Đoković in Australia. Il match point del tennista del Grillo

MICHELE MEZZA
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La contesa fra il tennista Novak Đoković e il governo australiano sottintende valori e significati che vanno al di là del capriccio di una star o dell’orgoglio di uno stato. Siamo al cuore del nuovo conflitto ideologico e strutturale che mette in discussione l’idea stessa di un ruolo pubblico nelle decisioni. Al di là dell’aneddotica giudiziaria o delle palesi per altro contraddizioni che inficiano la tesi del campione serbo.

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I due contendenti, che rendono globale questa partita, sono da una parte il senso di uno stato che esibisce la sua rappresentatività come fonte di legittimità per organizzare l’equilibrio fra libertà e sicurezza, e dall’altra un individuo, potente e intraprendente, che si propone come testimonial di una visione asimmetrica del diritto, in cui il singolo limita la comunità, in una vulgata sintetizzabile dalla sboccata battutaccia del marchese del Grillo.

Tanto più in un contesto, quale l’attuale, in cui la pressione della pandemia sta esasperando e amplificando contraddizioni economiche e differenze sociali non più ordinariamente componibili nell’ambito di una tradizionale dialettica di poteri e interessi tipica delle istituzioni apparentemente più radicate e consolidate, quali quelle occidentali.

Se nemmeno l’emergenza sanitaria, che coinvolge la sicurezza di moltitudini di persone, vale a rendere prioritaria l’azione di uno stato rispetto al diritto di un singolo a giocare una partita a tennis cos’altro oggi può valere? 

Chiunque sia stato negli Usa negli anni precedenti sa bene quel senso di assoluta impotenza e subalternità che ti prende quando il funzionario della dogana scannerizza il tuo passaporto: ti guarda per dirti che in quel momento decide solo lui, nessuno può interferire nell’autorità che gli ha assegnato il governo americano di tutelare le frontiere e la sicurezza del paese.

Oggi non è l’autorità che è contestata, quanto il titolo, l’origine dello sguardo del doganiere americano: in nome del popolo.

Le metafore tennistiche si sono sprecate in questi giorni per la naturale suggestione di vedere un grande giocatore impegnato contro quella che una volta era proprio la massima potenza del tennis. 

Ma sembra difficile, per simboleggiare l’incertezza del contrasto non richiamarsi a uno dei film più belli sul genere, Match Point di Woody Allen, in cui il destino balla proprio sulla corda della rete che divide il campo di gioco.

“Banja Luka ha mostrato ancora una volta la forza del legame che unisce la Republika Srpska e la Serbia. Esatto, c’è il sostegno non solo dei funzionari ma anche di tutti i cittadini della Republika Srpska!” [da Twitter: Исидора Секулић @samoisidora]

Lo smash con cui il campione serbo nel primo set ha affermato il suo privilegio personale, forte della prima sentenza del tribunale australiano, che ne conferma il buon diritto di godere di una deroga, ha rimbalzato sulla resistenza di un governo che non accetta di vedere contestata la possibilità di modulare diritti e garanzie nel momento in cui la malattia mina la solidità e certezza delle istituzioni. Un rimpallo che lascia sospesa la pallina e costringe tutti a intervenire per sospingerla nella direzione prescelta. 

Senza voler appiattire le sfaccettature giuridiche del caso, è evidente che stressando il contenzioso si arriva all’origine della rottura fra individuo e comunità, che sta alla base del movimento no vax, nelle sue differenti accezioni. L’eterno conflitto fra individuo e collettività, fra libertà e eguaglianza, fra società e stato.

La novità del momento è che questa tensione emerga proprio nel cuore del sistema occidentale, dove pure, soprattutto negli ultimi anni, sembra più forte la componente liberista, che spostava dallo spazio pubblico alle attività private il baricentro sociale. Uno spostamento che evidentemente non basta più. Infatti lo scontro vede impegnate due componenti estreme di uno stesso campo, quello di mercato. Contro l’oltranzismo dei no vax si contrappongono Biden e Draghi, mentre appaiono più defilate le formazioni della sinistra globale.

Manifestazione sotto l’albergo di Đoković a Melbourne. Dimostranti non solo serbi, ma croati, macedoni, greci, russi, il fronte balcanico no vax.

Due sono i fenomeni che hanno originato questa tendenza, orientandone intensità e obbiettivi: il processo di automatizzazione tecnologica, e, negli ultimi mesi, la drammatizzazione della pandemia. 

Virus e algoritmi sono le potenze che hanno rimesso in movimento la storia, potremmo dire, anche nel cuore del capitalismo tecnologico del terzo millennio, chiedendo un nuovo equilibrio e pretendendo una diversa gerarchia dei poteri e valori.

Non è certo un caso che lo scontro vada in scena certo in una paese non noto per le sue pulsioni solidaristiche e sociali. Siamo nell’Australia dell’isolazionismo, del conservatorismo del proprio benessere, del libertarismo conservatore. Dall’altra parte lo sfidante Novak Đoković, è certamente un tipico esemplare della jet society, del successo globale, ma in lui e nel suo staff determinante è la cultura e l’origine serba, slava in generale, che agisce come ulteriore elemento di irrequieto ribellismo rispetto a logiche e strategie comunitarie.

La convergenza fra la diffidenza atavica per poteri globali, da parte di un localismo familistico, tipico di culture dove la società civile rimane ancorata a una visione di ceppi consanguinei, quali appunto il sud Europa e i Balcani, che si combina a una crescita esponenziale di poteri privati che in Occidente hanno ormai sostituito lo stato in attività fondamentali, dalle scienze di base alla stessa gestione della violenza, ha trovato proprio nella pandemia il ring su cui combattere per rivendicare un primo secco ridimensionamento delle istituzioni rappresentative come titolari dei poteri prescrittivi.

Nella loro poderosa ricostruzione della relazione fra stato e società civile, contenuta nel tomo La Strettoia, Daron Acemoglu e James A. Robinson rintracciano proprio in questa dialettica fra l’immediatezza degli interessi prevalenti con la mediazione di una struttura legale condivisa, le ragioni e gli ambiti che hanno segnato l’evoluzione delle diverse istituzioni politiche ed economiche nel pianeta. 

Dalle prime norme di Solone nella Grecia del V secolo a.C., che fissavano pene per tutti coloro che si macchiavano del reato di hubris insidiando e violentando donne o bambini, schiavi compresi, fino alla distinzione operata da Hobbes fra “stato per istituzione”, dove le istituzioni comuni nascono per patti fra individui e comunità, e “stato per acquisizione”, dove è un atto di forza che genera una infrastruttura politica di comando su un territorio, prende forma in Occidente un dualismo instabile in cui lo stato, di volta in volta, in base alla temperie culturale e politica, determinata dai rapporti di forza fra interessi e ceti sociali, diventa garante di una condizione di reciprocità dei diritti o strumento di una prevalenza di élite su moltitudini.

Il conflitto sociale, che nel capitalismo industriale ha funzionato come equilibratore e compensatore dei nuovi poteri economici, è stato l’architrave negli ultimi due secoli di una nuova forma di stato in cui le distanze sociali erano un limite da contenere e compensare, dando allo stato, nella pluralità di tensioni globali, il ruolo di tutore di un’intera comunità nazionale e equilibratore delle relazioni all’interno della stessa comunità. 

Presupposto e conseguenza di questo status erano funzioni e ruoli che nessuna entità privata poteva svolgere, come appunto l’esercizio della forza, il controllo dell’economia, la gestione di servizi di base e lo sviluppo di attività indispensabili quali la ricerca o gli investimenti sui beni primari.

La potenza di calcolo ha divelto questa staccionata che conteneva le esuberanze private, creando una situazione in cui lo stato diventa solo uno fra i tanti soggetti in competizione fra loro nella realizzazione di infrastrutture materiali e immateriali. 

Come spiega Bernard Stiegler nel suo saggio La Società Automatica (Meltemi editore) “con l’automazione sapere e decisioni si staccano dal soggetto”, e anche dalla consapevolezza, diventando azioni , appunto automatiche, guidate da intelligenze artificiali, in grado di arrivare ad economie di scala fino ad oggi riservate solo a grandi istituzioni pubbliche.

L’assalto allo spazio da parte di Elon Musk e Jeff Bezos sono l’emblema di un’espansione dell’intraprendenza singola che marginalizza l’azione pubblica.

L’idea stessa della miniaturizzazione della grande capacità di produrre conoscenza e analizzare dati, insita nell’accesso ormai universale a computer e software, contesta il primato di un apparato burocratico centrale che si identificava già al suo nascere nel XVII° secolo proprio sull’esclusiva abilità di elaborare informazioni indispensabili come erano proprio le statistiche centrali.

 Proprio uno dei padri di idea di stato come potenza materiale, Carl Schmitt, in punto di morte volle correggere il suo aforisma notissimo – lo Stato è quel potere in grado di proclamare lo stato di emergenza – aggiungendo la postilla decisiva: e che controlla le onde elettromagnetiche. 

Aveva intuito, siamo all’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, che il monopolio della violenza era ormai come potestà distintiva sostituito dalla gestione dei sistemi di comunicazione individuale.

L’esplosione dello tsunami coronavirus ha ulteriormente eccitato questa contrapposizione. La necessità di una regia globale da parte di poteri pubblici, con la centralità inevitabile di una sanità che diventava forma e codice di una nuova epidemiologia sociale, dove proprio la distribuzione della malattia era il nuovo criterio di lettura delle dinamiche socio economiche, ha spinto gli interessi più maturi del liberismo a rompere il patto di complicità con le istituzioni. 

Il segnale è venuto dalla pubblicazione il 2 aprile del 2020, nel pieno della prima devastante ondata di contagi in tutta Europa, dal settimanale The Economist che pubblicava un editoriale dal titolo A Grim calculus, in cui poneva le basi di un conflitto ideologico e sociale con gli stati: costi quel che costi, whatever it takes per dirla con Draghi, bisognava comunque assicurare continuità all’economia anche dovendo poi sacrificare la sicurezza collettiva. 

Quella fu la matrice della spallata che venne dalle frange populiste e reazionarie, che attaccarono proprio i bastioni della convivenza capitalista, negli Stati Uniti con Trump, e in Europa con la mobilitazione del ceto medio che congiungeva no vax a no tax.

In questo scontro la sinistra non ha trovato la rappresentatività di interessi sociali vitali per entrare nel gioco, limitandosi a sostenere la prudenza istituzionale. Emblematico l’imbarazzo del movimento sindacale italiano quest’estate sull’obbligatorietà del Green pass, quando si è trovato persino in posizioni contigue ai movimenti più radicali del fronte contro la sanità pubblica, e con incredulità assistette alla devastazione della sede della Cgil da parte di gruppi neo fascisti.

La contesa fra Djokovich e il governo australiano riassume dunque esattamente il campo del conflitto in atto: avanguardie liberiste che forzano l’equilibrio sociale nel cuore del sistema di mercato. 

Fondamentale in questo scenario diventa la durata e la permanenza dell’emergenza sanitaria. Ancora pochi mesi di mobilitazione sarebbero una variante sopportabile, senza mettere in gioco identità politiche e organizzative. Ma se, invece, come i più accreditati affermano, siamo solo all’inizio di un lungo ciclo epocale di trasformazioni biologiche, allora saremmo alle prese con una vera transizione antropologica destinata a mutare il carattere stessa della convivenza sul pianeta. 

La frenesia individualistica che un’egemonia liberista nella società digitale ha imposto verrebbe ulteriormente segnata da una logica oscurantista che separerebbe ogni individuo dall’altro in nome di un’autotutela dal contagio. Noli me tangere, ci ricordava Donatella De cesare nel suo testo Virus Sovrano gia nella primavera del 2020, sarebbe la vera ideologia finale del fronte liberista, dopo la sbornia no vax.

Il pendolo tornerebbe alla ragionevolezza scientifica ma si combinerebbe con una filosofia darwiniana, in cui ognuno, in ragione dei propri mezzi e delle proprie opportunità, trova il percorso per convivere in sicurezza nella pandemia endemica.

Questa partita non può essere giocata solo da amministrazioni statali, da istituzioni, per quanto portatrici di istanze comunitarie, o ancora peggio da avvocati. 

Su questo tema, la relazione fra società e stato e nella società fra comunità e individuo, si ricostruisce la dignità della politica come sistema di conflittualità negoziata e rappresentativa.

Bisogna ridare spessore e attrazione a un pensiero che, nel pieno di una fase storica dominata proprio dalla coppia virus/algoritmi, ricomponga emergenza sanitaria con i processi socio tecnologi, attraverso un approccio critico che sottoponga ogni rivendicazione o ambizione al filtro dell’interesse pubblico. Ritrovare uno spazio in cui etica e democrazia non siano le bandiere del passato ma strumenti di una nuova trama di vivibilità sociale, che dia al sapere la sua potenza eversiva di collante di una rete globale dove ognuno, proprio in ragione della condivisione con tutti, dia credibilità alla sua inedita capacità di misurarsi con l’astrazione del potere in nome della comunità e non di se stesso.

Đoković in Australia. Il match point del tennista del Grillo ultima modifica: 2022-01-11T17:15:14+01:00 da MICHELE MEZZA

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