Pensiero critico e democrazia nello stato di eccezione

ALBERTO MADRICARDO
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Sembra non essere il momento più felice per la filosofia. Le posizioni espresse ultimamente da alcuni filosofi riguardo alla fase che stiamo vivendo ormai da due anni sono state accolte con perplessità e sconcerto da molta parte dell’opinione pubblica. 

Una parte notevole della filosofia degli ultimi tre secoli, cui questi filosofi si ispirano, si è identificata con il cosiddetto “pensiero critico”. Critico di che cosa? Del potere, principalmente. Dalla critica illuminista dell’ancien régime, nel XVIII secolo, si è passati, con il marxismo, alla critica dell’economia politica e del capitalismo, nel XIX secolo, e, nel secolo XX, a quella degli effetti imprevisti dell’Illuminismo, del “socialismo reale”, del totalitarismo, della massificazione e del dominio della tecnica.  

Il pensiero critico nella marginalità storica

Con la secolarizzazione e il venire meno della fede nel progresso e nella Storia, date per perdute le masse, considerate in preda dello sfrenato consumismo, con l’eclissi del primato di soggetti collettivi (la classe, il partito), il pensiero critico diventa sempre più un pensiero raccolto su se stesso, per quanto ancora piuttosto influente nel mondo della cultura. 

Dopo aver tentato, nell’età delle rivoluzioni, di guidare la Storia, la filosofia critica passa sulla difensiva. Il suo incubo è quello di un processo macchinale dotato di un dinamismo inarrestabile, che avanza alla cieca, appiattendo, schiacciando, e negando in un’identità indifferenziata ogni particolarità e divergenza reale, e dell’”ideologia” che ne è il corollario.

Che cosa intende il pensiero critico per “ideologia”? Ogni rappresentazione (sintesi) sociale della realtà che “fa tornare i conti” ed è perciò rassicurante. È ideologia ogni preteso “non può essere che così”, di esprimere tutta la realtà, di identificarla pienamente con una rappresentazione. E con il potere che ne è allo stesso tempo il generatore, il prodotto e il custode.  

In ogni sintesi lavora la volontà identificante – scrive Adorno, uno dei principali esponenti della “Scuola di Francoforte”,  nella sua Dialettica negativa – come compito a priori e immanente al pensiero, essa appare positiva e desiderabile (…) Dopo l’indicibile fatica che deve aver procurato alla specie umana produrre il primato dell’identità anche contro se stessa, essa assapora la vittoria facendone la determinazione della cosa vinta: ciò che essa subì, essa deve presentarlo come il suo in sé (…) L’identità è la forma originaria d’ideologia. Essa viene goduta come adeguazione alla cosa in essa repressa. L’adeguazione è sempre stata anche aggiogamento a fini di dominio, pertanto la sua stessa contraddizione.”(Einaudi, 2017, p.134). 

La critica dell’ideologia 

Questa eliminazione artificiosa dell’irriducibile eccedenza dalle cose reali, questa loro riduzione a forza all’identità (al “non può essere che così”) – osserva Adorno – è ideologia. È cioè pura rassicurazione: un mondo di cose stabilizzate – cioè “identiche” a loro stesse, indubitabili – si offre come spettacolo del nostro dominio sul mondo, mentre in realtà, dietro questo spettacolo, passa inosservato il dominio di coloro che ne tengono le fila su di noi. 

Ideologia è insomma la forzatura, nel senso del chiuderla in un quadro precostituito, della ribelle realtà  delle cose, a vantaggio del potere e dei suoi fini di rassicurazione – assopimento dei suoi assoggettati.  

È hybris – aggiunge Adorno – che ci sia identità, che la cosa in sé corrisponda al suo concetto (p.137).

I conti, in realtà, non tornano:  ogni ideologia è apologia del dominio dell’uomo sull’uomo, è mistificazione.

Ma quale sarebbe la “posizione giusta” del pensiero?

L’idea di una filosofia trasformata (cioè non edulcorata, non ideologica, non “assopente”, n.d.r.) – risponde Adorno – sarebbe prendere coscienza del simile, mentre lo determina come il suo dissimile (p.136).

Una filosofia che fa dell’inquietudine, della non rassicurazione il suo ubi consistam

Una critica autoreferenziale  

Dopo il tramonto della “filosofia al potere”, e del soggetto storico smascherato come portatore di ideologie, dopo l’affondamento del potere nella complessità e nelle mimetizzazioni sistemiche della globalizzazione, il pensiero critico rimane per così dire senza oggetto, cioè senza un potere forte ben visibile davanti a sé da poter bersagliare. 

Insieme a questo suo “alter ego” (il potere nelle sue imponenti visibilità simboliche), il pensiero critico perde il contatto con le moltitudini, asservite al dominio della tecnica. Si raccoglie perciò sulla difensiva, si accontenta di stare nella sua trincea, ai margini della storia, per garantirsi la propria agibilità critica. Ma può la critica essere un fine in sé? Non è la critica di per sé un mezzo, e non un fine?  

Un pensiero critico autoreferenziale non sarebbe esso stesso ideologia? Non Vivrebbe solo in virtù del prestigio acquisito nei tre secoli precedenti, come un vecchio rentier che ammonisce e brontola sempre, dissipando a poco a poco l’ingente patrimonio accumulato in tempi per lui più felici, quando partecipava come soggetto attivo a orientare la storia? 

A forza di gridare al lupo, il lupo è arrivato

A scuotere questa tranquilla routine critica entrano in campo la pandemia e – ben più – la crisi climatica. Lo scenario di colpo muta: la pandemia c’è, non è il classico pretesto del biopotere per legittimarsi, ma un pericolo reale che viene dalla natura, cui la società deve fare fronte. La crisi climatica c’è: impone decisioni rapide, che avranno effetti profondissimi. Dopo tanti falsi “al lupo! al lupo!” (il diverso, il terrorismo, il migrante, ecc.), inscenati ovunque dal potere per legittimarsi, ecco che il lupo è arrivato davvero.

il pensiero critico resta spiazzato: ci aveva preparati ad affrontare la minaccia che l’uomo può rappresentare per l’uomo. Ora però si scopre che ci sono pericoli – e che pericoli! – che vengono da un’altra parte: dalla natura. 

Questi pericoli non sono inventati nelle tenebrose conventicole del potere. Stanno crescendo sotto i nostri occhi, diventando sempre più gravi e incombenti. Per la verità sono pericoli che sorgono in larga misura in reazione e contraccolpo a comportamenti umani: “dietro la natura” tante volte troviamo la mano dell’uomo.  Ciò non toglie però che all’origine di questi pericoli non stia direttamente la volontà umana (nessuno inquina con la precisa volontà di inquinare), bensì la natura, sia pure da noi provocata.  

Un aut aut: fiducia nella natura o fiducia nell’uomo

La nostra normalità si va facendo sempre più difficile. Siamo entrati nell’età dello stato di eccezione. Apparentemente questo ci pone di fronte a un dilemma amletico: fidarsi della natura o del potere umano? Di una natura che tante volte abbiamo idealizzato, o di un potere, che abbiamo tanto – forse ancor più – demonizzato? 

La maggioranza della popolazione – specie da noi in Italia – tende a riporre ancora la sua fiducia più sul potere piuttosto che sulla natura.  La minoranza “critica”, che invece sceglie di fidarsi più della natura, è portata conseguentemente ad accentuare all’estremo la demonizzazione di ciò che è umano, come il potere e la scienza. Ma così il pensiero critico, per salvare il suo sospettoso distacco dal potere, in questa circostanza eccezionale viene a trovarsi, come non mai prima, in un’oggettiva, inquietante vicinanza alle demonizzazioni complottistiche più sfrenate di esso. 

Un “normale stato di eccezione”

C’è una differenza tra stato di emergenza e stato di eccezione: lo stato di emergenza indica una situazione transitoria, in cui la normalità è temporaneamente sospesa, per essere ristabilita al più presto.  Lo stato di eccezione invece rappresenta una situazione di dissoluzione della normalità. Richiede perciò che ne venga istituita una diversa. A me pare che ci troviamo in questo secondo caso e non nel primo: la nostra normalità sta diventando la dissoluzione della normalità cui eravamo abituati. 

Ciò che stiamo constatando è che forse in passato abbiamo sottovalutato il “pericolo naturale”. Dobbiamo per questo ripudiare il pensiero critico e diventare acritici apologeti del potere?  

Dopo aver avuto a che fare con tanti stati di eccezione immaginari, inventati dal potere a suo uso e consumo, quale può essere la posizione della filosofia davanti a un vero stato di eccezione? Può ancora mantenersi solo critica? 

Quale sguardo distaccato la filosofia può ancora gettare sul panorama di secoli, di millenni, sui tempi lunghi dell’umanità, se questi tempi lunghi rischiano seriamente di non esserci più? 

Si può negare che lo stato di eccezione sia diventato “l’orizzonte normale” dell’oggi? Questa mi pare la domanda cruciale. Se è vero che dobbiamo imparare a vivere nell’ossimoro dello stato di eccezione come nostra nuova normalità, quale sarà il destino della democrazia? 

La vuota parodia della libertà: un’umanità che non merita la salvezza 

La destra mondiale sta negando lo stato di eccezione, per attaccare la democrazia rendendolo ancora più drammatico. Sta giocando allo sfascio: svuota la democrazia dall’interno, riducendo l’esercizio della libertà a grottesca parodia. 

Non starò qui a citare il fin troppo celebre aforisma di Marx sulla tragedia che nella storia si ripete in farsa. Dirò che mentre la tragedia apre le epoche, la farsa le chiude: l’assalto a Capitol Hill è la farsa della presa del Palazzo d’inverno dell’Ottobre russo (e da noi – farsa della farsa – l’assalto alla CGIL a Roma fa il verso alla presa del Campidoglio americano). Dirò che la farsa non è innocua: ha il senso della consumazione ultima di ogni positività tragica.  

Non c’è niente di più grottescamente simbolico dello sciamano che si aggira nelle sale di Capitol Hill, ampiamente ripreso dalle telecamere e riportato dalle tv di tutto il mondo. Chi meglio di lui può rappresentare la confusione, il vuoto, il nulla di cui sarebbero preda le masse? Niente di più efficace per suscitare il disprezzo verso di loro e verso la democrazia, provocare un’inorridita reazione d’ordine.     

Lo stesso nichilismo, ingigantito all’ennesima potenza, di quello che da decenni inscenano nelle tv di Berlusconi trasmissioni in cui “gente come noi” – tanti sciamani stralunati – si esibisce in urlanti e caotiche zuffe, di cui non si capisce nulla, se non che si tratta di rappresentazioni – a scopo di umiliarla – di un’umanità degradata e disperata, che “ha bisogno di essere salvata”, messa in riga. Ma anche, allo stesso tempo, in cauda venenum: “che non val la pena di salvare”. 

Il nichilismo della destra scavalca la critica

Il potere della destra passa attraverso l’anarchia: ha bisogno dell’umiliazione dell’umano per rigenerarsi. Nelle sue mani la critica diventa denigrazione, umiliazione. 

Si può capire lo shock di chi – come certi filosofi – ha puntato a lungo le sue armi contro la “positività ideologica” del potere, quando vede che questo, animato ormai da un nichilismo estremo, non solo li scavalca, ma anche li cavalca. La destra, il partito della legge e ordine è diventato quello della sovversione e del disordine. Che cosa può sembrare più radicale, più “critico”, del nulla? 

Questo spiega perché oggi succede che certi filosofi di sinistra si trovino con pochi argomenti per marcare la distanza dalla destra nichilista.  

Il pensiero critico dovrebbe ammettere di trovarsi spiazzato dal rovesciamento avvenuto dei parametri della storia vigenti nel secolo XX, di essere stato sbalzato da questo dalla parte sbagliata della barricata. Dovrebbe esercitare una drastica autocritica per ritornare in sintonia con i tempi e preparare un suo radicale riposizionamento. 

Imparare a vivere nell’ossimoro 

In tempi di vera, permanente emergenza come quelli di oggi, non si può limitarsi a strappare maschere al potere. Bisogna ricostruire il volto di una realtà polverizzata e resa irriconoscibile. Non si potrà farlo con superficiali restyling: bisogna agire in profondità: nientemeno che ripensare l’umano nella luce della concreta possibilità della sua fine. Con quella lucidità che solo la vicinanza dell’estremo pericolo e la coscienza dei “tempi ultimi” possono dare.

Il dominio della tecnica non è né inconfutabile né eterno. L’umanità è obbligata a non lasciarsi trasportare dagli automatismi e a riprendere in mano il filo della sua storia.

In questa situazione, non ha senso porre ancora l’alternativa tra democrazia e stato di eccezione. La democrazia è il regime di solito associato a una normalità consolidata, considerata incompatibile con lo stato di eccezione.  Ora però questo diventa sempre più normale. Bisogna allora – come si dice – fare di necessità virtù e far fronte alla sfida di coniugare quello che fino a oggi è stato considerato un impossibile ossimoro: l’unione dello stato di eccezione con la democrazia. 

Rispondere a una normalità in disfacimento non con una concentrazione ma con una straordinaria socializzazione del potere, considerata normalmente impossibile, può diventare la nuova forma, in quelli che potrebbero essere i tempi ultimi, dell’umanità intera, nel momento in cui essa vive la situazione estrema – per usare un’espressione di René Thom – di singolarità irriducibile

La materia in certe condizioni estreme è capace di dare luogo a una morfogenesi: rompe la sua vecchia forma e ne crea una nuova. Analogamente, un’umanità risvegliata, “metamorfizzata” dalla singolarità irriducibile del pericolo estremo che corre, può realizzare una straordinaria “presenza di spirito” divenendo capace di fare quello che non ha mai saputo fare: socializzare nella democrazia lo stato di eccezione. 

L’elaborazione sociale del pericolo: la “democrazia d’eccezione” 

Data la serietà senza precedenti (singolarità) dei tempi, la democrazia non può farsi escludere dallo stato di eccezione. 

La logica anti democratica dell’esclusione dei più è perseguita – si è detto – dalla destra mondiale attraverso la denigrazione e umiliazione dell’umano. Si tratta di una logica apparentemente in linea con quella primordiale del sacrificio (la “pratica della critica” dei tempi arcaici). Ma non è così. Al contrario: mentre questa sacrificava (si privava rendendo sacra, sublimando) la parte per salvare il tutto, quella praticata dalla destra mondiale oggi vuole salvare la parte privilegiata denigrando e umiliando il tutto (come se, tra l’altro, una separazione di destini sull’unica Terra fosse possibile). Perciò, mentre la logica arcaica del sacrificio, per quanto negatrice, è relativamente positiva, quella praticata oggi dalla destra mondiale non è solo negativa: cavalca strumentalmente la negatività critica ma è nichilista. E nel modo più irresponsabile, estremo e disgustoso. 

Oggi lo stato di eccezione non è un pretesto del potere che possa essere criticamente smascherato: c’è effettivamente, è reale. Ma nei tempi del singolare pericolo per l’umanità intera, né la logica del sacrificio né quella autodistruttiva nichilista sono adeguate: si salva tutto o si perde tutto. Non c’è spazio per il ruolo tradizionale, correttivo dai margini, del “negativo”

Il potere democratico, purché sia veramente tale, è più fondato, più forte, più resistente (resiliente) e positivo, di quello che risulta dal suo restringimento in poche mani. 

Quando si deve davvero decidere dell’umanità, il decisore non può che essere l’umanità stessa. La democrazia potenziata nella morfogenesi della “singolarità dei tempi ultimi” è la condizione in cui è possibile la piena appropriazione ed elaborazione sociale: non della salvezza (questa è l’ennesimo adeguamento forzato della realtà al concetto: lo happy end ideologico), ma del pericolo.  

Non dobbiamo temere di osare troppo. Abbiamo bisogno di farci aprire la mente dall’ossimoro di una “democrazia d’eccezione”. Solo in questa apertura delle menti possono generarsi il presupposto e il fondamento della democrazia d’eccezione di cui abbiamo bisogno: l’idea e la pratica – che oggi non abbiamo – di un’umanità che sia degna di essere salvata. 

Illustrazioni: Paul Klee

Pensiero critico e democrazia nello stato di eccezione ultima modifica: 2022-01-16T19:05:00+01:00 da ALBERTO MADRICARDO
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