Quella vecchia trattoria

Storia di un’impresa collettiva: quando la socialità degli anni Settanta contribuiva a far nascere attività lavorative integrate nel territorio, come la prima trattoria autogestita che nel 1973 fu inaugurata da un gruppo di 18 ragazze e ragazzi, in un quartiere popolare della capitale.
MARCO CINQUE
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Storia di un’impresa collettiva: quando la socialità degli anni Settanta contribuiva a far nascere attività lavorative integrate nel territorio, come la prima trattoria autogestita che nel 1973 fu inaugurata da un gruppo di 18 ragazze e ragazzi, in un quartiere popolare della capitale.

La vecchia trattoria del sor’ Domenico, conosciuta anche come da Domenico er faciolaro, era frequentata soprattutto dagli operai che lavoravano presso l’ex Mattatoio, impresa attorno a cui poi nacque il popolare quartiere di Testaccio. Situato in via Galvani, proprio a un centinaio di metri dal vecchio Mattatoio, questo locale fu rilevato, nel dicembre del 1973, da un gruppo di 18 ragazze e ragazzi (tra cui il sottoscritto), che ne fecero la prima trattoria autogestita di Roma. L’idea era quella di dare vita a una forma di impresa alternativa e a un modo di lavorare diverso, senza un padrone e senza tutte le alienazioni che caratterizzavano la maggior parte degli impieghi convenzionali. Pur nelle tensioni politiche di quegli anni, il clima inclusivo e una socialità che oggi nemmeno ci sogniamo, permisero la realizzazione di quel progetto quasi surreale.

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Già l’anno precedente, una parte dei 18 aveva fatto un’esperienza di collaudo in un altro ristorante, assieme al giovane figlio dei gestori. Quel locale si trovava in via dei Fienili, nel centro storico della città e, due anni dopo, apparve pure nelle scene del film-capolavoro di Ettore Scola, C’eravamo tanto amati, dove gli amici ed ex partigiani Nino Manfredi, Vittorio Gassman e Stefano Satta Flores si incontravano per ordinare “mezza porzione abbondante” di bollito alla picchiapò, una specialità culinaria della tradizione popolare romana.

Qualche anno prima, nel 1969, uscì il film di Arthur Penn Alice’s Restaurant, ispirato da una canzone autobiografica di Arlo Guthrie, figlio del cantante Woody Guthrie. La trama narrava proprio, guarda caso, di un gruppo di giovani che fondarono un ristorante in una chiesa sconsacrata.

Seguendo quelle tracce e tornando alla trattoria di via Galvani, ricordo che il nostro statuto interno sembrava quasi il manifesto del partito comunista. L’organizzazione del lavoro si basava su dei turni settimanali a rotazione, suddivisi tra le mansioni di sala e quelle di cucina, dove tutti facevano tutto e dove ciascuno era libero di partecipare in modo diversificato: chi dava una disponibilità ampia e chi si accontentava di pochi turni. Ogni tipo di partecipazione era caratterizzata da diversi fattori, come ad esempio una maggiore o minore necessità economica o anche dalla semplice voglia o meno di lavorare. Il principio era che quanto più si lavorava, tanto più si acquisivano le quote proprietarie che si sarebbero potute riscattare al momento della liquidazione.

All’epoca, negli ambienti della sinistra, si usava anche lavorare semplicemente per fare esperienza e per poter dire, anche nel caso si provenisse da famiglie benestanti, che si era lavorato come operai, come facchini, come camerieri, mestieri umili insomma; ma questo solo per sentirsi un po’ più proletari, dato che quegli impieghi duravano al massimo una manciata di settimane o di mesi. A differenza loro, però, i proletari veri dovevano pagare l’affitto e tutte le spese necessarie per poter mantenere la propria indipendenza e autonomia. Nonostante tutto però lo spirito generale era straordinario, perché accomunava persone di tutti i diversi strati sociali in un unico percorso umano e lavorativo.

La stessa clientela era incredibilmente eterogenea e si rifletteva in quello spirito. I pranzi erano frequentati soprattutto da operai, impiegati, insegnanti e militari di leva. I pomeriggi invece erano dedicati alle bevute e alle partite di scopa e di briscola, dove gli abitanti del quartiere, i vecchi testaccini doc, erano tenuti a bada da due anziane signore, Irma e Emilia, adottate per la loro verace simpatia, ma anche per apprenderne le arti culinarie popolari e le ricette della tradizione regionale. Irma e Emilia erano una sorta di Stanlio e Ollio al femminile, sempre a bisticciare e comunque sempre inseparabili. Uno dei loro amici di bevute, che chiamavamo “Pietro il bottaro”, era un artigiano di via Monte dei Cocci. Quando entrava lui in trattoria per il suo solito mezzo litro rosso, alzava il pugno ed esclamava a voce ben alta: “Compagni!”. Finito il vino lasciava più denaro di quanto ci era dovuto e salutandoci nello stesso modo in cui era entrato, se ne andava via barcollando soddisfatto. Nel suo laboratorio, dove costruiva botti, Pietro ci assemblò dei bei tavoli a prezzi stracciati per il nostro locale, praticamente ci fece pagare solo il materiale.
All’inizio, gli anziani della zona erano un po’ diffidenti, per loro eravamo degli strani “capelloni”, coi nostri grembiulini a quadretti, ma alla fine la nostra trattoria divenne la loro meta pomeridiana preferita, tanto che poi era sempre più difficile convincerli a sloggiare per poter apparecchiare i tavoli per il turno serale.

Durante le cene le sale si affollavano all’inverosimile e si poteva vedere di tutto: studenti, artisti, intellettuali, scrittori, esponenti politici della sinistra extraparlamentare e gente qualunque. Insomma, si creava un ambiente così variegato ed eterogeneo che non faceva sentire nessuno fuori posto o a disagio.

Tra i tavoli poteva capitare di incontrare Dario Bellezza, Leonardo Sinisgalli, Carlo Monni, Alberto Moravia, ma anche uno sconosciuto Roberto Benigni, che all’epoca spesso usufruiva del “menù economico”, fatto apposta per chi era a corto di quattrini. Il primo menù economico, deciso come ogni cosa in assemblea, aveva un prezzo davvero popolare: 1.200 lire per un primo piatto, un secondo, un contorno e anche un quartino di vino della casa.

La domenica era spesso dedicata a riunioni e assemblee, dove le discussioni e le decisioni avevano sempre un taglio politico e culturale. In quel contesto venivano discussi anche i ruoli e le modalità dei rapporti. Il gruppo delle donne era numericamente predominante e per gli uomini quella fu un’ottima opportunità di confronto, crescita e arricchimento.

Durante il primo anno di lavoro fu molto difficile riuscire a raggranellare uno stipendio, ci si pagava pochissimo perché quasi tutto il denaro era investito per estinguere le cambiali dell’acquisto del locale, ma di certo, visto che si lavorava in una trattoria, nessuno moriva di fame.

Questo particolarissimo luogo effettivamente non è stato mai battezzato con un nome e non aveva alcuna insegna, perciò ognuno lo chiamava come gli pareva, ma era conosciuto soprattutto come la “trattoria degli studenti”. Ben presto divenne un importante punto di ritrovo della capitale, dove si organizzavano non solo belle mangiate, ma anche eventi culturali, concerti e mostre. Tra le varie, ricordo una mostra davvero curiosa , dove vennero esposte le tovaglie di carta disegnate e illustrate dalla clientela mentre aspettava le portate ordinate.

Poi c’erano i cosiddetti “venerdì speciali”, dove ci si sbizzarriva in menù internazionali con ricette di ogni parte del mondo. Talvolta i risultati non erano proprio granché e spesso gli ingredienti base, anche se tutti di buona qualità, erano per lo più approssimativi rispetto a quelli originali. Mi viene ancora da ridere al pensiero di una coppia di ragazze orientali che, molto incuriosite, ordinarono del riso fritto indonesiano. Alla vista delle portate le loro espressioni risultarono alquanto meravigliate. Poi, all’assaggio, esclamarono: “Questo no è liso flitto indonesiano, ma lo stesso mooolto buono, glazie.”

In fondo alla sala principale c’era un vecchio pianoforte a coda e spesso, dopo le cene, si spostavano i tavoli per creare spazio e si iniziava a suonare, cantare e ballare.

Tra i frequentatori più affezionati ricordo Massimo Consoli, tra i padri fondatori del movimento di liberazione omosessuale in Italia, poi gli amici e le amiche del Teatro Circo Spazio Zero e della scuola popolare di musica di Testaccio, quelli del Circolo Gianni Bosio, Michele Lombardi (conosciuto come Ele D’Artagnan, pittore naif e comparsa in diversi film di Fellini), un folto e fedele gruppo del quotidiano il manifesto, tra cui mi piace ricordare Aldo Garzia e i gemelli Guido e Sandro Ruotolo, che non mancavano mai di intonare una Tammurriata Nera. A volte, dalla redazione di via Tomacelli del manifesto, venivano a trovarci sul tardi, quindi si andava tutti assieme, con Valentino Parlato, Elisabetta Castellani e tanti altri, a fare un caldo bagno notturno alle terme della Ficoncella.
Spesso c’erano anche i baratti serali, dove portavamo ai lavoratori di un forno lì vicino delle pentolate di penne all’arrabbiata o di rigatoni all’amatriciana e, in cambio, ricevevamo vassoi pieni zeppi di bombe alla crema e cornetti caldi appena sfornati. 

Ci si era anche specializzati per rifocillare con panini ben farciti le compagne e i compagni che partecipavano alle manifestazioni politiche di quei tempi. Capitava anche di sbagliare i quantitativi, sempre in eccesso, allora ci si ritrovava con decine di forme di pane che non si sapeva dove mettere. Una volta le riponemmo accatastate su un soppalco tra le due sale, ma capitò che una delle pagnotte cadde sulla testa di un cliente, per fortuna senza conseguenze.

Il gruppo originario dei 18, nel corso degli anni, subì molti cambiamenti, con persone che entravano e uscivano in continuazione, sia italiani che non. C’era persino chi lavorava per un paio di settimane o un mese e poi spariva. Ho più volte provato a tenere il conto, cercando di ricordare tutti coloro che hanno partecipato a questo strampalato e meraviglioso progetto, ma mi sono dovuto arrendere all’impossibilità dell’impresa.

Dopo qualche anno, una parte del gruppo che voleva dare una sostanza più professionale e meno improvvisata al lavoro, lasciò la trattoria per fondare la storica enoteca Cul de Sac. in piazza Pasquino, nei pressi di piazza Navona, un locale tutt’oggi in funzione, che è diventato una delle enoteche alla mescita più conosciute e apprezzate della capitale.

Tutto era iniziato con l’idea di fondare una trattoria autogestita, ma quel luogo si trasformò in un porto di incontri tra diverse umanità, un crocevia di mondi ed esperienze proseguite fino al giugno del 1979; anche se già dal 1978, dalla vicenda del rapimento e dell’omicidio di Aldo Moro, il clima sociale e culturale era profondamente cambiato. Le leggi speciali repressive e l’incupimento della situazione politica si materializzarono anche tra le mura della trattoria, con la polizia in borghese, le perquisizioni, le infiltrazioni tra la clientela per spiare ogni movimento e creare un clima di sospetto. L’autoritarismo che si era cercato faticosamente di debellare con la realizzazione di questo sogno comune, si materializzava in forme ancora mai viste e tutto ciò, di certo, influì pesantemente sul declino di un progetto così speciale e forse irripetibile, che resterà comunque nella memoria di chi, come me, ha avuto la gioia e la fortuna di parteciparvi.

Quella vecchia trattoria ultima modifica: 2021-12-20T17:00:00+01:00 da MARCO CINQUE

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