopo ( e forse senza mai  vaccini….)

Media, vaccini, polemiche, “bei gesti” e pessime scuse. Ma cosa rimane? ultima modifica: 2021-12-18T16:48:02+01:00 da ROBERTO DI GIOVAN PAOLO
Iscriviti alla newsletter di ytali.
Sostienici
DONA IL TUO 5 PER MILLE A YTALI
Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!

VAI AL PROSSIMO ARTICOLO:

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento