Marina Cvetaeva. Amore e dolore, la poesia del “fine pena mai”

Forse più di ogni altro poeta russo del Novecento, è il simbolo del conflitto tra individuo e collettività, tra sfera privata e repressione di una società totalitaria. Sentimenti e risentimenti. L’editore Salani ha da poco mandato in libreria la riedizione economica di “L’amore è arco teso”.
MARIO GAZZERI
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Dolore fratello dell’amore, dove l’uno si svela nascondendo l’altro e viceversa, come in un’onirica eclisse circolare o in un pericoloso gioco di specchi deformanti, di incubi senza risveglio, come in una singolare eco di un mondo esterno diventato prigione, reclusione collettiva, incubo del “fine pena mai”. Marina Cvetaeva, forse più di ogni altro poeta russo del Novecento, è il simbolo del conflitto tra individuo e collettività, tra sfera privata e repressione di una società totalitaria. Sentimenti e risentimenti. L’editore Salani ha da poco mandato in libreria la riedizione economica di L’amore è arco teso, raccolta di una ventina di poesie di quella che fu definita da Iosif Brodskij “il più grande poeta del secolo”. L’aspro linguaggio della Cvetaeva è già di per sé indicativo di una scelta, di una visione del mondo ruvida, severa che la bella traduzione di Serena Vitale ha mantenuto anche nella nostra lingua.

Come spostando pietre,
geme ogni giuntura!
Riconosco l’amore dal dolore
lungo tutto il corpo. 

E ancora:

Vandalo in un’aureola di vento! Riconosco
l’amore dallo strappo
delle più fedeli corde
vocali: ruggine, crudo sale
nella strettoia della gola.

Sono versi tratti dalla poesia “Indizi”. Cvetaeva scrisse negli anni più bui dello stalinismo quando il dittatore georgiano era ossessionato dall’idea di una controrivoluzione, di una reazione di quanti, come i menscevichi, i riformisti di Kerenskij e quel che restava dell’Armata Bianca, erano stati sconfitti nella rivoluzione d’ottobre. Quell’Armata Bianca in cui aveva militato anche il marito, poi arrestato e fucilato dagli uomini dell’NKVD (ministero degli interni, sicurezza nazionale) mentre Marina, ignara, si trovava a Parigi con i figli. Nella capitale francese dove incontrò artisti italiani, scrittori tedeschi, musicisti russi. Parigi, calamita per ogni uomo libero mentre in Russia i “delatori” e i “nemici del popolo” venivano fucilati dalla Ceka, la temibile, terribile polizia segreta di Stalin e mentre in Germania e in Italia si affermavano e si consolidavano le camicie brune e le camicie nere di Hitler e Mussolini.

Marina Ivanovna Cvetaeva in una foto del 1913

A Parigi seppe del suicidio di Majakowskij, il poeta al quale Marina Cvetaeva si era sentita molto vicina e che (al pari di quanto avrebbe fatto a Torino Cesare Pavese, nel 1950) scrisse nel suo biglietto di addio: “per favore non fate pettegolezzi”. Tornata in Russia, Cvetaeva si rese conto che molti circoli letterari erano stati sciolti e che molti suoi amici erano scomparsi nei Gulag siberiani. Anche Serghiei Esenin si era tolto la vita. Sola, disperata, Marina apprende della fucilazione del marito (che, per l’NKVD, aveva anche l’“aggravante” di essere ebreo…) ma ritrova l’amicizia di Boris Pasternak che l’aveva sempre ammirata scrivendo un giorno:

Quando ho letto per la prima volta i versi della Cvetaeva sono rimasto senza respiro per l’abisso di purezza e forza che si spalanca.

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Se, formalmente, nei versi di Marina è possibile individuare “echi” futuristi, nella sostanza la sua poesia insiste sul “tragico connubio” tra amore e dolore…

Giacché – bando a parole
sontuose – l’amore è sutura,
non benda. Non scudo – sutura.
Ah, non chiedere aiuto!
È lo stesso filo che inchioda i morti
alla terra, il punto che mi lega a te…

E qui, dopo questi versi tratti dalla poesia “Poema della fine”, Cvetaeva parla di un “vento di esecuzioni capitali”. Se letta in filigrana, la sua poesia ci rivela, come in uno specchio, le contraddizioni e l’impeto di una vita vissuta in una sorta di disordine “cosmico”: familiare, letterario, erotico, domestico, politico. In ogni ambito, Marina dà il massimo di sé, una vita all’insegna della voracità, della velocità, in questo senso quasi una futurista. Per due anni ha una relazione amorosa con un’altra poetessa, Sofija Parnok. Stringe poi una forte amicizia con Osip Mandel’stam e avvia un epistolario, che durerà fino alla sua morte, con Boris Pasternak che pubblicamente e in più di un’occasione manifestò la propria ammirazione per l’opera di Marina.

Nata a Mosca in una famiglia in cui gli stimoli culturali erano sempre presenti (sua madre era un’ottima pianista e suo padre uno storico dell’arte), pubblicò a proprie spese un suo libro di poesie quando frequentava ancora il liceo. Ma gli eventi, o meglio la Storia, avranno la meglio sulla ‘sempreverde’ natura della giovane moscovita. La malattia e la morte di una sua figlia, la lontananza dal marito espatriato e poi, tornato in Russia, arrestato e fucilato, l’ostracismo degli esuli russi a Berlino, Praga e Parigi e quello ben peggiore che si troverà una volta tornata in patria. Non le viene più offerto alcun lavoro e la miseria che conosce a Mosca sarà solo l’anticamera della sua tragica fine. Nel 1941, a 49 anni, si trasferisce a Elabuga nel Tatarstan trovando alloggio in una misera abitazione dove, pochi giorni dopo il suo arrivo, si ucciderà impiccandosi ad una trave.

Da lontano – il poeta prende la parola.
Le parole lo portano – lontano.
Per pianeti, sogni, segni…Per le traverse vie
dell’allusione. Tra il sì e il no il poeta,
anche spiccando il volo da un balcone
trova un appiglio. Giacché il suo è passo di cometa.
E negli sparsi anelli della casualità è il suo nesso.

La tomba di Marina Cvetaeva, cimitero di Elabuga, Repubblica autonoma del Tatarstan
Marina Cvetaeva. Amore e dolore, la poesia del “fine pena mai” ultima modifica: 2021-12-23T20:29:48+01:00 da MARIO GAZZERI
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1 commento

Laura Lucco 10 Gennaio 2022 a 10:28

Articolo interessante e soprattutto informativo, non conoscevo questa poetessa russa. Comprerò sicuramente il libro

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