Paco Gento. Addio a una leggenda del calcio

Protagonista dell’epopea del Real di Di Stefano, Puskás, Rial, Kopa, il Real delle cinque Coppe dei Campioni consecutive fra il ‘55 e il ‘60.
ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Francisco “Paco” Gento, figlio della Cantabria, destinato inizialmente a una vita fra le vacche ma troppo forte, agile e scattante per esaurire così un’esistenza votata alla leggenda, la meraviglia e il trionfo l’ha accarezzata una miriade di volte. La “Galerna del Cantabrico”, così era chiamato, dal nome di un vento devastante che scuote le coste settentrionali della Penisola iberica, visse in blanco l’epopea di Santiago Bernabéu, divenendone un punto di riferimento, un simbolo, un mito quasi inarrivabile. Era il Real di Di Stefano, Puskás, Rial, Kopa, il Real delle cinque Coppe dei Campioni consecutive fra il ’55 e il ’60, il Real tristemente icona del franchismo ma anche in grado di emanciparsi da quest’immagine ben poco edificante per trasformarsi in marchio universalmente riconosciuto e apprezzato. E a tanta grandezza pochi hanno contribuito come questa formidabile ala sinistra, classe 1933, protagonista in maglia bianca per ben diciotto stagioni, dotato di un tiro fenomenale, di una velocità a tratti abbagliante, di una tenacia che lasciava stupefatti e di una continuità che ci interroga sulle reali possibilità dell’uomo.

La prima pagina di Marca, il principale quotidiano sportivo spagnolo, dedicata alle coppe vinte da Gento

Il Real, dopo la breve esperienza giovanile a Santander, è stato la sua casa, la sua stessa vita, tanto che dopo la scomparsa della “saeta rubia”, don Alfredo Di Stefano, il presidente Pérez lo nominò presidente onorario. Dodici titoli nazionali, sei Coppe dei Campioni, un talento senza fine e l’umiltà dei grandi, scolpita nel suo volto levigato dal Novecento ma capace di abbracciare il nuovo millennio con la passione di un giovanotto. Mai domo, mai sopra le righe, memoria storica di un calcio d’altri tempi, figlio di una cultura contadina e lontana anni luce dal divismo contemporaneo, Gento ha insegnato a generazioni di calciatori cosa significhi indossare quella maglia, quanto pesi e quali responsabilità comporti. Ha amato profondamente la vita, ha amato il calcio, è stato un esempio di sportività e gentilezza d’animo, ha vissuto a lungo e creduto sempre nel prossimo. Ha apprezzato tutto del Madrid, un club che produce più storia di quanta gli altri possano anche solo immaginarne, e non si è mai lasciato sopraffare da tutta questa grandezza. Non a caso, se n’è andato a ottantotto anni senza dare nell’occhio, quasi senza disturbare, con la stessa timida levità con la quale aveva conquistato il mondo, segnato un’epoca, forgiato uno stile inconfondibile e regalato gioia persino agli avversari. Ci mancherà, soprattutto perché sappiamo che non è replicabile.


P. S. Un pensiero anche all’arbitro Alberto Michelotti, scomparso all’età di novantuno anni. Un altro simbolo della bellezza dello sport che avremmo voluto fosse immortale. Purtroppo non è possibile. 

Paco Gento. Addio a una leggenda del calcio ultima modifica: 2022-01-19T19:11:33+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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