Agamben, il green pass e la miseria della filosofia

Se addita, senza nessun “dubbio e precauzione”, lo Stato come il luogo dove si fa strage della legge, lascia anche intravedere il campo in cui qualcuno si sente autorizzato a prendere iniziative “altrettanto illegali”. E produce un certo disagio scoprire che migliaia di persone che non hanno mai letto né mai leggeranno una riga del filosofo e nemmeno sapevano chi fosse, improvvisamente scoprono la potenza del suo pensiero.
GIANNI CHECCHIN
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Il 10 novembre di questo secondo orribile anno, tra gli squittii adoranti di un piccolo popolo di fedeli che vedevano in lui il Maestro della rivolta contro il terribile mostro del pensiero unico e del “nuovo ordine planetario”, dal suo spettrale studiolo l’angelico professor Agamben ci ha impartito una dotta e sottilissima lezione di filosofia politica applicata alla situazione attuale, riproposta in parte il giorno dopo al convegno degli studenti veneziani contro il green pass.

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Niente, o poco, da dire sull’acutezza di quanto il Nostro aveva già scritto in un suo famoso e importante libro dedicato all’analisi della deriva dei sistemi politici moderni; resta il fatto che a volte, però, un pensiero troppo sottile può risultare inadeguato, proprio per la sua natura, se applicato a una realtà che si presenta dura e spessa. Non adeguarsi al reale è ovviamente virtù indispensabile al pensiero critico, ma può accadere che sia necessario, in certi momenti, darsi da fare – come dire? – “a mani nude” con quella realtà ostile e ottusa, che in questi tempi si manifesta con il doppio volto della pandemia e delle misure da prendere per contrastarla.

Gli angeli, si sa, sono tutti tremendi, anche quando vestono i panni dimessi di un timido professore universitario che annuncia seraficamente che ormai siamo entrati nell’orrore definitivo. Ma gli angeli vanno sempre ascoltati, anche quando non sono necessari, perché insegnano in fondo a comprendere ciò che è inumano, non tanto nel senso della trascendenza ma in quello più triviale del superamento dei limiti della “convenienza” e di ciò che è equilibrato. A me sembra che nel nostro caso ciò che non è “convenientemente” umano sia il pensiero che, invece di fronteggiare a testa alta, ma con timore e tremore, con dolore e pudore, la “nuda morte” che abbiamo intorno, se ne sta chino sui suoi foglietti pieni di citazioni e autocitazioni, vaticinando l’arrivo della fine della civiltà. La raffinata teoria che distingue la forza-di-legge dalla legge in senso formale, lo stato normativo dallo stato discrezionale, che poi procede accomunando le misure prese dal Governo alla prassi discriminatoria e violenta del nazismo, che quindi ci spiega la differenza tra la vera libertà e una libertà autorizzata, che disquisisce filologicamente sul termine “controllo”, alla fine di questo discorso sfocia nell’appassionata rivendicazione di una libertà che sembra però esaurirsi nel poter prendere un treno, andare al ristorante, in discoteca o al cinema senza che qualcuno ti chieda se sei vaccinato al fine di prevenire e contenere il più possibile un contagio potenzialmente mortale.

Massimo Cacciari e Giorgio Agamben

Avevo letto, studiato, capito vivendo, che la libertà è anche qualcosa di più di quelle pur importantissime possibilità. Qualcosa di spirituale, forse? Quella dimensione spirituale che il Nostro, in questo caso non proprio sottilmente, nega ai cosiddetti avversari, definiti addirittura dei cadaveri (sic!) orrendi che, esalando gli ultimi fiati miasmatici di una non-civiltà agonizzante e perciò feroce, ci stringono in una morsa intollerabile. I nostri inalienabili diritti verrebbero quindi meno perché un piccolo esercito di morti-viventi imporrebbe a una massa di individui, che anelano spasmodicamente alla libertà “spirituale”, di muovere i propri corpi vivi da un luogo a un altro soltanto con l’autorizzazione di un Governo che ignora ogni legalità? È vero che i regimi totalitari facevano questo, ma facevano anche ben altro; quell’altro di cui, mi sembra, non c’è traccia nella nostra società. Nonostante quello che pensano i discepoli di Foucault del potere pervasivo, diffuso nel pantano delle democrazie morenti, non mi risulta che a qualcuno di noi sia impedito di dire o scrivere ciò che pensa, compresi gli acerrimi nemici del leviatanico bio-potere amministrativo. Non c’è un Minculpop, un Glavlit; non ci sono tribunali speciali, così come non ci sono in piazza roghi dove vengono bruciati i libri di Agamben, che nessuno si sogna di rimuovere dalla sua cattedra.

Vanno invece in piazza contro vaccini e green pass molti soggetti più o meno politici che, tra le poche “idee” di cui si ritengono portatori e difensori, di quei roghi sono un po’ nostalgici e, per essere coerenti con la loro fede, alle mani nude, non più in senso metaforico, ricorrono volentieri. Ora, senza azzardare troppo, sarebbe il caso di riflettere sul fatto che a volte il pensiero alto, se non altissimo, può venire a trovarsi in inquietanti e pericolose prossimità con ciò che dovrebbe essergli totalmente estraneo. Perché resta sempre aperta la domanda: il pensiero, le parole del pensiero e gli atti più o meno mancati che le accompagnano, secondo quale angolazione s’incidono sulla realtà e che tracce vi lasciano?

Si tratta, per dirla più chiaramente, di chiedersi quale peso attribuire, per esempio, a parole come quelle di Agamben in coda al convegno di Torino quando, con piglio tra Saint-Just e Lenin, esorta a non fare più convegni (“i convegni sono infami”, tranne il nostro…), ma invita ad organizzarsi per una resistenza più concreta, tattica, contro un governo di “spiritualmente morti”, nei confronti del quale non ha nemmeno senso invocare diritti visto che “ignora la legalità”. Queste parole, così esplicite e al tempo stesso ambigue e inquietanti, provengono da chi non ha sicuramente nulla a che spartire con quanto dicono o fanno neofascisti di varia specie, eversori di mezza tacca senza colore, rivoluzionari da social, piazzaioli e contestatori per tutte le stagioni, ma sicuramente si installano in quegli spazi vuoti che si sono aperti nella società organizzata, con le sue istituzioni malandate eppure necessarie, e che forze tra le più diverse ed aggressive sono tentate di occupare.

Per essere un po’ brutale, e poco sottile: se tu, senza nessun “dubbio e precauzione”, a cuore fermo e senza batter ciglio, additi lo Stato come il luogo dove si fa strage della legge, lasci anche intravedere il campo in cui qualcuno si sente autorizzato a prendere iniziative “altrettanto illegali”. Il che può voler dire, nella migliore delle ipotesi, disobbedienza civile alla Gandhi, come anche, però, devastazione della Cgil o, a voler essere anche noi iperbolici, “marcia su Roma”, assedio a La Moneda, alla Casa Rosada, o a Capitol Hill e, se ci piace di più qualcosa di sinistra, “assalto al Palazzo d’inverno”, oppure, alla fine della giostra, soltanto volgare e sterile disprezzo per le istituzioni malate in generale, innocuo fin che si vuole ma segno sconfortante di miseria civile. Gli scontenti, i delusi, i frustrati e gli “spiriti critici” a oltranza, ma anche la gentaglia a cui alludo, non aspettavano certo Agamben per sentirsi giustificati o appoggiati nelle loro “indubitabili” posizioni, ma produce un certo disagio, e anche un certo malessere, scoprire che migliaia di persone che non hanno mai letto né mai leggeranno una riga del Nostro filosofo e nemmeno sapevano chi fosse, improvvisamente scoprono la potenza del suo pensiero, se ne appropriano e lo esibiscono come fiore all’occhiello degli stracci di cui sono vestiti.

P.S. È Smerdjakov, il bastardo figlio-servo, a uccidere il vecchio dispotico laido padre, ma è contro Ivan Karamazov, il figlio-libero pensatore, che punta il dito facendogli intendere che in quell’atto sono ancora più fratelli.

Agamben, il green pass e la miseria della filosofia ultima modifica: 2022-01-07T12:18:39+01:00 da GIANNI CHECCHIN
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3 commenti

Francesco 13 Gennaio 2022 a 11:22

Lei non ha risposto a nessuna delle questioni sollevate da Agamben nei suoi interventi.
È lecito sospendere i diritti fondamentali perché c’è una malattia che in due anni ha ucciso meno dello 0,2 della popolazione?
Una legge che si aggiorna ogni 15 giorni e non garantisce alla gente ne la sua conoscenza, ne la possibilità di osservarla, può dirsi ancora legge?
La pandemia non ha offerto la possibilità di istituire nuovi e pericolosi strumenti di controllo che limitano la libertà personale?
In che mondo vogliamo vivere? In uno dove siamo tutti considerati possibili malati e possibili colpevoli prima di essere dichiarati sani e innocenti, o viceversa?
Agamben parla di paradigmi! Non è difficile da capire. Se diamo adito ad alcuni paradigmi, come il fatto che un diritto possa essere sospeso come si revoca la gita di classe in una scuola, come una punizione perché i ragazzi si sono comportati male, oppure che la possibilità di lavorare venga negata, oppure che si crei deliberatamente odio sociale verso una categoria di persone, e se si accetta che tutto questo venga proposto e istituito da una élite di bottegai che hanno sempre e solo agito in vista del profitto, tutto questo capisce bene che può portare a situazioni molto peggiori, anche peggiori delle dittature storiche.
Visto che non vede al di là del proprio naso, le consiglio di ringraziare persone come Agamben che in anticipo sugli eventi, guardano un po’ più in là anche per lei. Nel suo articolo si è limitato a fare della squallida letteratura con angeli e demoni, ma sono due anni che leggiamo questi raccontini ne divertenti ne gustosi. Se vuole fare lo scrittore le consiglio di distinguersi, almeno nello stile. La vita è una sola.

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Gianni Checchin 1 Febbraio 2022 a 16:36

Il commento un po’ confuso e disordinato del signor Francesco Anonimo, che comincia dicendo che la pandemia ha ucciso “appena” lo 0,2 % della popolazione e finisce con un “banalino di coda” del tipo “la vita è una sola”, non avrebbe bisogno di commenti, ma gli dedicherò un po’ di tempo. Intanto la “cifretta”, esibita cinicamente come quasi irrilevante, corrisponde a più di 146.000 persone (in Italia e circa 6 milioni nel mondo, sicuramente sottostimati) con nome e cognome, per le quali, appunto, la vita era una sola e unica, con i loro padri, le loro madri, i loro figli, i loro amici. E se il signor Francesco Anonimo pensa che questo sia il solito “raccontino” io sono pronto a ri-raccontarlo ancora molte volte, finché a persone come lui non verrà la nausea.
Ma il nostro amico, come tanti suoi sodali, sembra più preoccupato da altro. E allora guardiamolo più da vicino questo altro. C’è una serietà della malattia e della morte che evidentemente sfugge a chi è concentrato su “paradigmi” da Apocalipsis cum figuris in cui al posto dei quattro cavalieri appaiono sinistri “bottegai” che vorrebbero, per i loro squallidi interessi, condurci verso “forme di dittatura peggiori di quelle storiche”. Ora, il signor Anonimo, obnubilato dall’ammirazione per certe posizioni, non si rende conto che sta facendo affermazioni che, se non fossero al limite dell’indecenza e dell’oltraggio nei confronti di chi quelle dittature le ha vissute, dovrebbero solo essere messe in ridicolo. Il nostro amico dovrebbe avere studiato un po’ di storia, almeno alle medie, per sapere che associare con disarmante, colpevole leggerezza le riunioni del nostro, sicuramente spesso inadeguato, governo di “bottegai” alle riunioni dei giuristi nazisti per emanare le leggi di Norimberga, alla conferenza di Wannsee, alle decisioni del Comitato esecutivo centrale dell’URSS in merito alla questione dei kulaki, per fare solo qualche esempio, è un’insulsa enormità, fuori da qualsiasi ragionevolezza. La mia povera mamma, che era giovane sotto il fascismo, avrebbe detto. “Ma questi i xe insemenii o i xe fora de testa?!”
Ritornando al mio piccolo articolo, forse il signor Anonimo non lo ha letto con attenzione, accecato dal fatto che stavo criticando il suo mentore. Io non entravo nel merito dei presupposti teorici sostenuti dal professor Agamben; i suoi libri io li ho letti (non so se lo ha fatto anche il signor Anonimo) e, a suo tempo, anche apprezzati, perché pongono indubbiamente questioni su cui è importante riflettere, ma in quello che ho scritto sollevavo, come tanti altri estimatori del filosofo, il problema del rapporto tra certe tesi estremizzate, pronunciate in un certo senso ex-cathedra, e l’effetto sociale e politico che possono avere. Mi limitavo a sottolineare qualche pericolosa “esagerazione” nell’applicare i famosi paradigmi alla situazione attuale. Io non pretendo, come dice lui del professor Agamben, di vedere come un aruspice romano il futuro nelle viscere di questo povero presente. Cerco di guardare proprio quello ho sotto il naso, per riprendere la triviale immagine usata dal signor Anonimo, e provare a rovesciarla in positivo; ci sono momenti in cui le cose vanno guardate molto da vicino, e sotto i nostri occhi, qui e ora, a me sembra ci sia solo la necessità di affrontare pragmaticamente qualcosa che è un po’ più grave della minaccia al “diritto fondamentale” di entrare in un ristorante senza essere vaccinati. Il resto mi sembra chiacchiera, più o meno intelligente. Conosco bene, per quel po’ di conoscenze che ho in proposito, quali sono alcune tentazioni ricorrenti dei filosofi; tra queste, quella di essere convinti di avere sempre a disposizione una macchinetta concettuale passe-partout.
Per quanto riguarda “angeli e demoni”, se il riferimento culturale del signor Anonimo è Dan Brown allora non abbiamo molto da dirci. Oltre alla percezione della serietà della malattia e della morte gli manca anche il senso dell’ironia e qualche buona lettura: Rilke e Wallace Stevens, per esempio, a proposito degli angeli da me “evocati”. Invece di dare agli altri consigli sullo stile farebbe bene a studiare.

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Edoardo Oscar Buffa Litrico 1 Febbraio 2022 a 22:54

Assurdo che un professore – ora in pensione – di filosofia, invece di porsi dubbi prosegua solerte con la convinzione in tasca che la verità sia nella sua tasca. Che sia da folli credere che il governo non faccia gli interessi dei cittadini. La cosa più folle di tutte, dato che non ho nemmeno intenzione di mettermi a discutere con chi certo non ha orecchie per ascoltare, è guardare al green pass e non accorgersi dei diritti strappati e trasformati in concessioni a scadenza semestrale. Guardare al dito della pandemia, di un’emergenza anziana, durata oramai quanto l’influenza spagnola, e non alla luna di un paese distrutto, economicamente e socialmente, carico d’odio sociale. Ma poi, ai risultati, ci pensa mai lei? Il green pass non ha ridotto contagi o morti, tant’è che ne abbiamo più di quasi tutti gli altri paesi senza restrizioni. Non ha aumentato i vaccinati, neppure. Ma una cosa l’ha fatta: ha ucciso l’economia di questo Paese. Il turismo è morto e l’unica cosa che fa crescere il PIL sono multinazionali e l’aumento dei costi. Prima di dire agli altri di studiare, le consiglio di riaprire un libro, uno qualsiasi, anche se temo oramai in casa sua siano sommersi di polvere.

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