Vittorio Mero e lo strazio in diretta

Era il 23 gennaio 2002 e la sua squadra, il Brescia, scendeva in campo per una partita di Coppa Italia fuori casa con il Parma e il Brescia. Un incidente stradale se lo portò via per sempre, lasciando un senso di incredulità e sgomento.
ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Ricordo ancora quel mercoledì pomeriggio di vent’anni fa. Era il 23 gennaio 2002 e al Tardini di Parma si sarebbe dovuta disputare una partita di Coppa Italia fra il Parma, per l’appunto, e il Brescia. Durante il riscaldamento, cominciarono a piovere urla dagli spalti, con i tifosi bresciani che gridavano “Vergogna!” e i giocatori che non capivano. Quando Baggio e compagni furono raggiunti dalla notizia della tragedia occorsa al loro compagno di squadra Vittorio Mero, il rinvio della partita fu fuori discussione. Vittorio Mero, classe 1974, di professione difensore, era un ragazzo d’oro. Essendo squalificato, aveva deciso di raggiungere la famiglia a Nave.

Un incidente stradale se lo portò via per sempre, lasciando in tutti noi un senso di incredulità e sgomento: per la vita spezzata di un ragazzo, per lo strazio dei suoi compagni di squadra, per la reazione della collettività e per la forza d’animo che i calciatori del Brescia seppero mostrare nella successiva trasferta a Lecce, quando si imposero per 3 a 1 sui salentini grazie a una doppietta di Toni e a un gol di Emanuele Filippini, compagno di stanza di Mero, che non segnava da un anno e mezzo ma quel pomeriggio trovò il guizzo per andare in rete, dedicando il gol all’amico scomparso. Mero non era un campione ma uno di quei personaggi positivi che fanno bene al calcio e allo sport, un simbolo di onestà intellettuale e pulizia morale, una persona che credeva nella vita e la amava profondamente.

[da Bresciaoggi]

Il suo addio precedette di poche settimane quello di un altro giocatore: il congolese Jason Mayélé del Chievo, in una delle stagioni più drammatiche nella storia della Serie A. Ricordo ancora il nome di Mero scandito con trasporto dai calciatori del Brescia per festeggiare la salvezza, a maggio. Ricordo che fu la prima volta che presi contatto con la morte nello sport, dopo averla conosciuta a livello politico e civile nel luglio dell’anno precedente, durante il devastante G8 di Genova. Fu un momento tremendo. Mi pervase un senso di smarrimento e di sconfitta. Quel pomeriggio mi pose di fronte a un qualcosa di mostruoso e inafferrabile, segnando la conclusione definitiva della mia infanzia, anche se la mia percezione del mondo era già cambiata radicalmente in estate. 

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Vittorio Mero, vent’anni dopo. Le squadre che escono dal campo, i bresciani in lacrime, la telecronaca che si ferma, lo sconforto collettivo e il mio sguardo che entra tragicamente nell’adolescenza. In quel giorno di gennaio compresi che nemmeno la notorietà e la ricchezza possono tenere l’essere umano al riparo dalle catastrofi. Fu un momento di crescita, ma la disperazione di quei giorni me la porterò dietro per sempre.

Vittorio Mero e lo strazio in diretta ultima modifica: 2022-01-24T17:40:09+01:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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