Imputet sibi. Elezioni quirinalizie

ADRIANA VIGNERI
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Mentre iniziano le votazioni per l’elezione del tredicesimo presidente della Repubblica, l’intreccio dei problemi non lascia per ora intravedere una risposta positiva. E soprattutto l’intreccio sembra non districabile. Non sembra probabile che il candidato più autorevole, Draghi, venga eletto al Colle, non sembra probabile che si riesca a costituire un governo senza Draghi. Ma neppure che Draghi possa continuare a governare come ha fatto fin qui, o quasi. Perché una situazione che non può finir bene? I partiti vogliono recuperare il potere che tradizionalmente hanno detenuto, primaria ragione per non eleggere Draghi presidente della Repubblica dandogli così un mandato di sette anni sopra le loro teste. 

L’argomento istituzionale usato è: non si può togliere Draghi dalla direzione del governo perché non si riuscirebbe a ricostituire un governo efficiente, all’altezza. È più facile trovare un buon Presidente della Repubblica.

L’argomento infantile, vogliamo fare ancora un anno come parlamentari, non vogliamo rischiare di andare a votare nel 2022.

Perché non si riuscirebbe a creare un nuovo governo adeguato? Perché si rischia di andare a votare tra pochi mesi? Perché i soggetti che avanzano l’argomento sono gli stessi da cui dipende una crisi di governo insanabile o l’inadeguatezza di un eventuale nuovo governo. L’insanabilità della situazione ha un suo carattere grottesco. In sostanza i partiti – e i loro parlamentari che sono “i grandi elettori” – adducono a giustificazione la loro stessa debolezza. Sono i primi a sapere che neppure se Draghi restasse al governo per un altro anno – un po’ meno di un anno – si riuscirebbe a fare una politica adeguata perché le esigenze dei posizionamenti di campagna elettorale prevarrebbero su tutto. E non occorre neppure aspettare un anno: si è già chiesto che escano dal Governo tre ministri tecnici, a cominciare da Giovannini.

E poi, le ragioni per cui i partiti politici hanno dovuto fare e hanno fatto un passo indietro sono forse venute meno nel frattempo? Non mi pare. Dovevano ricostruire se stessi. Avevano dei compiti da svolgere e non li hanno svolti. Intanto che Draghi teneva le redini del governo per Covid e PNRR, avrebbero dovuto provvedere alle riforme rese necessarie dal taglio dei parlamentari, una vicenda penosa cui non hanno avuto il coraggio di opporsi. Che non vi siano motivi per dire che la situazione deve cambiare, che Draghi non serve più, non significa che non cambierà. Spero di sbagliarmi, ma penso che i partiti vogliano liberarsi di Draghi: lo straniero, per cursus honorum e formazione, espressione dei poteri forti (così si dice) che ha sottratto ai partiti il loro mestiere. Non si lasceranno sfuggire l’occasione di liberarsene, ben sapendo che anche dal Colle è possibile esercitare una significativa influenza. Al governo Draghi resterà ben poco tempo (sempre che accetti di farlo) così questa “anomalia” finalmente sarà superata. 

Quale anomalia? Che il governo sia stato affidato dall’osannato Mattarella a una persona di grande prestigio e capacità ma estranea ai cursus honorum politici italiani. O che le elezioni del 2018 abbiano messo il nostro paese nell’impossibilità di costituire un governo all’altezza delle sfide attuali. Con le relative responsabilità.

Quindi niente Draghi alla presidenza della Repubblica. Mentre ci si affanna a dire che deve restare a Palazzo Chigi per il bene del paese. Se si trattasse di una prospettiva seria, avremmo le pagine dei giornali tappezzate di dichiarazioni: Draghi a Chigi almeno fino al 2026! Elezioni politiche permettendo. 

E poi c’è la politica: Draghi è un conservatore. Non so. Di conservatorismi ce ne sono di diversi tipi. Mi risulta dalle manifestazioni un liberale keynesiano. È la stessa persona che ha detto che esiste il debito buono e quello cattivo.

C’è poi anche chi non vuole Draghi né al governo né al Colle. Se infatti lo si accusa di tendenze autoritarie ci si deve augurare che non ricopra né l’una né l’altra carica. Su questo punto, sulle tendenze che sarebbero in atto in Italia verso una “democrazia autoritaria” (espressione da evitare: se è autoritaria non è democrazia), va detto che quel che si ripete nei confronti dei poteri del presidente della Repubblica, ovvero il loro carattere elastico in relazione all’autorevolezza del sistema politico, vale anche con le ovvie differenze per il presidente del Consiglio. La Costituzione italiana configura un presidente del Consiglio debole, un primus inter pares, un tempo particolarmente condizionato dal ruolo giocato dai partiti nel Consiglio, frutto di un sistema proporzionale. Se i partiti sono deboli il presidente può diventare un premier. Dirige, non coordina soltanto. Appunto per dirigere era stato incaricato di formare un governo “che non deve identificarsi con alcuna formula politica”, nell’urgenza di redigere il PNRR e di tenere sotto controllo la pandemia. Ma in questo non c’è nulla di autoritario: un governo e il suo presidente agiscono fino a che il parlamento “eletto direttamente” non toglie loro la fiducia.

Intendiamoci, è assolutamente corretto rivendicare il primato della politica. I partiti sono l’unico metodo per far vincere la politica. Ma per questo si deve lavorare, non fingere una normalità che non esiste. Non disconoscere che le ragioni per cui Mattarella (resta, Mattarella, resta) ha incaricato Draghi sussistono tuttora.

Mi auguro di sbagliarmi, che venga scelto Draghi per il Quirinale. Non foss’altro per la garanzia che offrirebbe a chi non dimentica l’entità del nostro debito pubblico. Non foss’altro per non dare l’immagine di chi Draghi, un italiano, cristiano e padre, la figura più eminente in Europa, lo ha prima subito e poi snobbato. 

Spero che i nostri parlamentari ci stupiscano.

Imputet sibi. Elezioni quirinalizie ultima modifica: 2022-01-24T10:41:18+01:00 da ADRIANA VIGNERI
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