Liszt e gli eccessi del virtuosismo

Il musicista e compositore ungherese ruppe i tradizionali canoni che impedivano di andare oltre il “seminato musicale” e indusse molti autori a concepire nuove possenti orchestrazioni per la musica sinfonica oltrepassando gli schemi classici.
MARIO GAZZERI
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Il paragone con Paganini è tuttora quasi d’obbligo quando si parla di Ferenc (Franz nel mondo austro-tedesco) Liszt e del suo leggendario virtuosismo che, a detta dei contemporanei, aveva qualcosa di sovrumano. Il violinista genovese idolatrato in tutta Europa e il “titano” ungherese del pianoforte contribuirono non poco, almeno in un primo tempo, alla popolarità della musica romantica nella prima metà del Diciannovesimo secolo e ad un accresciuto interesse internazionale per autori come Beethoven, Schubert e Schumann che si tradusse, in seguito, in una evoluzione anche dell’orchestrazione della musica sinfonica.

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Paganini, detto anche “il violinista del diavolo” e Liszt detto “il Titano del pianoforte” (Chopin, polacco di padre francese, era invece il “poeta della tastiera”) ruppero i tradizionali canoni che impedivano di andare oltre il “seminato musicale” e indussero molti autori, tra i quali soprattutto il francese Hector Berlioz, a concepire nuove possenti orchestrazioni per la musica sinfonica oltrepassando gli schemi classici allora dominanti ed aprendo la strada anche alla musica di Richard Wagner (che sposò poi la figlia di Liszt, Cosima). Berlioz, che in patria non conobbe onori né gloria, fu a suo modo un “rivoluzionario” e, con la sua possente Sinfonia fantastica, fu tra gli autori che inconsapevolmente contribuirono alla fine del romanticismo musicale in Europa. Quanto a Chopin, Maurizio Pollini (che proprio in questi giorni ha compiuto ottant’anni e che è giustamente considerato il più grande pianista italiano dopo la scomparsa di Arturo Benedetti Michelangeli) è tuttora un grande interprete del pianista e compositore polacco e ha recentemente sostenuto, in un’intervista alla musicologa Carla Moreni, che

[…] il virtuosismo è una realtà fondamentale della scrittura chopiniana. Negli Studi, nei Concerti, si manifesta come volontà di portare alle estreme conseguenze i limiti fisici imposti dalla materia.

Henri Lehmann, Ritratto di Franz Liszt, 1839

A nostro avviso, e nei nostri ricordi, Pollini ha tuttavia sempre dato una lettura non tecnica ma sicuramente priva di aggiuntivi orpelli romantici dell’opera chopiniana, dimostrando così la sua avversione ai “romantici abbellimenti” interpretativi ai quali hanno ceduto alcuni suoi colleghi che (per quanto grandi) mostravano più sensibilità di altri per gli applausi di un pubblico di ascoltatori condotti verso una condizione di ascolto quasi estatica. Da parte sua, Liszt, che figura senz’ombra di dubbio nell’elenco dei più grandi compositori dell’Ottocento, ha invece “estremizzato” il virtuosismo cimentandosi in particolare nella rilettura e nella trascrizione di alcune opere di altri autori. Soprattutto di Franz Schubert. In particolare non gli “perdoniamo” (si fa per dire…) la trascrizione per “piano solo” del celeberrimo Quintetto della trota del giovane compositore viennese.

Il Forellen Quintet è una deliziosa composizione il cui fascino deriva dal complice “dialogo” tra il pianoforte e i quattro archi (due violini, una viola e un violoncello, a volte sostituito da un contrabbasso) e dalla ripetuta, serena melodia ora affidata ai violini ora al pianoforte. Un quintetto evidentemente composto in uno stato di grazia dove spesso il pianoforte cede alle mirabili armonie degli archi. Pretendere di ridurre il “portato” di cinque strumenti in un pezzo per “piano solo” la dice lunga su quanto Liszt fosse ormai, egli stesso, “schiavo” del suo mirabile virtuosismo. Una analoga osservazione, se ci è consentito, va fatta per la trascrizione della Serenata Leise flehen meine Lieder (Canta con leggerezza le mie canzoni) famosissimo pezzo per pianoforte di Schubert di struggente malinconia ma di relativa facilità tecnica dove l’ aggiunta da parte di Liszt di “aggraziature e fioriture”, cioè gli abbellimenti, detti anche “ricami e merletti” (come ci suggerisce Nerina Poltronieri, docente presso il Conservatorio di Santa Cecilia in Roma) tendono ad appesantire inutilmente, con trilli e ripetizioni di frasi musicali, l’impianto armonico e la dolce melodia della sonata.

Il cattolicissimo Liszt, che in tarda età vestì l’abito talare, fu anche direttore d’orchestra e organista ma fu grazie al pianoforte che riuscì ad esprimere la sua complessa visione del mondo filtrata dalla religione e dalla filosofia. Nel registro di un albergo, alla voce “professione”, l’abate Liszt scrisse “Musicista-filosofo”, “Parnaso” come luogo di nascita e “Il dubbio” come luogo di provenienza. Autore di Messe sacre ed Oratori, il genio ungherese fu fortemente influenzato dai grandi della letteratura europea componendo poemi sinfonici come Tasso, Prometeo, Amleto, Faust. Fu, lui così religioso, affascinato e al tempo stesso intimorito dalla lettura della Commedia di Dante, il sommo poeta al quale dedicò una drammatica Dante sonata. Il musicologo Giovanni Gavazzeni ci informa da parte sua che, secondo Ferruccio Busoni, Liszt aveva riassunto in sé tutti i traguardi raggiunti in passato dai più sensibili pianisti per cui la lettura dei suoi spartiti e l’esecuzione delle sue opere, richiedono doti virtuosistiche fuori del comune. In italia la sua Dante Sonata è stata recentemente, e magistralmente, interpretata da Leonora Armellini, la giovane pianista padovana di cui abbiamo recentemente parlato su queste pagine e che nel suo curriculum vanta un invidiabile quinto posto al concorso pianistico Chopin di Varsavia.

Wilhem von Kaulbach, Ritratto di Franz Liszt, 1856.

Immagine di copertina: Busto di Ferenc Franz Liszt nel Park Łazienkowski di Varsavia

Liszt e gli eccessi del virtuosismo ultima modifica: 2022-01-07T12:31:03+01:00 da MARIO GAZZERI
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