Washington e Santiago, l’astuzia della storia

La vittoria di una sinistra radicale e determinata in Cile coincide con lo sfaldamento del precario mosaico che sorregge la presidenza Biden a Washington, con la defezione del senatore Joe Manchin dalle schiere del partito del presidente che impalla la più spettacolare manovra economica messa in campo dalla Casa Bianca, e rischia di innescare un domino dalle conseguenze imprevedibili.
MICHELE MEZZA
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Solo l’astuzia della storia poteva far coincidere la vittoria di una sinistra radicale e determinata a Santiago del Cile con lo sfaldamento del precario mosaico che sorregge la presidenza Biden a Washington.

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Due eventi che nell’immaginario di chi aveva vent’anni nel 1973 non possono rimanere indelebilmente connessi. L’ombra dell’ingombrante vicino nordamericano continua a inquietare gli esperimenti politici nel cono sudamericano. 

Benché oggi quei tenebrosi anni dell’operazione Condor, quando il mefistofelico Kissinger decideva come e quanto potevano durare i governi in America latina, sembrano ancora più lontani osservando la fragilità geopolitica di una leadership americana in balia di radicalismi estremi che non trovano composizione.

La buccia di banana della defezione del senatore Joe Manchin [nell’immagine di copertina] dalle schiere del partito del presidente impalla la più spettacolare manovra economica messa in campo dalla Casa Bianca, e rischia di innescare un domino dalle conseguenze imprevedibili. 

In ballo non solo un piano da 1700 miliardi, vera architrave dell’amministrazione democratica, che dovrebbe ridare equilibrio e misura a una ripresa di fase dell’intera potenza americana, ma quel che sembra più centrale nello scontro è la filosofia che lo sorregge. Siamo infatti in presenza di una strategia che sposta radicalmente il baricentro politico economico, mettendo in azione un meccanismo di spesa che affida allo stato un ruolo da vero impresario della qualità e della distribuzione della ripresa produttiva, con un volano di iniziative che attraversano l’intera estesissima gamma delle attività statunitensi e che modificherebbe il profilo del mercato ancora più di quanto non sia accaduto durante il welfare rooseveltiano. 

Il senatore della West Virginia Joe Manchin (Mancini, all’anagrafe) è proprietario di una Maserati, di una mansion e di uno yacht (in basso). Comprensibili le ironie e le proteste che prendono di mira i suoi tic di parvenu in uno stato con ampie zone di povertà, anche estrema.

Una politica di svolta che i repubblicani stanno osteggiando a tutti i costi proprio per frenare il processo di pubblicizzazione dell’economia che inevitabilmente arriverebbe a modificare proprio la relazione tra cittadino privato e sfera pubblica. Un confine sacro nella politica americana, dove convergono le pance tradizionali dei due partiti storici del sistema. Oggi la pandemia ha fatto saltare questo gioco tradizionale che vedeva la sinistra, in tutte le sue versioni e aggiornamenti ideologici, fuori gioco proprio per l’indisponibilità della stragrande maggioranza delle istituzioni a seguire una scelta di matrice socialdemocratica.

Per la prima volta questa barriera fra mercato e servizi pubblici è stata attaccata in virtù di quella transizione socio economica che l’emergenza del virus ha innestato, spingendo settori consistenti della stessa finanza americana a sollecitare un ruolo attivo e prescrittivo da parte della pubblica amministrazione nel riattivare canali di spesa e investimenti.

Povertà in West Virginia

Non a caso a tirare la volata nei due rami del Congresso americano sono stati i parlamentari della sinistra democratica guidata da Bernie Sanders, che hanno voluto dare senso e carattere alla strategia che Biden cercava semplicemente di tenere sul mero piano di un’eccezione momentanea. L’accelerazione impressa dall’ala più radicale del partito presidenziale non è stata però sostenuta né dalla leadership del presidente che si è visto azzoppato, poche settimane dopo il suo insediamento per una serie di impacci e gaffe che hanno offuscato la sua stella e quella della sua vice presidente Kamala Harris, né dalla base sociale che aveva sconfitto Trump. In particolare proprio la componente popolare di quella convergenza che aveva battuto il disegno del presidente uscente, negli stati di tradizionale industrializzazione, e nelle grandi aree metropolitane si sono defilate rispetto all’escalation della polemica con i repubblicani.

Biden oggi sembra non solo non avere il favore generico dell’opinione pubblica ma neanche poter disporre di alcune basi forti negli insediamenti metropolitani, come a New York, Chicago e Los Angeles o nella cintura intermedia degli stati dei grey collar, il ceto medio impiegatizio. Da queste aree, tipo la Pennsylvania o l’Ohio, stanno trasferendosi migliaia di famiglie verso stati come Alabama, Mississippi e Texas dove la legislazione fiscale è meno pressante e in proporzione i servizi sono meno garantiti. Cambia proprio il patto sociale fra individuo e istituzione, in cui persino segmenti socialmente disagiati sembrano preferire una tassazione minima e l’autogestione nelle strategie di garanzie di assistenza e formazione.

Una divaricazione sociale, in cui proprio i più svantaggiati sembrano cambiare campo ideologico, che ammonisce tutta la sinistra globale: come ripensarsi e in funzione di quali settori sociali spingere le politiche di innovazioni e tutela?

In primo piano Joe Manchin. Dietro di lui Alexandria Ocasio Cortez.

L’impasse che si avrebbe al senato con la contrapposizione sul provvedimento di massiccia spesa pubblica, venendo a mancare la risicata maggioranza dei democratici per la defezione di Manchin, potrebbe trascendere e spingere l’opposizione a cercare un colpo di teatro per bloccare l’intera politica presidenziale, proprio in vista delle temute elezioni di midterm.

Ma ormai nel mirino è direttamente la Casa Bianca, con le rinnovate ambizioni di Donald Trump che tornano a diventare plausibili. Revanche, quella dell’ex presidente frenata solo, al momento, da quanti nel suo stesso partito sognano di raccogliere direttamente i cocci di uno scontro diretto con Biden, grazie a un trumpismo senza Trump.

Contro cui si proporrebbe un partito democratico senza Biden, e magari ancora con una rediviva Hillary Clinton che  renderebbe perfetta la sceneggiatura di una nuova puntata di American graffiti.

Washington e Santiago, l’astuzia della storia ultima modifica: 2021-12-20T19:25:18+01:00 da MICHELE MEZZA
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