Bernhard e Venezia

Fu sempre attratto dal sud, l’Italia, il Portogallo, la Spagna, in una mobilità incessante e febbrile, che lo condurrà naturalmente nella città lagunare, per lo meno per cinque volte.
PATRICK GUINAND
Condividi
PDF

versione francese

Nell’anno 2016, che segna l’ottantacinquesimo anniversario della nascita di Thomas Bernhard, l’Austria, che pure fu abbondantemente vilipesa, nel corso della sua vita, da Bernhard, moltiplicò le celebrazioni commemorative. E in quell’occasione le Edizioni Suhrkamp hanno pubblicato il ventiduesimo e ultimo tomo delle Werke,opere di Bernhard, pubblicazione iniziata nel 2003 con i commenti dei migliori specialisti, 10.324 pagine in totale, con presentazione, nel febbraio 2016, al Berliner Ensemble, dove regnava Claus Peymann, il regista “storico” delle pièce di Bernhard, tra la data dell’anniversario dello scrittore, nato il 9 febbraio 1931, e il ricordo della sua scomparsa, il 12 febbraio 1989.

Avrebbe quindi compiuto novant’anni, Thomas Bernhard, nel febbraio dell’anno pandemico appena concluso, il 2021. Pochi eventi commemorativi questa volta, per via dei vari lockdown che hanno paralizzato buona parte della vita culturale austriaca, ma nondimeno un paio di eventi meritano di essere ricordati. Il primo risale a febbraio, naturalmente: il fratellastro ed esecutore testamentario di Bernhard, il dottor Fabjan, ha pubblicato con Suhrkamp un libro di memorie a lungo atteso, intitolato Ein Leben an der Seite von Thomas Bernhard – Ein Rapport, una vita al fianco di Thomas Bernhard.

Uno sguardo ravvicinato alla vita di Bernhard, e in particolare al suo rapporto con la malattia e con la morte, non romanzato come ne Il freddo. Una segregazione, la seconda parte della sua autobiografia, documentato concretamente e cronologicamente dal medico Fabjan, che gli fu vicino fino ai suoi ultimi momenti. Con il vantaggio di por fine alle speculazioni e ad altre invenzioni menzognere o deliranti che avevano avuto fino ad allora libero corso tra i commentatori. Leggendo le devastazioni della malattia polmonare contratta in gioventù, poi sviluppata in sarcoidosi, e infine in cardiomiopatia, che hanno distrutto Bernhard, non si potevano non trovare echi delle storie mediche che hanno segnato questi nostri anni di pandemia.

Il secondo evento ha chiuso l’anno 2021: l’opera e gli archivi di Bernhard sono stati digitalizzati dal 2015 al 2018, e il centro austriaco dell’Accademia delle Scienze incaricato di questa digitalizzazione ha scelto di rendere pubblica il 29 dicembre 2021 una prima opera emblematica dell’universo bernhardiano, Wittgensteins NeffeIl Nipote di Wittgenstein, accessibile oggi sotto forma di una versione storico-critica, pertanto digitalizzata, con le diverse tappe e prove del romanzo, secondo l’evoluzione dei manoscritti.  Per la seconda pubblicazione in corso, hanno scelto l’ultima opera di Bernhard, Heldenplatz, Piazza degli Eroi, in cui la memoria del passato nazista dell’Austria è messa in scena senza pietà, e il cui scandalo, al momento della sua prima al Burgtheater di Vienna nel novembre 1988, resta negli annali. Va notato che in quest’anno 2021, l’opera è stata infine rappresentata in prima assoluta in Italia, al Teatro Nazionale di Napoli, da Roberto Andó.

Se l’opera di Bernhard è profondamente iscritta nella storia e nella realtà austriaca, non si può tuttavia dimenticare che il “Nestbeschmutzer”, profanatore di nidi, com’era chiamato all’epoca, riprendendo un’espressione resa popolare da Karl Kraus, era incessantemente preso dal bisogno di fuggire, di andare altrove. Il dottor Fabjan, descrivendo molti dei viaggi di Bernhard, lo testimonia nel suo libro di memorie. E anche Il nipote di Wittgenstein, pur essendo profondamente radicato nella realtà viennese, ci dà qualche indizio o pista.Bernhard, infatti, fu sempre attratto dal sud, l’Italia, il Portogallo, la Spagna, e già nella fase finale della sua malattia, passerà anche il mese di dicembre 1988, compreso il Capodanno, sei settimane prima della sua morte, a Torremolinos in Spagna. La recente biografia di Bernhard, la più completa a tutt’oggi, realizzata da Manfred Mittermayer, pubblicata alla fine del 2015, permette in filigrana di seguire Bernhard nella sua mobilità incessante, un aspetto certamente poco conosciuto dell’eremita di Ohlsdorf, là dove si nasconde il suo rifugio, questa fattoria fatta a sua immagine, non lontano da Gmunden, ai confini dello Salzkammergut.

E questa febbrile mobilità conduce Bernhard naturalmente a Venezia. Per lo meno per cinque volte, accompagnato da Hede Stavianicek, questa donna di 37 anni sua primogenita, la persona della sua vita, tanto da nominarla con emozione ne Il Nipote di Wittgenstein.E giustamente ne Il Nipote scorre un’evocazione breve di Venezia, che potremmo pertanto usare come fil rouge: «Una bella dormita al Gritti».

Questa bella dormita, la si direbbe il sogno veneziano di Bernhard? Possibile. Bernhard, che durante la sua vita ha sempre voluto essere altrove, era un adepto dei grandi hotel. L’Hassler a Roma, il Timeo a Taormina, il Palácio de Seteais a Sintra in Portogallo, o il Grandhotel di Shiraz, per esempio. Dove si sentiva «più a casa che a casa», diceva. Il lusso gli era necessario, non appena se ne scappava fuori dal suo antro in Alta Austria, per scrivere, come per proteggere la sua salute più che fragile.Di certo c’è che egli fa dire al suo doppio narrativo in Cemento, ammalato come lui del morbo di de Boeck, che  alla fine ha scelto Palma de Mallorca, al posto di Taormina, per scrivere il suo studio sempre respinto su Menselssohn Bartholdy, e il comfort dell’Hôtel Meliá. Constatando, è vero, la povertà insulare circostante, egli si giustifica così:«Ma la malattia, penso, giustifica questo lusso… Sul finire della vita gli scrupoli sono la cosa la più ridicola».Lo stesso Ich-Erzähler, l’io narrantedi Cemento, aveva del resto fatto tappa a Venezia, dopo Amburgo e Londra, e prima a Torino e Firenze. E a Venezia, dove merkwürdigerweise, singolarmente, dice di aver trovato «i documenti più interessanti su Mendelssohn Bartholdy», aveva scelto per rifugio il Bauer-Grünwald. Dove si scopre che il doppio letterario di Bernhard, proprio come Bernhard, non è insensibile all’hôtellerie di alta classe…

Gli archivi non ci dicono se Bernhard abbia soggiornato all’Hotel Gritti. Ma l’eccentrico nipote del filosofo Ludwig Wittgenstein, il pazzo dell’opera, il cliente regolare dello Steinhof, l’ospedale psichiatrico di Vienna, Paul Wittgenstein, l’amico bizzarro di Bernhard, pronto a prendere, con un colpo di testa, un taxi per andare a far visita a una cugina a Parigi, aveva per ultimo desiderio, sentendo prossima la fine, di andare a fare «una bella dormita all’Hotel Gritti». È Bernhard che lo dice, in questa confessione quasi autobiografia profondamente emozionale che è Il Nipote di Wittgenstein. Paul, il malato di nervi, che Bernhard, il malato di polmoni, ritrovava regolarmente allo Steinhof, su una panchina tra il padiglione dei malati di nervi e il padiglione dei malati di polmoni: un fratello nel destino, dove la morte incombe. Con Venezia, e il Gritti in testa: Alla fine della sua vita, Paul aveva il grande desiderio. «Wenigstens nach Venedig zu fahren, um sich im Gritti einmal auszuschlafen», «di riuscire ancora a prendere un treno e andare a Venezia per farsi finalmente una bella dormita al Gritti»È senza dubbio ispirato dall’amico Paul, megalomaniaco dichiarato, che Bernhard, nella stessa epoca, aveva richiesto al suo editore Unseld, il titolare di Suhrkamp, in occasione di un invito a New York, di riservargli una camera al Plaza, all’ultimo piano con vista su Central Park, per otto mesi. Per scriverci il suo prossimo romanzo – la voluminosa corrispondenza con Siegfried Unseld, lunga 24 anni, ne dice d’altronde parecchio, su «der leidenschaftliche  Hotelbewohner», l’appassionato abitante di alberghi che era Bernhard. Inutile dire che l’affare non si concretizzò. Come del resto il viaggio di Paul Wittgenstein a Venezia, e la sua siesta pre mortuaria al Gritti.

È in questa sequenza, oscillante tra la panchina dello Steinhof e l’Opera di Vienna, che al Teatro Eliseo di Roma, durante la messa in scena del Nipote di Wittgenstein, Umberto Orsini, oscillante lui stesso tra due incarnazioni, tra Bernhard e Paul Wittgenstein, si ritroverà in frac steso su un divano Biedermeier ispirato dal mobiliere scelto da Berhnard per la sua fattoria fortificata di Ohlsdorf in Alta Austria. E questa immagine diventerà l’emblema dello spettacolo, proprio quando Orsini-Bernhard pronuncia questo sogno dell’amico Paul, il suo sogno di Venezia, il suo sogno di abbandono al Gritti, giusto per questa ultima bella dormita.

Questo divano Biedermeier, verde scuro, dove Bernhard coltivava le sue abitudini, riunendo così all’Eliseo Ohlsdorf e il Gritti, per ragioni di cui di certo era inconsapevole, mi aveva già affascinato durante il mio incontro con Bernhard, a casa sua a Ohlsdorf, nell’estate 1985, qualche giorno dopo la prima del Theatermacher (Il teatrante) a Salisburgo, regia di Peymann. Il famoso Ohrensessel, la poltrona “con le orecchie”, di certo, e il divano Biedermeier. Quando ancora Bernhard era considerato all’epoca un eremita accigliato nella sua torre in campagna, come Montaigne, avaro di parole, o insultando con rabbia il mondo intero, avevo scoperto un gentleman farmer dall’eleganza raffinata, che inanella facezie una dopo l’altra, dove il virtuosismo verbale del monologo ha di uguale solo il virtuosismo riconosciuto della prosa romanesca. Esattamente come l’ha descritta Aldo Giorgio Gargani nel suo luminoso saggio su La frase infinita di Thomas Bernhard, questa logica ripetitiva o ossessionale che va fino allo sfinimento del respiro, come se ogni frase fosse l’ultima, l’ultima prima della morte. Riso compreso. Due ore di risa, dunque, a Ohlsdorf, è una demolizione gioiosa del mondo intero. Indimenticabile.

Retrospettivamente, pensavo a questo pranzo l’anno precedente con Minetti, e Franco Quadri, nel giardino della Locanda Cipriani a Torcello. Minetti, l’attore leggendario, l’attore bernhardiano per eccellenza, attore interprete di diverse pièce di Bernhard, tra cui ovviamente la pièce eponima, Der Schein trügtL’apparenza inganna messa in scena alla Biennale, e anche da Peymann, maestoso ottuagenario, un po’ lunare, un po’ perduto nei giardini di Torcello, che confessava il suo attaccamento viscerale all’imprevedibile Bernhard, si sentì al suo posto al Gritti, come Bernhard a Torcello, nella voluttà dei giardini del Cipriani. Assaporando l’italianità come egli assaporava l‘ambientazione ispanizzante sulla terrazza del Nixe Palace a Palma de Mallorca.A Ohlsdorf, tra in paio di tirate assassine, in cui gli attori tedeschi in particolare erano stati mortalmente denigrati, recitando “come leggessero il giornale”, Minetti eccettuato, ben inteso, c’era stato un bel dire del Wittgensteins Neffe, apparso poco prima. Qualche mese dopo, decidevo di mettere in scena il Nipote di Wittgenstein. A Parigi, a Roma, poi a Vienna.Il Nipote, non si tratta solo del Gritti, ma di Bernhard stesso, sempre tra due luoghi, e beninteso di Vienna, del suo amore-odio per Vienna, dell’atmosfera mefitica di Vienna, che conviene lasciare appena ci si arriva.

Anche il narratore di Cemento, l’altro Bernhard, vorrà dunque lasciare Vienna, questa città odiata, perversa, che “prende tutto e non dà niente”, dove la stupidità fa a gara con l’infamia e l’ipocrisia, questa città che gli rivolta lo stomaco fino alla nausea, dove non ha mai potuto scrivere o finire di scrivere una qualsiasi cosa, e pensa per un breve momento a Venezia. Ma all’idea di dover restare mesi in quel «Gesteinshaufen, mucchio di pietre certo sontuoso ma assolutamente perverso, e fosse pure nel posto più ideale, mi vennero i brividi. Venezia va bene solo per qualche giorno, come una vecchia signora elegante alla quale si fa visita ogni volta per l’ultima volta per qualche giorno, non di più», dixit il narratore. E dopo aver esitato su Taormina, si decide per Palma.Consuetudine di Bernhard era quel che oggi si chiamerebbe il city bashing. Francoforte, Graz, Salisburgo, Augusta, Ratisbona, Würzburg, Lubecca, Brema, Bochum, Atene, e molte altre hanno avuto diritto all’onore della sistematica demolizione bernhardiana. Roma, sembra, è risparmiata, ed è anche scelta come rifugio da Franz-Josef Murau, il protagonista di Auslöschung (Estinzione), per tentare di fuggire ai fantasmi dell’Austria nazionalsocialista. Ma è sorprendente che la città de «la bella dormita» sognata da Paul Wittgenstein abbia anch’essa attratto i fulmini dell’amico di Paul. Va detto che Bernhard, nel suo bisogno di altrove, di cui testimonia tutta la sua opera, ha sempre oscillato tra l’odio di qui e l’odio dell’altrove, l’impossibilità di essere qui, di restare qui, e di essere altrove, di restare altrove. Ohlsdorf o Vienna, Vienna o Ohlsdorf. O tra le due. Tra il freddo penetrante dell’Alta-Austria e i calori del sud europeo, tra la perversità di Vienna e la perversità di Venezia.In un poema giovanile, intitolato Venedig, si era già mostrato ambivalente, lanciando in questo breve schizzo veneziano alcune impressioni fuggitive, tra la denigrazione e l’ammirazione. Gatti pigri, pesci marci, frutti estivi schiacciati, da una parte, Maria della Salute, Ca’ d’Oro, Colleoni, Palazzo Ducale, dall’altra. Per dirsi finalmente soggiogato dalle angefressenen Wolkenfetzen,nuvole frastagliate, piene di furore, de La tempesta di Giorgione. Come se, in una sorta di premonizione, quasi metaforica, questo poema veneziano, non scevro di cliché di gioventù, e dell’ingenuità della prima visita, contenesse di fatto in germe tutta la tensione bernhardiana, tra poli contraddittori.

Patrick Guinand ritratto da Sepp Dreissinger

Sepp Dreissinger, “il” fotografo di Bernhard, l’unico che Bernhard accettasse, apprezzasse, è inesauribile sull’instabilità umorale di Bernhard, conservando nella memoria innumerevoli aneddoti, vissuti o testimoniati, tra i privilegiati che hanno avuto la fortuna di conoscere Bernhard, pubblicando in particolare un libro molto chiarificatore sulla realtà dalle molteplici sfaccettature del personaggio Bernhard: Was reden die Leute – 58 Begegnungen mit Thomas Bernhard, che dice la gente – 58 incontri con Thomas Bernhard, non tradotto in italiano.Vi si ritrova la multipolarità di Bernhard, tra riso e collera, tra convivialità e porte chiuse, tra fraternità per Montaigne, Voltaire o Diderot, e odio per il dilettantismo e per l’imperfezione, tra fanatismo della verità e ridicolizzazione dei premi letterari, tra ammirazione per la Sinfonia Renana di Schumann, diretta da Schuricht, e rabbia contro l’Austria di Waldheim.Qualche giorno fa a Vienna, Dreissinger mi diceva che Eugenio Bernardi, traduttore emerito di numerose opere di Bernhard in italiano, all’inizio degli anni Novanta, aveva organizzato a Venezia una mostra delle sue celebri foto di Bernhard, verosimilmente all’Università Ca’ Foscari. Trent’anni dopo, l’iniziativa meriterebbe senza dubbio di essere riproposta.Bernhard dunque, refrattario o sensibile a Venezia? L’opera non dice nulla di più. Solo la corrispondenza con Hede Stavianicek, con la quale ha effettuato la maggior parte dei suoi viaggi, a Venezia compresa, potrebbe senza dubbio dare una risposta tangibile. Il primo soggiorno a Venezia data al 1956, ecco quindi sessantasei anni. Ciò meriterebbe un richiamo. Il secondo del 1957, esattamente nel mese di aprile, dal 13 al 20 aprile. Il terzo del 1960, prima Napoli e la Sicilia. Il quarto del 1962, dopo Dubrovnik, Lovran, Trieste, e Grado. Il quinto del 1977, prima Trieste, Opatija, e ancora Dubrovnik. Questa corrispondenza, certamente preziosa, e’ al momento inaccessibile.Per saperne di più, bisognerebbe dunque soggiornare al Gritti? Ci penseremo.

Vienna, aprile 2016, gennaio 2022.

traduzione di Claudio Madricardo

Bernhard e Venezia ultima modifica: 2022-01-08T20:55:58+01:00 da PATRICK GUINAND
Iscriviti alla newsletter di ytali.
Sostienici
DONA IL TUO 5 PER MILLE A YTALI
Aggiungi la tua firma e il codice fiscale 94097630274 nel riquadro SOSTEGNO DEGLI ENTI DEL TERZO SETTORE della tua dichiarazione dei redditi.
Grazie!

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento