Il nostro Luigi Tenco

A tanti anni di distanza, mi chiedo innanzitutto se avrebbe continuato ad avere la stessa voglia di dire cose scomode usando parole accompagnate alla musica. Sarebbe ancora li, indifferente alle mode e ai gusti musicali, a dire la sua sull’esempio del suo amico Gino Paoli?
ALDO GARZIA
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Non parlavo con Giovanni Burzio da qualche anno. Ho accolto la sua inaspettata telefonata con piacere. Lui – con l’entusiasmo di sempre – mi ha parlato immediatamente dei suoi progetti, anche editoriali. Poi, mi ha chiesto se avevo voglia di ripensare a un mio scritto su Luigi Tenco del 1987 pubblicato sulla rivista Palomar. Giovanni l’aveva letto con particolare attenzione. Infine, è arrivato il quesito: “Oggi, a cinquantacinque anni dal suo suicidio, tu scriveresti le stesse cose? E lui come te l’immagini ultraottantenne?”.  

Quella sera del 27 gennaio 1967 (il suicidio di Tenco) me la ricordo bene. Ero iscritto al ginnasio, mio padre aveva il pallino di registrare le canzoni del Festival di Sanremo con il suo apparecchio Geloso dai tasti colorati e dalle grandi bobine. Il giorno dopo era consuetudine riascoltare il tutto. Vivevo a Porto Maurizio, una manciata di chilometri da Sanremo. Il Festival era un avvenimento da seguire con attenzione tutti gli anni. Non ricordo però l’esibizione di Tenco di quella sera (e quella di Dalida che cantava la stessa canzone). Ho memorizzato invece l’annuncio che diede mio padre su quello che era accaduto a Sanremo nella notte. Il giorno dopo mi precipitai in un negozio di dischi ad acquistare il 45 giri con la canzone di Tenco Ciao amore, ciao. Conservo gelosamente quel 45 giri con la copertina a mo’ di graffito. Vale la pena di annotare che il cadavere del cantautore venne allontanato in fretta dal Festival di Sanremo: lo spettacolo doveva continuare, come vuole la legge del mercato.

A tanti anni di distanza, mi chiedo innanzitutto se Luigi Tenco avrebbe continuato ad avere la stessa voglia di dire cose scomode usando parole accompagnate alla musica. Sarebbe ancora li, indifferente alle mode e ai gusti musicali, a dire la sua sull’esempio del suo amico Gino Paoli? Continuo a pensarlo come uno di noi che solo per un incidente non c’è più. Di una cosa resto convinto: stava e sarebbe restato dalla nostra parte: quella che si batte per l’uguaglianza sociale e i diritti. Con noi si sarebbe interrogato sul mondo di oggi, sul futuro che appare incerto e senza bussola. Mi è capitato di parlarne con Paoli che ha di Tenco un ricordo che cozza con quelli che lo descrivono come un giovane tristanzuolo: “Era il contrario: allegro, con voglia di fare e dire. Avevamo scelto la musica come linguaggio con cui esprimerci”.

Il suicidio lo si compie per disperazione, per ammissione di un fallimento esistenziale o più semplicemente per provocazione verso gli altri che rimangono. È una scelta che ha bisogno di rispetto, in qualsiasi condizione psicologica o circostanza sia stata compiuta. Per questo, non è da condividere quello che hanno scritto molti giornali dell’epoca (e dopo) per fare dello scandalismo ponendosi l’interrogativo: suicidio o assassinio? Vale la pena annotare che quel cadavere fu allontanato in tutta fretta dal Festival di Sanremo: lo spettacolo doveva continuare come vuole la legge del mercato. Quel XVII Festival della canzone italiana andò avanti indisturbato. 

Dalida e Luigi Tenco

Preferisco ricordare Tenco per quello che ci ha lasciato: le sue canzoni, i suoi esperimenti musicali. Occorre riascoltarlo di tanto in tanto. Il primo punto su cui soffermarsi è il mestiere di cantante. Ho l’impressione che in Tenco ci fosse già allora un disagio a sentirsi parte di tale categoria. Negli anni Sessanta si era nel pieno del boom dell’industria discografica. Si vendevano molti dischi. Il cantante era il prodotto di una strategia industriale. Non importava quello che cantava, bensì come vestiva e quale gusto interpretava. Che poi durasse in popolarità solo un’estate o due, per l’industria era secondario. Contavano i chili di dischi venduti. 

Tenco aveva un altro modo di ragionare:

Io canto perché mi piace la musica. C’è chi fa il ragioniere di banca e non è accomodante, c’è chi fa il poeta ed è accomodante. Io faccio delle canzoni e anziché farle e cercare di guadagnare soldi parlando dei fiorellini, faccio delle canzoni che parlano delle cose in cui credo. Questa è una società industriale e se voglio far arrivare il mio discorso al pubblico bisogna che lo faccia industrialmente, facendo dei dischi. Bob Dylan, per esempio, non può essere tacciato di mistificazione. I giovani in negli Stati Uniti protestano contro la guerra. Noi abbiamo mille altre cose contro cui protestare: il clericalismo, la corruzione, la mancanza di una legge sul divorzio, gli scandali a ripetizione, il qualunquismo, la burocrazia bestiale. Esprimere certi stati d’animo, di disagio, di insofferenza, di insoddisfazione è già una forma di protesta… Anche le canzoni possono far pensare. Io ero a Genova quando sono successi i casini contro il governo Tambroni: vi ho partecipato. Non sono uno che si lascia irreggimentare [sono parole di un’intervista televisiva che andò in onda il 6 febbraio 1967).

Bisogna ripensare alla qualità della produzione di Tenco. Sia per i testi e sia per la musica, ci troviamo di fronte a una intatta modernità. Nelle sue canzoni c’è infatti la rottura di un modulo. Non solo la canzone non risponde più al modello di quella esclusivamente sentimentale che deve parlare solo di “cuore” e “amore”, ma nei giri armonici scompare il ritornello. Tenco usava melodie popolari e folk alternandole a musiche che necessitavano di orchestra, archi e fiati. Il tutto era condito con un’ispirazione mediterranea e interna  alla tradizione del melodramma italiano pur occhieggiando ai timbri della musica statunitense. Un giorno dopo l’altro, Vedrai  vedrai, Uno di questi giorni, Mi sono innamorato di te appartengono al primo filone. E se ci diranno, Io sono uno al secondo.

Tenco usava parole troppo lunghe rispetto all’andamento della musica. A volte troppo corte. Questo stile piegava la musica al testo e non viceversa. Il ritmo ne scaturiva elastico, riluttante a un ritornello. E quando c’era (come nel caso di Lontano, lontano), il verso prendeva il sopravvento (“Mi prendevi un po’ in giro”, “Quell’aria triste che tu amavi tanto”, oppure “Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare”. Scompare la rima. Le canzoni di Tenco sono perciò asimmetriche, canzoni d’amore e canzoni sociali, fino a quelle esplicitamente politiche. È per questa rottura di schemi che Tenco piace molto alla generazione del ‘68, quella a lui più vicina. Un anno dopo la sua morte, infatti, sarebbe scoppiato il movimento sessantottino che avrebbe travolto morale e costume proprio come auspicava questo cantautore nelle sue canzoni. Uomo e donna si incontravano nella materialità del loro rapporto, con le loro contraddizioni. L’amore cessava di diventare “bene rifugio”. Il bisogno di verità oltrepassava i limiti della morale corrente. Cantare ai suoi tempi di divorzio, eguaglianza, pubblicità era scardinare i luoghi comuni.

Gli anni del dopoguerra vissuti da Tenco hanno una drammaticità particolare. Si deve ricostruire, ricominciare. Tenco e Paoli indossano maglioni neri, blue jeans. C’erano pure Umberto Bindi e Bruno Lauzi. Quel gruppo di genovesi si ritrovò a Milano, a lavorare alla Ricordi con un altro genovese: Nanni Ricordi. Genova è una città particolare, affastellata tra le montagne e il mare (il poeta Giorgio Caproni l’ha descritta bene). Chi non è riuscito a imbarcarsi è rimasto prigioniero di una sorta di malinconia che si esprime attraverso pessimismo latente, fatalismo. Inoltre, una città di porto mescola ritmi, musiche, odori, uomini traducendo il linguaggio di gente diversa. A Genova  tutto si comprimeva e qualche volta esplodeva in vene di sofferenza e rivolta. La canzone, agli inizi degli anni Sessanta appariva un canale di espressione. La cosiddetta “scuola genovese” fu il frutto dunque  di una miscela che si accendeva sugli spartiti come poteva accendersi su tele o palcoscenico. 

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Dopo il suicidio, Ciao amore, ciao divenne un affare commerciale. Rca e Ricordi, le due case discografiche con cui aveva lavorato Tenco, continueranno per anni a sfornare riedizioni delle sue canzoni. Con una sorta di “rivoluzione passiva” l’industria  trasformò quello che era un cantante scomodo e forse improduttivo in vita, in una fonte di vendite dopo la sua morte.  Solo un anno dopo il Festival sarebbe stato vinto da Sergio Endrigo. Eravamo nel mitico ’68, quello che modernizzò l’Italia e il mondo. Le giurie, forse inconsciamente, fecero un gesto riparatore e premiarono un cantautore “scomodo” e amico di Tenco. 

A tanti anni di distanza, resto convinto che se Tenco ci avesse accompagnato in questi decenni avrebbe continuato a cantare i suoi temi: pace, uguaglianza (anche in amore), libertà, diritti. 

Il nostro Luigi Tenco ultima modifica: 2022-01-24T19:38:14+01:00 da ALDO GARZIA
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1 commento

Maria-Pia TOLU 25 Gennaio 2022 a 8:50

Sentito profondo e documentato l’articolo su Tenco di Aldo Garzia. Bene !

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