La strage dei Dakota

Il 26 dicembre del 1862 è una data da non dimenticare per gli abolizionisti della pena capitale, per gli attivisti dei diritti umani e per i discendenti dei Dakota. Furono trentotto, allora, le vite sacrificate invano sul macabro altare dei colonizzatori bianchi.
MARCO CINQUE
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Il 26 dicembre del 1862, a Mankato, cittadina statunitense del Minnesota, fu un giorno terribile, passato alla storia della pena di morte negli Stati Uniti come quello della più grande esecuzione di massa: 38 condannati furono impiccati contemporaneamente su uno smisurato patibolo, eretto per mostrare alla folla l’osceno spettacolo di tutti quei cadaveri appesi per il collo. A finire nelle mani dei boia del Minnesota non furono però criminali ordinari, ma tutti Santee Dakota della nazione Sioux, entrati in rivolta per difendere i loro diritti e le loro terre. A ordinare quell’impiccagione da record degli orrori fu l’allora presidente Abraham Lincoln, il cui Proclama di Emancipazione per la liberazione degli schiavi entrò in vigore appena sei giorni dopo, il primo gennaio del 1863.

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Come era già accaduto per gli altri trattati stipulati – tutti indistintamente violati – dai governi statunitensi con le popolazioni native americane, anche quello sottoscritto coi Santee Dakota finì miseramente calpestato e frotte di coloni si riversarono a occupare arbitrariamente terre non loro, con tutto ciò che ne conseguì. I disboscamenti e la caccia intrapresi dagli invasori contribuirono ad affamare ancor più la popolazione indigena, già ridotta allo stremo. Stanchi di tutto ciò, i Dakota non si sottomisero a quelle spudorate violazioni e reagirono. Nell’autunno del 1862, gruppi di guerrieri Dakota entrarono in un insediamento, iniziando una battaglia che lasciò sul campo i corpi di cinque coloni. Ebbe così inizio un conflitto armato tra il popolo Dakota e i coloni, supportati dalle truppe dell’esercito statunitense. Quella rivolta armata è passata alla storia come la “guerra di Piccolo Corvo”, allora capo dei Dakota Mdewakanton.

Impegnato nella guerra di secessione, il presidente Lincoln concesse pieni poteri al generale John Pope, il quale incaricò a sua volta il colonnello Sibley di reprimere l’insurrezione. Per non finire sterminati, molti guerrieri Dakota dovettero arrendersi alla potenza militare del nemico, altri invece fuggirono migrando verso nord, nell’attuale Canada. Per i Dakota che si erano arresi però le prospettive si rivelarono subito pessime e i processi si aprirono condizionati pesantemente da razzismo e discriminazione, dove ai nativi imputati non vennero riconosciuti gli stessi diritti degli altri cittadini statunitensi e tanto meno il loro evidente status di prigionieri di guerra.

Le prove raccolte erano scarse o inesistenti e sia il tribunale sia la giuria erano maledettamente di parte, così gli imputati si trovarono travolti in procedimenti sconosciuti, condotti in una lingua straniera che non erano in grado di capire. Né la Commissione militare, né le autorità di appello vollero ammettere che stavano affrontando le conseguenze di una guerra combattuta con una nazione sovrana e che, quindi, gli uomini che si erano arresi avrebbero avuto diritto a un trattamento in conformità con tale status. Diversi processi durarono meno di cinque minuti e gli imputati nativi non ebbero nemmeno la possibilità di avere un difensore legale. Finì che tutti i 303 prigionieri processati vennero condannati alla pena di morte per impiccagione, ma dal momento che si trattava di processi militari, era necessario che le esecuzioni venissero autorizzate dal presidente Lincoln.

Si aprì però una questione di carattere morale, dato che le 303 esecuzioni inflitte a tutti i prigionieri Dakota potevano essere considerate un genocidio. Così Lincoln modificò i criteri che permettevano le condanne a morte, criteri che avrebbero mandato sul patibolo soltanto due dei prigionieri processati. La reazione dell’opinione pubblica e dei coloni fu immediata e violenta, perché due condanne a morte erano troppo poche per saziare la loro sete di vendetta. Così, per evitare probabilissime rivolte, Lincoln cambiò ancora una volta i criteri per infliggere la pena di morte. Alla fine, 38 uomini Dakota sembrarono un numero accettabile per le folle di coloni bianchi che non mancarono di assistere alla vergognosa mattanza.

Piccolo Corvo, capo dei Mdewakanton Dakota

Erano le 10 del mattino, tutti i condannati vennero bendati e messi in posizione sul patibolo. Le corde furono strette attorno al loro collo. Non potendosi vedere, gli uomini Dakota iniziarono a pronunciare a voce alta i loro nomi, per riconoscersi, per farsi coraggio, per sentirsi uniti e affrontare assieme quella terribile, inumana esecuzione. Dopo tre interminabili rulli di tamburo, i loro corpi penzolavano oscenamente su quell’enorme palcoscenico di morte. Disgraziatamente, ad uno dei condannati si ruppe la corda e precipitò in terra. Venne fatto rialzare e rimesso in posizione, con una nuova corda, finché la più grande esecuzione pubblica della storia degli Stati Uniti non fu completata. Il 3 luglio 1863, tornato in Minnesota dal Canada, dove si era rifugiato, Piccolo Corvo venne assassinato a fucilate dal colono Nathan Lamson, mentre raccoglieva dei frutti di bosco assieme al figlio adolescente.

A centocinquant’anni da quel tragico evento, i nativi d’America continuano a subire razzismo, discriminazione e a sottostare a leggi razziali come il Major Crime Act del 1885, ancora vergognosamente in vigore. Percentualmente i nativi sono al primo posto nell’elenco delle condanne a morte, seguiti a ruota dagli afroamericani. Lo stesso vale per le classifiche dei prigionieri dietro le sbarre. E pensare che originariamente molti popoli nativi non avevano prigioni e neppure nel loro vocabolario c’era una parola per dire “prigione”, proprio perché per loro non esisteva nemmeno quel concetto di prigionia imposto poi dai colonizzatori occidentali.

Per Wikipedia la rivolta dei Dakota è sintetizzata così: “Esito: vittoria degli Stati Uniti. Modifiche territoriali: Perdita di tutti i territori in Minnesota da parte dei Dakota“. Amen.

Per fortuna a ricordarci recentemente il tragico evento di Mankato, di cui troppo pochi sono a conoscenza, c’è stato il navajo Mark R. Charles, attivista e giornalista, già candidato nel 2020 come indipendente alla presidenza degli Stati Uniti. Il 26 dicembre 1862 è quindi una data da non dimenticare, sia per gli abolizionisti della pena capitale, sia per gli attivisti dei diritti umani e sia per i discendenti dei Dakota trucidati, affinché quelle 38 vite non siano state sacrificate invano sul macabro altare dei colonizzatori bianchi.

Mark R. Charles, attivista e giornalista, già candidato nel 2020 come indipendente alla presidenza degli Stati Uniti
La strage dei Dakota ultima modifica: 2022-01-19T19:15:57+01:00 da MARCO CINQUE
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