Il Francesco di Cardini, un affresco della società duecentesca

Nelle dense pagine de “L’avventura di un povero cavaliere del Cristo” si parla del santo ma anche della vita e della cultura del suo tempo.
FRANCESCO GUIDI BRUSCOLI
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Franco Cardini, L’avventura di un povero cavaliere del Cristo. Frate Francesco, Dante, Madonna Povertà (Roma-Bari, Laterza, 2021), 424 pp., euro 24.

Franco Cardini è scrittore prolifico e, anche nei difficili tempi della pandemia (periodo in cui l’accesso alle biblioteche era fortemente limitato), è riuscito a pubblicare un corposo lavoro: L’avventura di un povero cavaliere del Cristo. Frate Francesco, Dante, Madonna Povertà (Laterza, 2021). Egli ha unito così due dei suoi numerosi interessi, la cavalleria medievale e Francesco d’Assisi, il santo a cui già nel 2015 aveva dedicato un bel volume. 

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Nel settecentesimo anniversario della morte di Dante, al cui rapporto con la figura di Francesco è dedicata l’ultima parte del testo, Cardini ripercorre la vita del santo alla ricerca degli “spiriti cavallereschi” che caratterizzarono il suo agire e i suoi ideali. Il tema non è nuovo, ed era già stato affrontato quasi un secolo fa da Pio Rajna; altri – incluso Le Goff – lo hanno successivamente toccato, e anche lo stesso Cardini vi si era già soffermato in un articolo apparso nel 1976 per la rivista Studi Francescani (L’avventura di un cavaliere di Cristo: Appunti per uno studio sulla cavalleria nella spiritualità di s. Francesco).

Giotto. Innocenzo III conferma la Regola francescana, Assisi, Basilica superiore

Sarebbe sbagliato, tuttavia, considerare L’avventura di un povero cavaliere del Cristo soltanto un lavoro su San Francesco. Nelle dense pagine del volume, infatti, si parla sì del santo, ma anche della vita e della cultura del suo tempo. Attraverso le vicende dell’Assisiate, infatti, Cardini ci fornisce un vivido affresco della società duecentesca: una società in trasformazione, con tutte le sue contraddizioni e la sua complessità. In tale contesto gli ideali cavallereschi erano molto presenti e la “cortesia”, seppure da considerarsi (almeno in origine) un valore aristocratico, all’interno delle città comunali arrivava a contaminare anche altri ceti sociali: tra questi in particolare quello mercantile, a cui Francesco apparteneva, che era in grande ascesa nelle città e si apprestava a diventare ceto dirigente soppiantando gli antichi potentes. L’Assisi in cui egli nacque era un centro urbano di medie dimensioni in cui spiccate erano la mobilità sociale e le opportunità di arricchimento, specialmente per chi fosse in grado di movimentare denaro (anche tramite il prestito a usura). Durante la sua giovinezza Francesco dovette fare, a seguito del padre, anche esperienza nelle celebri fiere della Champagne, il fulcro del commercio internazionale nel periodo della “rivoluzione commerciale”: in tali fiere i mercanti italiani incontravano quelli del Nord-Europa (i franceschi della Francia del Nord e dei Paesi Bassi) e gli scambi di merci certo favorivano anche scambi culturali. D’altronde il nome stesso – Francesco – gli era stato attribuito dal padre proprio per richiamare quelle terre, in cui diffusa era la poesia cortese. Insomma, secondo Cardini, l’Assisiate, “che da un certo punto della sua vita in poi ha aderito integralmente alla lettera del Vangelo, sembra trovarsi nella condizione paradossale di non poter essere spiegato tutto e solo con esso” (p. 53).

Giotto, San Francesco dona il mantello a un povero, Assisi, Basilica superiore.

Dell’infanzia di Francesco si sa poco o niente, e quel poco lo si ricava da fonti postume; tantomeno sono note le sue aspirazioni. Cardini (con altri) ipotizza aspirazioni “cortesi”, cavalleresche, per quel ragazzo colto che – figlio di mercante – animava le “brigate” in compagnia di aristocratici locali o del contado. E lo fa districandosi con la consueta competenza tra fonti di incerta datazione, in prevalenza appartenenti a quella letteratura agiografica che si sviluppò subito dopo la morte del santo. I problemi sono molti, tuttavia, anche di carattere metodologico: ad esempio, nella ricerca di componenti cavalleresche all’interno degli scritti dei suoi agiografi, bisogna stare attenti a distinguere quegli elementi che appaiono come cavallereschi ma che magari per Francesco non lo erano. Concetti e parole che per le persone del tempo erano ovvie, inoltre, per noi possono risultare più difficili da cogliere o da interpretare in una maniera corretta. Tutto il libro è dunque (e giustamente) improntato alla cautela, oltre che a una rigorosa attinenza alle fonti. Però la produzione agiografica del primo periodo – ancorché eterogenea – pare presentare allusioni così numerose alla componente cavalleresca, da far ritenere innegabile una sua attribuzione a Francesco. L’aspetto semmai discutibile è se da tali ideali egli si sia allontanato dopo la conversione.

Giotto, Sogno delle armi, Assisi, Basilica superiore

L’attenzione filologica caratterizza l’analisi di Cardini, che alle sfumature delle parole e al significato che esse hanno assunto nel corso del tempo dedica un’attenzione minuziosa. D’altronde, anche nel titolo del proprio lavoro egli sceglie di utilizzare significativamente il termine “avventura”, volendo richiamare l’aventure del cavaliere, ovvero quel momento particolare in cui egli intraprendeva un viaggio senza un progetto specifico.

Nel panorama degli scritti agiografici sulla vita del santo c’è un momento di cesura, costituito dalla Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio. Tale opera, scritta nei primi anni Sessanta del Duecento, a quasi quarant’anni dalla morte dell’Assisiate, ambiva a “mettere finalmente le cose in ordine” (p. 221) nei confronti di tutta la produzione precedente, costituita da scritti eterogenei e anche discordanti che (non a caso) il Capitolo generale dell’Ordine francescano avrebbe voluto far scomparire, fornendo un’unica versione “ufficiale” della vita del santo. Il Francesco di Buonaventura è a questo punto lontano dagli ideali “cortesi” di cui si diceva in precedenza, e le sue scelte sono ormai viste come caratterizzate da “un’impronta chiericalizzatrice” (p. 237); egli sembra aspirare a una militia che è sì sacra, ma che è tuttavia paragonabile a un ordine militare (ovviamente di carattere ecclesiale), avendo invece perso quelle connotazioni cavalleresche che trapelavano nei primi scritti. Alla Legenda maior si sono ispirati sia Giotto (il quale, seguendo il dettato delle autorità dell’Ordine, ha rappresentato Francesco come un alter Christus) sia Dante, il quale tuttavia a tratti sembra riecheggiare alcuni di quegli ideali cortesi che in Bonaventura erano svaniti.

Giotto, San Francesco riceve le Stigmate, Assisi, Basilica superiore

Ma è il pre-Bonaventura che Cardini scandaglia più in profondità: ecco allora che l’analisi prende in esame numerosi lavori, dalle due Vitae di Tommaso da Celano (scritte a distanza di una ventina di anni), all’anonimo Sacrum commercium sancti Francisci cum domina Paupertate, ad altre. In queste opere la terminologia, gli atteggiamenti e le aspirazioni proprie della “cortesia” affiorano più volte, come evidenziato dallo storico in pagine ricche di riferimenti e di citazioni che evidenziano la complessità del fenomeno facendo ricorso anche a una vasta letteratura secondaria.

Pure nella genesi e nel momento della sua conversione, che seguì il suo ritorno dalla guerra contro Perugia, Francesco mantenne alcuni caratteri “cortesi”. In fondo anche la generosità del dare fa parte dell’etica cavalleresca; “cortese” è quindi il decisivo atto di spogliarsi di tutte le ricchezze. E d’altronde anche lo stesso matrimonio mistico con Madonna Povertà può essere riletto nell’ottica della fiaba cortese, in cui la sposa è la principessa.

Nella sua vastissima produzione bibliografica Cardini ha spaziato con sapienza fra lavori propriamente accademici e testi destinati a un pubblico vasto, combinando spesso i due generi in lavori di alta divulgazione, come nel caso de L’avventura di un povero cavaliere del Cristo: il volume, denso di citazioni, richiami e allusioni dotte, non è forse di facile godimento per lettori privi di una qualche preparazione di base, ma costituisce sicuramente un’aggiunta consigliabile per le biblioteche di chi voglia esser preso per mano e condotto alla ricerca delle aspirazioni e degli ideali del santo patrono d’Italia.

Il Francesco di Cardini, un affresco della società duecentesca ultima modifica: 2022-01-04T21:10:31+01:00 da FRANCESCO GUIDI BRUSCOLI
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