Inflazione. Ma dobbiamo preoccuparci?

Oppure è un fuoco di paglia, certo fastidioso (talvolta drammatico) per i portafogli, ma destinato a rientrare via via che la situazione si normalizza?
FRANCESCO MOROSINI
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Dobbiamo preoccuparci o no dell’inflazione? Oppure è un fuoco di paglia, certo fastidioso (talvolta drammatico) per i portafogli, ma destinato a rientrare via via che la situazione si normalizza? Oggi se ne dibatte iniziando a venir meno la convinzione che l’inflazione sia il prodotto transeunte di sabbia gettata negli ingranaggi del mercato dalla pandemia. In fondo nulla è per sempre; se vale per il SARS-COV2 varrà pure, si sperava e si spera, per le tensioni sui prezzi. Ma se il fenomeno fosse sì transeunte (come tutto) ma di lungo periodo? Un timore che porta le autorità monetarie a farsi prudenti sull’inflazione, di certo un ricordo sgradito soprattutto degli anni Settanta del XX secolo.

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Comprensibile, di conseguenza, che i vertici delle banche centrali (BC) siano preoccupati di dover contrastare l’ascesa del livello generale dei prezzi con provvedimenti di politica monetaria restrittivi su economie rese dal covid appena convalescenti; di qui il fascino per loro dell’idea della transitorietà delle tensioni sui prezzi. Per le BC l’inflazione è il peggior scenario possibile. Per la BCE, inoltre, politiche monetarie più severe potrebbero minare l’Eurozona balcanizzando il mercato dei debiti sovrani dei paesi a essa aderenti.

Cui aggiungere la possibile presenza ai vertici delle Autorità monetarie del retropensiero che, essendo in fase alta di contagio, il virus potrebbe di per sé bastare come fattore deflattivo, senza quindi assumersi l’onere di azionare il freno monetario rischiando l’imputazione di far così deragliare il treno dell’economia globale. Però che la “corsa dei prezzi” abbia poca benzina e ormai “corra col piombo” sulle ali pare sempre più essere un’illusione progressivamente abbandonata dai Banchieri centrali. Non a caso almeno dalle parti di Washington vi è maggiore prudenza sulla transitorietà dell’inflazione visto che già si parla di ridurre il bilancio (il cui attivo mostra gli acquisti e al passivo il contraccambio in creazione di biglietti verdi) della Federa Reserve (FED).

A dannare i sonni dei vertici delle BC (ma presto toccherà ai politici al momento ancora distratti) per effetto della corsa dei prezzi sono l’energia e gli alimentari, elementi che pesano nei bilanci economici sebbene scorporati per la loro volatilità dal paniere di beni (dai valori di mercato più stabili nel tempo) che dà il “core” dell’inflazione. La preoccupazione ora è che una stratta monetaria, collassando la domanda senza far cadere i prezzi, si limiti a comprimere i consumi familiari. Tra l’incudine (l’inflazione) e il martello (la deflazione) riapparirebbe lo spettro della deflazione. Un incubo; resta però l’inflazione è tornata.

Qualche riscontro, allora. L’Istituto italiano di statistica (ISTAT) in un comunicato stampa del 15 dicembre prevede su base annua un incremento dei prezzi del 3,7 per cento nella Penisola. È vero che il “fronte” inflattivo italiano, se, come detto, si scorpora il “core” (che l’ISTAT chiama <<inflazione di fondo>>, cioè senza considerare i prezzi dei beni energetici e degli alimentari freschi), darebbe bonaccia attestandosi la dinamica dei prezzi su valori significativamente più bassi. Più precisamente: ad un primo sguardo il 2021 appare come un anni calmo. Nel senso che i prezzi, dopo il crollo del -0,2 per cento nel pieno del covid shock del 2020, sono cresciuti al consumo mediamente dell’1,9 per cento, in linea col valore target della BCE del 2 per cento. Il punto critico invece, ricorda il comunicato dell’ISTAT, è che si ha un’accelerazione della crescita dei prezzi su base mensile, soprattutto da luglio.

È un fatto significativo trattandosi di un raddoppio del ritmo inflattivo. Come detto, a far dannare le Autorità monetarie sono gli alimentari non lavorati e i beni energetici che a novembre si impennano e restano in quota, pur se in lieve calo a dicembre. Ci si potrebbe consolare ritenendo che più che d’inflazione si tratti di un fenomeno circoscritto ad alcuni fattori, per quanto decisivi. E che nell’immediato, sebbene le voci di spesa già mostrino degli incrementi, per il consumatore l’inflazione tuttora conti poco o niente. Però rischia d’essere un’illusione. Il motivo è che i beni che “spingono” sui prezzi, in specie gli energetici, sono anche voci di costo in tutti i processi produttivi; e questo significa fare a cascata inflazione. Per questo è difficile che le Autorità monetarie possano trincerarsi dietro la transitorietà dell’inflazione. 

Il punto, allora, è che se l’inflazione fosse percepita come problema “serio” ne conseguirebbe che le BC dovrebbero – gli annunci oltreatlantico, già ci sono – “stringere la borsa” alzando i tassi d’interesse. Un probabilmente inevitabile problema per l’Italia. Il fatto è che il Belpaese, gravato da un pesante debito pubblico, è molto dipendente dai mercati finanziari. Ne consegue il rischio che, salendo i tassi d’interesse, i mercati stessi fuggano dai nostri bond. Così l’ombra del default tornerebbe ad allungarsi sulla Penisola. Certo, l’acquisto del nostro debito sovrano da parte della BCE ci aiuta a comprare tempo. Ma se, dinnanzi all’inflazione, a Francoforte il gioco cambiasse? Meglio pensarci fin d’ora.

Preoccupazione confermata dal fatto che presso le BC ha perso terreno la tesi che la vampata dei prezzi sia temporanea (shock d’offerta per difficoltà logistiche). Tant’è che il presidente della Federal Reserve (FED) Powell, pur avendolo sostenuto, ora ne esclude la transitorietà. E annuncia che la FED, per evitare che l’inflazione si radichi negli USA, dovrà ridurre gli stimoli monetari dati per compensare il rischio di recessione da Covid. La BCE all’opposto, probabilmente dovendo tener conto della minore crescita europea rispetto agli USA, tuttora insiste sulla temporaneità del fenomeno. Ciononostante pure a Francoforte se ne discute con attenzione. Difatti entrambe le BC affermano, almeno in via teorica, di voler porre un limite alla “moneta facile”. Però le narrazioni che presentano sono diverse in quanto in USA primeggia il timore che l’inflazione prima si incisti nell’economia e poi prenda a correre; viceversa la BCE indugia a “tirare il freno” con la pandemia tuttora incombente.

Certamente poi Francoforte, partecipando all’Eurozona paesi ad alto debito (del Belpaese si è detto), teme che repentini cambiamenti di politica monetaria possano essere destabilizzanti. Conseguentemente, la BCE annuncia l’esaurirsi del Piano di emergenza pandemico (PEPP); ma prevede che ciò sia compensato almeno fino ad ottobre prossimo da un altro programma d’acquisti in essere (APP). Regna la prudenza, quindi. Cosa che vale, nonostante sembri più aggressiva, pure per la FED che ha difficoltà a “frenare” ben sapendo che mercati finanziari e politica vedono male aumenti del costo del denaro.

Ecco perché da parte dei mercati come della politica sono possibili forti pressioni (in Italia le polemiche sul Patto di stabilità ne sono un annuncio) affinché la politica monetaria lasci correre l’inflazione magari rilanciando la dubbia speranza che sia un fenomeno temporaneo. È, come detto, prendere tempo. Tipico della politica; ma anche le grandi istituzioni dello Stato. Capita così che le BC, “catturate” sia dai mercati finanziari che dalla politica cui si illudevano d’essere in toto indipendenti, temono a muoversi sul fronte dei prezzi. Infatti sia i primi, drogati di liquidità e pronti a crollare finendo il “metadone monetario”, che la seconda, che punta, via monetizzazione dei debiti pubblici, a spostare nel tempo l’onere fiscale delle proprie scelte, tendono a paralizzarle.

D’altronde, potessero le BC stampare derrate agricole e gas+petrolio come fanno con dollari, euro, yen, yuan (a ben vedere che la moneta “basti” a fare ricchezza è la premessa implicita e l’illusione del sovranismo più ideologico), allora sarebbe tutto facile. Certo di più che innescare il “freno monetario” in condizioni di deboli economie pandemiche con la possibilità già ricordata di trovarsi con prezzi rigidi verso il basso ma con crisi da domanda, ovvero con la stagflation. Forse ci vorrebbe il coraggio dell’allora Presidente della FED Paul Volcker che nel 1979 con una politica monetaria aggressiva ma prezzo di una recessione bloccò l’inflazione del tempo. Ovvio, il “che fare” con l’inflazione è questione socialmente e politicamente delicata nonché teoricamente aperta.

E oggi, dopo la crisi del 2008 e la pandemia da SARS-COV2, con la politica che illudendosi di recuperarlo ha di fatto trasferito potere dalle BC ai mercati finanziari (eutanasia della politica) e un’economia ancor più carica di debiti, azioni come quella di Paul Volcker sono improbabili. Forse lo “stampa e vedi” del suo successore Alin Greenspan alla FED è, ma è dubbio, più consono ai tempi. Il pericolo è che l’inflazione, salvo che intervenga il virus imponendo lockdown, così tenda a perpetuarsi. Anche l’Italia è chiamata a pagarne un prezzo: difatti, con tassi reali negativi, è un prelievo patrimoniale di fatto sui conti correnti delle famiglie italiane. A suo modo l’inflazione è una pandemia, seppure monetaria. Guai sottovalutarla. Perché, nonostante molte retoriche imperanti, funziona da Robin Hood alla rovescia.

Inflazione. Ma dobbiamo preoccuparci? ultima modifica: 2022-01-09T20:47:11+01:00 da FRANCESCO MOROSINI
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1 commento

Piero 12 Gennaio 2022 a 7:52

L’inflazione è la cura inevitabile dei debiti statali, la ricchezza verrà spostata dalla rendita al lavoro e alle imprese.
È impossibile che l’attuale debito venga pagato con le tasse, o viene monetizzato dalla BCE, o viene pagato con l’inflazione (l’inflazione del 5% annuo riduce automaticamente in 20 anni il debito fino all’80% del Pil)

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