D’Alema e la scissione fredda

Mentre matura il rientro degli scissionisti pratica l'analisi politica, segue bussole rigorose e chiama la sconfitta col suo nome. E proprio per questo ci si chiede come abbia fatto a credere in quell'avventura, di cui andrebbe analizzato non solo l'esito ma anche scelte e prassi politiche dei protagonisti.
ETTORE SINISCALCHI
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La bella intervista di Andrea Carugati a Massimo D’Alema su il manifesto è da leggere. Se gli interventi pubblici del “presidente” sono sempre meritevoli di attenzione – e prodighi di polemiche, letture diverse e dibattito sulla stampa, [anche qui e qui su ytali.com] – nella temperie attuale, tra passaggi istituzionali e movimenti nella sinistra del quadro politico, risulta sempre utile un pensare politico che si orienta seguendo bussole rigorose, senza schiacciarsi sull’immanente. Fatta la tara di alcuni vezzi, D’Alema è politico che sempre ragiona, che comprende il valore dell’analisi politica e che la esercita. Anche sulla sconfitta, che nomina, rara avis, il che presuppone lucidità, il saper rendersene conto. Pensandoci, è stata una cifra del movimento comunista e sindacale italiano, partire dalle sconfitte, analizzarle, ripartire facendone guida per non ricadere negli stessi fossi.

E così D’Alema definisce con crudezza la scissione dal Pd di cui è stato protagonista, anche se in posizione defilata:

Non c’è dubbio che uscendo dal Pd non siamo riusciti a costruire una forza robusta della sinistra: sì, è una sconfitta.

E leggere mi ha fatto riavvolgere il nastro e ritornare a quei giorni, a come maturò quel 19 febbraio 2017, al Parco dei Principi di Roma, hotel che affaccia su Villa Borghese. “Mi ricordo, sì, io mi ricordo”, per dirla con Marcello Mastroianni, una scissione improvvida e malamente condotta, una giornata goffa e confusa, dove alla passione politica si sostituiva lo sconcerto, come cifra di un’inedita scissione fredda.

Era iniziato il 2017 e il Pd sobbolliva. Si veniva dalla sconfitta renziana del referendum sul testo Boschi, il 4 dicembre 2016, che aveva profondamente lacerato il centrosinistra. Renzi non si era dimesso, come aveva detto che avrebbe fatto in caso di sconfitta, diversi erano i tentativi di trovare il modo di fare una discussione politica, un confronto che non riducesse il congresso alla gara elettorale delle primarie. Mai come ora il segretario era debole, anche se certo di vincerle, più incerte le alleanze che lo sostenevano mentre si manifestavano dubbi e ripensamenti in chi aveva appoggiato il percorso trionfale di Renzi, dentro e fuori al Pd, di cui sembravano più evidenti limiti e incapacità di governo del partito. A febbraio, però, la minoranza bersaniana aveva compiuto uno sprint. Prima, a Firenze, riunendosi con altri segmenti dentro e fuori al partito, si era contata, aveva visto che l’accelerazione levava pezzi a altre minoranze interne, deciso che era giunto il momento di agire.

Bersani nel 2010, segretario da un anno; foto Francesca Minonne (CC BY-NC-SA 2.0)

Le minoranze, non solo bersaniane, chiedevano una verifica politica, una segreteria unitaria, i bersaniani però rilanciavano, con un congresso quale non è previsto dallo statuto del Pd, posticipato ma non troppo, meglio dopo una prossima probabile sconfitta a elezioni locali. La segreteria rispose che nessun mezzo congresso né segreterie unitarie di passaggio, anzi minacciando di anticipare i tempi con le dimissioni del segretario. Per un congresso che si farà da Statuto, “convenzioni nei circoli e poi elezione del segretario con primarie aperte. Punto”, fa sapere il vicesegretario Guerini. Una direzione, quattro giorni prima dell’Assemblea nazionale, conferma il percorso, e la chiusura di Renzi a ogni gesto distensivo. Il giorno prima al Teatro Vittoria di Roma viene messa in scena la scissione imminente: richiami ideali, una folla strabordante e entusiasta, convinta che si fosse lì per riprendere e rinnovare le istanze ideali della sinistra italiana, che era giunto il momento.

La scissione fredda del Parco dei Principi

Al Parco dei Principi c’è il pienone, la sala stampa straripa, il conduttore televisivo Enrico Lucci va in giro mascherato da Stalin. L’Assemblea si apre con Renzi che non fa nessun passo, nella crisi vede solo l’occasione per far fuori avversari, diventare più forte. Dopo aver evocato il film della seconda Livorno, la minoranza bersaniana affida al compianto Guglielmo Epifani la compilazione di un sommario di temi in sostituzione di analisi politiche che motivino il dissenso, poi tace. Nessuna valanga di iscrizioni a parlare, nessuno che chieda conto delle scelte, delle leggi votate, delle riforme criticate, della rottura referendaria con il proprio elettorato. Nessun atto di confronto politico. Mentre in sala si avvicendano interventi anche di spessore, mentre parla Orlando, a proposito del rispetto per le altre minoranze, Bersani si accomoda nella terrazza della sala stampa e parla con Lucia Annunziata – non nell’assemblea del partito che si tiene a pochi metri – e, con quel linguaggio involuto che vuole esprimere la saggezza delle case del popolo che ormai è la sua cifra, conclude dicendo che “aspetta la replica” del segretario. Il quale affida a Guerini il compito di comunicare la contromossa via messaggio al solito giro di cronisti politici – a loro, non al assemblea del partito: la replica non ci sarà. A quel punto i big della scissione ancora presenti lasciano la sala, ma non tra canti e inni, annunciando un nuovo partito, nessuna Internazionale accompagna a un’assemblea fondativa; lasciano la sala alla chetichella, prima l’uno poi l’altro, che non sai se sono andati via o stanno facendo una riunione di corridoio; lasciano la sala ma non scortati dalla folla dei loro militanti, le truppe restano lì, perplesse, nessuno le informa di cosa stia accadendo. Quando interviene Emiliano, che il giorno prima si era andato a far fotografare coi big scissionisti, la confusione diventa sgomento e avvolge tutti. Tradisce? Baratta la scissione per una corrente personale, per la corsa alle primarie come candidato anti-renziano?

Dentro, delegati della militanza, quadri e dirigenti sono attoniti, chiedono ai giornalisti cosa accade. I leader scissionisti, come generali piemontesi nella Grande guerra, hanno lasciato le truppe sole. Fuori, il presidente toscano Rossi, uno dei big, viene raggiunto dalla stampa, dice cose vaghe, che lui si è candidato e ha una sua piattaforma. Un cronista, confuso, chiede «Allora non esce?». Non si sa, Rossi «Aspetta risposte». Risposte a domande che, in quell’assemblea, nessuno ha posto, non chi andava via, e nessuno voleva dare.

L’analisi della sconfitta c’è, ma non di come ci si è arrivati

Allora ragionare sulla sconfitta è utile e necessario ma occorre forse vedere dove la visione del presente fece difetto, dove si sbagliò l’analisi. Certo, D’Alema la chiama col suo nome, sconfitta, mentre da altri protagonisti, come Bersani, nessuna parola di autocritica è mai venuta per nulla, ma proprio nulla, di quanto accaduto negli ultimi anni, come non si avesse responsabilità alcuna – l’unico a fare autocritica nel Pd e fra gli ex, spesso delle sue molte ragioni, è Cuperlo, con l’assenza di cinismo e l’onestà, e la solitudine, di chi non deve difendere nessun fortino o cordata e con una libertà di pensiero che disturba molto maggioranze e minoranze, interni ed ex, sempre pronti a fargliela pagare per questo. Però è lecito chiedere quale costruzione politica era possibile aspettarsi da quella scissione fredda, che atto politico si stava compiendo in quel momento, con quale capitale politico di prassi e di condotte, di relazioni e interazioni politiche tra compagni. Era necessario, forse, anche domandarsi cosa poteva venire da una componente del partito che aveva interpretato il suo ruolo di minoranza come fece – in continua gara con le altre minoranze per la supremazia, nell’illusoria difesa di una rendita di posizione che costringesse Renzi a trattare con loro, per esempio proprio sul testo Boschi. Quando iniziò la discussione in Commissione e i dissidenti del Pd e le opposizioni cominciarono a bocciare parti importanti della riforma, giunse Speranza a richiamare all’ordine, perché nel 2015 era ancora capogruppo, e perché le modifiche fossero decise in un caminetto da intestare ai bersaniani – al quale mai, però, Renzi, a proposito della lucidità dell’analisi politica, avrebbe invitato nessuno – e il problema vero era “solo la legge elettorale”. Certo, D’Alema non era nel partito, si occupava di “temi internazionali”, come ricordava spesso. Non fu neanche il regista della scissione, ma ne fu parte, privilegiato osservatore e interlocutore politico. Del resto fu D’Alema – il vero protagonista del No di sinistra al referendum costituzionale – a costruire un’occasione di re-incontro per una comunità sparsa che ha tanto poche occasioni di sentirsi comunità, percorrendo il paese, riempiendo ovunque sale dove spiegava incongruenze, debolezze e sinistre ricadute della riforma costituzionale. Ma da osservatore privilegiato, pur non stando in Parlamento, certamente sapeva cosa accadeva in Parlamento come sapeva cosa accadeva nel partito. Come fidarsi? Forse, condividendo quelle prassi.

D’Alema dice altre cose importanti. Soprassedendo qui sulle sinistre davanti alla globalizzazione e sulla subalternità della socialdemocrazia al liberalismo, sui cui già D’Alema ha già scritto parole nette e autocritiche, che qui riassume con la formula “ri-radicare la sinistra nel popolo”. È vero, ma occorre forse un linguaggio che indica cose, non auspici (rappresentare il disagio, agire il conflitto, nella dimensione quotidiana della vita delle persone, guidarlo in senso democratico), che non si limiti alla formula ma ne indichi i passaggi concreti. In questa riflessione sul passato però mi preme guardare a un passaggio che, forse troppo velocemente, D’Alema liquida, e che meriterebbe un’analisi più approfondita. Parlando di legge elettorale dice a Carugati:

“Oggi il problema, a differenza degli anni Novanta, non è favorire l’alternanza, ma ricostruire la rappresentanza e la mediazione politica, almeno se vogliamo restare una democrazia parlamentare”.

Però già nei ’90 il tema era “ricostruire la rappresentanza e la mediazione politica”. Tutta la discussione sul partito – il Pci – Pds – Ds – cosa era se non discussione sulla rappresentanza da parte di chi ne faceva la sua principale forza in un momento in cui essa era in crisi? Non esplodevano con il crollo del muro e la fine dell’Urss anche le contraddizioni e i limiti dei partiti? Dopo terrorismo, riflusso e nella crisi delle democrazie del dopoguerra, il tessuto della rappresentanza si stava già lacerando, mentre tanto si dava per scontata la rappresentanza, o meglio il suo possesso, che si reagì alla crisi del partito di massa con il suo smantellamento, col caminetto elevato a strumento di governo autocratico interno, non certo pensando la costruzione di forme nuove di partecipazione. Che poi sono arrivate, sulle gambe di Grillo (“Faccia un partito e si presenti alle elezioni” è ormai il meme di Fassino). Semplifico, ma comunque la si pensi sul tema credo che si possa essere concordi su un punto: davanti alla crisi dei partiti di massa nessuno ragionamento si è mai basato sulla ricerca di nuove forme della partecipazione democratica. Il Pd, il suo Statuto, le primarie, riflettono la visione della democrazia come solo momento elettorale.

D’Alema a 44 anni, il 23 dicembre 1992 allo Scambio di auguri fra il Presidente della Camera Napolitano e il Presidente della Repubblica Scalfaro (a dx), in secondo piano Alfredo Biondi, allora ancora presidente del Pli

Allora la costruzione della democrazia dell’alternanza, nell’abbandono dell’alternativa democratica, attraverso il maggioritario è stata forse la miglior difesa delle rendite di posizione che hanno modellato la società italiana. Certo, anche qui sono formule. Il Pci non c’era più, i campi si mescolavano, ma il cambiamento della formazione della rappresentanza, dopo il crollo morale e politico dei partiti dell’arco costituzionale ha accompagnato il ricomporsi delle relazioni e delle alleanze nella formazione del nuovo centrodestra italiano, attorno a Berlusconi e alla Lega (certo, anche attorno a Prodi), in un paese in cui la democrazia si restringeva sempre più al momento del voto e in cui gli esecutivi duravano sempre di più ma la governabilità diminuiva (in quel luogo oscuro del bipolarismo, dove gli accordi si facevano lontani dai riflettori parlamentari, nei caminetti), in una spirale in cui si pretendeva di risolvere il nodo della governabilità e della stabilità agendo sulla rappresentanza. In quel contesto, forse, il tentativo di riforma della Bicamerale, soprattutto all’inizio, fu un altro momento di lucidità, un atto politico che voleva rispondere alle mutate condizioni di società e democrazia, con quel semi premierato senza elezione diretta che sarebbe stato, forse, utile argine alla definitiva liderizzazione, alla decomposizione dei partiti come soggetto collettivo democratico – cosa che, si badi bene, non è avvenuta in queste forme in altri partiti del centrosinistra europeo, dalla Germania alla Gran Bretagna. La leadership personale conta oggi ovunque molto, la disintermediazione è un fatto, ma, a partire dal simbolico fatto che nessun partito si fa eleggere il segretario da chi è disposto a pagare qualche euro e manco sai cosa vota, in quei partiti c’è ancora vita democratica e associativa.

Sinistra, borghesia, popolo. E Covid

Poi quando continua il ragionamento sul “ri-radicamento” della sinistra aggiunge: “Altrimenti restiamo il partito della parte privilegiata della società, ceti urbani acculturati, che non hanno bisogno di protezione”. Il partito della Ztl, metafora odierna del Pd, come tutte le metafore, però, da prendere con le molle. Corrisponde a una esaustiva analisi del presente? Certo, è solo un passaggio di un altro problema, ma attenzione a non cogliere il disagio “borghese”, la precarietà di generazioni la cui preparazione di studi e formazione non è ripagata dal mercato del lavoro, il disincanto, il senso di solitudine e il livore (e attenzione anche a continuare a percorre le strade della “connessione sentimentale” della sinistra col popolo, che in genere si traduce col fatto che lo vai a trovare ogni tanto, senza neanche fermarti a cena, si veda sopra sul linguaggio delle cose e quello degli auspici). Individualismo e irrazionalismi galoppano fra chi si trova marginalizzato anche se abbiente o moderatamente abbiente – o ex, l’ascensore sociale, bloccato in salita, è diventato rapido nella discesa. Prendiamo la Covid. In ceti borghesi ci sono resistenze cocciute, pre-logiche. Ci si sprofonda in una visione individualista, isolata e antagonista, che ha a che vedere con la definizione di sé. Un irrazionalismo che si manifesta nella tendenza al fare gruppo tra iniziati, con l’io assoluto espresso nella forma del “voi” usato parlando con una persona nel dibattito social, nell’auge dell’home schooling, nella piccola comunità escludente, nella negazione dell’autorità che diventa disconoscimento dell’autorevolezza, nella spiritualità che diventa pensiero magico, nell’amore per la natura che diventa primitivismo idealizzante, nella coltivazione del dubbio che diventa autismo logico. In un processo profondamente “di destra”, nella grande guerra culturale che le destre nuove stanno combattendo in tutto il mondo, s’avanza un “fricchettone trumpiano”, diventa contiguo al populismo di destra, ne condivide lotte e parole d’ordine.

Insomma, Max è sempre Max. Fa riflessioni con cui ti devi confrontare. Adesso una sconfitta pensa di tornare del Pd. Andata via per Renzi, torna nel Pd senza Renzi, dopo aver perso contro un leader che si è sconfitto da solo, perché sempre solo si è pensato. È un momento importante, però, anche se forse soprattutto per i protagonisti, per gli addetti ai lavori e neanche per tutto un “popolo di sinistra”, sempre più ridotto, che in parte guarda a quanto accade come a un altro giro di valzer. D’Alema si chiama fuori dalle ambizioni personali per un futuro che lascia a “Speranza e gli altri”. Filiere, costumi, prassi, al di là del giudizio sulle persone, e anche degli affetti, però, suscitano poche speranze. Partire dalle sconfitte, analizzarle, ripartire facendone guida per non ricadere negli stessi fossi.


Nell’immagine di copertina d’Alema al congresso del Pse di Budapest del 2015

D’Alema e la scissione fredda ultima modifica: 2022-01-14T18:10:14+01:00 da ETTORE SINISCALCHI
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