La Panini e le emozioni interminabili. Racconto di un anno di sport

Non solo i sessant’anni dello storico album di figurine. Il 2021 è stato l’anno degli Europei di calcio, delle quaranta medaglie olimpiche, delle sessantanove medaglie paralimpiche, dei trionfi della pallavolo, maschile e femminile.
ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Volge al termine un anno indubbiamente esaltante per lo sport italiano. È stato l’anno degli Europei di calcio, delle quaranta medaglie olimpiche, delle sessantanove medaglie paralimpiche, di Sonny Colbrelli e dei trionfi della pallavolo, maschile e femminile; l’anno in cui la Panini ha fatto sessanta e noi eterni bambini abbiamo acquistato, ancora una volta, l’album, per il puro gusto di collezionarlo, dato che ormai completarlo è diventato un’impresa pressoché titanica.

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Ma il gusto di possederlo, quello no, non ce lo può togliere nessuno: è un rito che si ripete fin da quando abbiamo cominciato ad amare il pallone che rotola sull’erba, fin dalle prime figurine incollate, fin dalla prima volta che abbiamo compiuto uno scambio e ci siamo innamorati di un campione, magari perché introvabile, come il mitico Pizzaballa e altri eroi contemporanei. Sessant’anni di figurine nei dodici mesi che hanno visto l’ascesa di Jacobs e Tamberi, l’addio al nuoto di Federica Pellegrini e quello alle corse di Valentino Rossi, la destituzione di Hamilton dal trono della Formula 1 e l’ascesa del terribile Verstappen, figlio d’arte la cui irruenza è direttamente proporzionale al talento.

Dodici mesi nei quali abbiamo celebrato i cinquant’anni di Francesco Toldo, portiere della Nazionale nel corso degli sfortunati Europei del 2000, eroe della semifinale contro l’Olanda, drammaticamente colpito, all’ultimo respiro, dalla rete di Wiltord e infine sconfitto definitivamente dal golden gol di Trezeguet nella finale contro la Francia. E abbiamo pianto per i quarantacinque anni che ci separano dalla scomparsa di Tommaso Maestrelli, l’allenatore partigiano che nel ’74 portò al trionfo la Lazio pistolera e destrorsa di Chinaglia e compagni, per poi spegnersi il 2 dicembre del ’76 ad appena cinquantaquattro anni. Abbiamo celebrato i centoquindici anni del Torino e i centoventicinque dell’Udinese, due squadre di tutto rispetto nel panorama calcistico italiano.

A livello internazionale, stiamo assistendo alla crisi e alla faticosa ricostruzione del Barcellona, orfana di Messi ma ricca di giovani di sicuro avvenire, da Gavi a Pedri. A Madrid, invece, è tornato a far furore Ancelotti. È un Real meno “galactico” del solito ma comunque in grado di regalare non poche soddisfazioni ai suoi tifosi. Certamente, né l’UEFA né i promotori della Superlega hanno dato il meglio di sé. Diciamo che Ceferin non è credibile quando si fa paladino degli ultimi e dei deboli mentre il trio Agnelli-Pérez-Laporta farebbe bene a riflettere sui propri errori e sui propri investimenti sbagliati anziché chiedere sempre più soldi per alimentare un ingranaggio ormai divenuto infernale. Del resto, quando nel 2001 si contestava la globalizzazione liberista, ci si scagliava anche contro lo strapotere delle nascenti televisioni private.

Oggi siamo arrivati al dominio di DAZN, che funziona quando gli aggrada, e spesso non gli aggrada, e la cui richiesta di uno spezzatino ancora più feroce sta rompendo definitivamente un giocattolo che già non se la passava bene. È dall’estate del 2001 che assistiamo al fallimento di squadre e magnati che sembravano inaffondabili e il cui potere, invece, si fondava su piedi d’argilla e infiniti debiti. Fu quella l’ultima estate in cui vivemmo in un contesto sportivo relativamente tranquillo, prima dei crack di Fiorentina, Lazio, Parma, Napoli, Torino e di altre società di primo piano che avevano fatto furore negli anni Novanta ma purtroppo costituivano altrettante bolle e non certo le isole felici che credevamo. Vent’anni dopo stiamo assistendo alle conseguenze di quella globalizzazione senza regole, con il calcio europeo terra di frontiera e di conquista ad opera di fondi sovrani qatarioti, miliardari russi, americani, cinesi e arabi e la dimostrazione plastica di quanto conti poco ormai, negli equilibri globali, il Vecchio Continente.

Ci consoliamo con la bellezza dei nostri atleti e delle nostre atlete, a cominciare da Ambra Sabatini e Bebe Vio, esempi positivi in una fase storica priva di modelli da seguire. Condividiamo, poi, la scelta di Time di indicare come atleta dell’anno Simone Biles, la magnifica ginnasta americana che, sopraffatta dai suoi incubi, legati alle molestie sessuali subite ad opera del medico della nazionale, ha avuto il coraggio di fermarsi, contrastando l’idea malsana e pericolosa secondo cui lo spettacolo deve andare sempre e comunque avanti. L’anno si conclude con una speranza: che lo sport sia riuscito a unire ciò che tutto il resto ha diviso e continuerà a dividere. Non sarà facile, non essendo un ambito separato dalla società nel suo insieme ma uno specchio fedele della stessa. Tuttavia, se abbiamo ancora un motivo di speranza, esso risiede negli sguardi, nei sogni e nella pulizia interiore di quei ragazzi e di quelle ragazze che ci hanno reso come non mai orgogliosi di essere italiani. 

La Panini e le emozioni interminabili. Racconto di un anno di sport ultima modifica: 2021-12-27T09:23:05+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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