2021/22. L’America latina entra in un nuovo ciclo

CLAUDIO MADRICARDO
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Sono stati dieci i paesi dell’America Latina a essere chiamati alle urne nell’anno che si è appena concluso, e qualche volta ciò ha comportato la fine di lunghe stagioni politiche e il tramonto di leadership consolidate a favore di new entry fino a poco prima impensabili. 

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Se una considerazione può essere fatta, eccettuato il Nicaragua di Daniel Ortega che non offriva altra opzione che la sua riconferma, è che siamo in presenza di un voto con il quale i cittadini latinoamericani hanno voluto castigare le forze politiche al governo premiando l’opposizione.

È stato così che le varie compagini governative hanno pagato per la fine del boom dell’esportazione delle materie prime, per la conseguente bassa crescita economica a causa della quale non hanno potuto mantenere le promesse di sviluppo, per gli innumerevoli scandali che hanno colpito le loro leadership, e per la gestione del Covid-19 che ha messo drammaticamente in luce le profonde carenze delle società latinoamericane. 

Un mix che ha creato una profonda insoddisfazione nei confronti della politica al governo che farà sentire i suoi effetti anche sulla nuova stagione elettorale dell’anno che è appena iniziato, che chiamerà alle urne paesi come il Brasile e la Colombia, oltre al piccolo Costa Rica che voterà il prossimo 6 febbraio e andrà al probabile ballottaggio in aprile. 

Se la sinistra era andata al potere all’inizio del secolo in gran parte del continente assumendo l’aspetto di una marea rossa, con l’andar del tempo ha perso pezzi importanti. Per primo era stato Mauricio Macri a portare alla vittoria la destra nel 2015 in Argentina, incrinando quel fronte di sinistra al governo animato da chiari intenti di trasformazione sociale.

Un fronte che, pur tra differenti sfumature, vedeva le forze progressiste latinoamericane impegnate a superare definitivamente i vent’anni dalla fine delle dittature. Quel lungo periodo che, soprattutto dopo il crollo del muro di Berlino, si era caratterizzato per l’adozione di politiche neoliberiste. 

Dilma Rousseff

L’anno dopo il ritorno della destra in Argentina, è toccato alla brasiliana Dilma Rousseff essere prima sospesa e poi destituita dal proprio incarico con un voto a maggioranza del senato. Il probabile primo atto di una lunga via giudiziaria che avrebbe portato alla messa fuori gioco di Lula e alla vittoria di Bolsonaro.

Se parte di quella sinistra che era andata al potere all’inizio del secolo è stata mandata a casa, come è per esempio accaduto nel 2021 in Ecuador con la vittoria di Guillermo Lasso, quella che continua a governare a Caracas, L’Avana, La Paz o Managua ha cessato da tempo di essere un punto di riferimento.

Guillermo Lasso

Se non di tutti, almeno per quella nuova sinistra che si sta affacciando sulla scena, in particolare in Cile, dove ha assunto accenti pragmatici, coniugando i temi ambientali con quelli cari al femminismo e alla comunità omosessuale. Caratteri che la avvicina a modelli socialdemocratici di stampo europeo, più che a quelli offerti dalle esperienze latinoamericane. 

Completano in qualche modo il quadro le elezioni legislative dello scorso febbraio nel Salvador che hanno dato una maggioranza schiacciante al partito del presidente Nayib Bukele, impegnato ormai in un processo che lo sta esponendo ad accuse di autoritarismo e a tentazioni dittatoriali. 

Nayib Bukele

Quindi le presidenziali in Perù con la vittoria di Pedro Castillo, esponente di una sinistra rurale che ha espresso un governo che naviga in acque agitate dovendo fare i conti con un parlamento ostile, che potrebbe perfino votare la sua decadenza. Ancora una volta gettando nel caos un paese che è ben lontano dal superare la crisi politica in cui vive da anni.

Pedro Castillo

Poi le elezioni legislative che hanno rinnovato parzialmente la camera in Argentina, da cui il Frente de Todos di Alberto Fernández è uscito bastonato, ipotecando forse il risultato delle future presidenziali. 

Alberto Fernández

Infine, la vittoria in Honduras di Xiomara Castro, che ha riportato la sinistra al potere a capo di un ampio schieramento che ha come suo obiettivo la rifondazione dello stato e la fine del “narco stato” in cui i dodici anni di governo del Partido Nacional avevano trasformato il paese. 

Xiomara Castro de Zelaya

E il trionfo di Gabriel Boric in Cile, il quale ha acceso enormi speranze a tal punto che più del 63 per cento dei cileni è disposto a dargli fiducia. Una responsabilità enorme che ricade sulle spalle del più giovane presidente della storia del paese, sul quale in caso di fallimento sarebbe fatta cadere la colpa di aver aperto la strada alla destra pinochettista di José Antonio Kast, suo avversario in attesa della rivincita.

Nel pieno processo che porterà alla nuova costituzione in Cile, Boric dovrà affrontare grandi sfide per porre in pratica il proprio programma di governo che si basa sull’aumento delle tasse per i più ricchi, sulla fine dell’attuale sistema pensionistico, e sul fondo universale per finanziare la sanità. La difficoltà è ancora più grande tenuto conto che non ha la maggioranza del Congresso e il paese è profondamente diviso. 

Gabriel Boric

Se riuscirà a mantenere anche una parte delle sue promesse, potrà diventare l’ispiratore di una nuova sinistra anche al di fuori dei confini del suo paese. E pur tra tante difficoltà, potrà contare sul fatto che il Cile è una democrazia consolidata dove già a poche ore dalla chiusura delle urne il risultato era noto, e dove il suo avversario ha la sera stessa ammesso la sconfitta. Un vantaggio che condivide con l’Uruguay, che potrebbe facilitargli un poco il compito. 

Se stiamo alle vecchie classificazioni, e se non diamo più di tanto peso alle differenze anche sostanziali che caratterizzano la sinistra latinoamericana, ora il continente è diviso tra paesi governati dalla destra come il Brasile, la Colombia, l’Uruguay il Paraguay, l’Ecuador, e ancora per un po’ il Cile. E i paesi come il Messico, l’Argentina, il Perù, la Bolivia, il Venezuela, il Nicaragua, Cuba, tra un po’ l’Honduras, dove governa la sinistra. 

Un equilibrio che potrebbe cambiare con le elezioni presidenziali in Brasile, che rappresenta anche un terzo dell’America Latina, dove si vota a ottobre. E considerato che Lula è molto avanti nei sondaggi rispetto a Bolsonaro e sta operando per un accordo con l’ex governatore di San Paolo Geraldo Alckmin, liberale, che è stato suo avversario alle presidenziali del 2006, per dare la caccia ai voti di centro.

Luiz Inácio Lula da Silva

In questo scenario, sembra quasi certo che il paese affronterà le prossime presidenziali in un clima di estrema polarizzazione, dato che è difficile che possano affermarsi candidati più moderati come l’ex giudice Sergio Moro o il rappresentante del centro sinistra Ciro Gomes.

Quanto alla Colombia, dopo le grandi proteste di strada dell’anno scorso, l’attuale governo di destra di Ivan Duque non gode di grande popolarità e sembra favorito per le elezioni del maggio l’esponente della sinistra Gustavo Petro. Petro è un economista, ex guerrigliero e ex sindaco della capitale. Era stato vinto da Duque al ballottaggio del 2018, e la sua eventuale vittoria porterebbe per la prima volta alla presidenza della Colombia un esponente della sinistra. 

Gustavo Petro

Non c’è alcun dubbio che la crisi economica provocata dalla pandemia apre possibilità per il fronte progressista, profondamente differenziato al suo interno. Difficile pensare a due personaggi tanto diversi come Boric e Castillo. Il primo in Cile si è speso a favore della liberalizzazione dell’aborto e l’introduzione del matrimonio egualitario. Il secondo in Perù in materia ha posizioni conservatrici uguali alla destra, e si è dovuto difendere dalle accuse di misoginia nominando Mirtha Vásquez a capo del governo. 

La possibile vittoria di Lula e di Petro nei due paesi più popolosi dell’America Latina potrebbe certo dare un forte impulso alla sinistra, dato che il suo programma prevede maggiore sicurezza e servizi pubblici per le vaste masse vittime delle disuguaglianze prodotte da anni di ricette neoliberiste.

Ma sarebbe un errore dimenticare il motivo per cui, in un voto sempre meno ideologizzato, la sinistra pare attualmente in vantaggio, che innanzitutto si spiega con il fatto che la gente ha votato contro gli errori della destra al governo. 

In una regione in cui nell’anno in corso il Cepal prevede uno sviluppo di uno striminzito tre per cento dopo la contrazione del nove per cento medio a livello regionale a causa della pandemia, i margini di manovra sono a tal punto ristretti da far temere prima o dopo il ritorno delle proteste di piazza. 

Mirtha Vásquez
2021/22. L’America latina entra in un nuovo ciclo ultima modifica: 2022-01-05T17:51:28+01:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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