Da ospiti a cittadini

La Germania è sempre più terra d’immigrazione, con ormai più di un quarto della sua popolazione che ha origini straniere. Amalgamare i bisogni di una società così composita è una sfida in continuo divenire, fatta di storie di speranza e compromessi.
MATTEO ANGELI
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Damla Hekimoğlu conduce il popolare notiziario Tagesschau, che va in onda su Das Erste, la prima rete televisiva pubblica tedesca. Özden Terli è l’uomo del meteo del secondo canale statale ZDF. Sono volti noti del grande schermo anche Mitri Sirin, giornalista, sempre per ZDF, e Pinar Atalay, conduttrice per il canale privato RTL. Si tratta solo di alcune delle personalità di discendenza turca giunte alla ribalta della vita pubblica tedesca. Se ne potrebbero citare molte altre, come le stelle della nazionale di calcio, Mesut Özil e İlkay Gündoğan; l’attrice Sibel Kekilli, diventata famosa grazie all’interpretazione nella pellicola La sposa turca di Fatih Akın, regista tedesco, anche lui figlio di genitori turchi; la presentatrice Nazan Eckes, che ha condotto vari talent show; il primo figlio di turchi a diventare ministro federale, Cem Özdemir, nominato a fine anno da Olaf Scholz per guidare il dicastero dell’Agricoltura. O ancora, la scrittrice, regista e attrice turco tedesca Emine Sevgi Özdamar. Questi tempi di coronavirus, poi, sono stati segnati da una storia di successo particolarmente emblematica, quella di Uğur Şahin, nato in Turchia e immigrato in Germania da bambino, e la moglie Özlem Türeci, nata in Germania ma anche lei di discendenza turca. I due hanno concepito il primo vaccino contro il Covid approvato a livello mondiale, creato dalla loro start up BioNTech.

La trentatreenne Damla Hekimoğlu conduce da dicembre la trasmissione più vecchia e famosa della tv tedesca, il Tagesschau. Figlia di genitori turchi, è nata in Germania e cresciuta a Monschau, nella Renania settentrionale-Vestfalia. 

Ci sono voluti anni e fatica prima che i tedeschi di origine turca riuscissero ad affermarsi nella loro nuova patria. Tutto cominciò il 30 ottobre 1961, quando la Germania e la Turchia conclusero un accordo bilaterale che avrebbe portato centinaia di migliaia di lavoratori turchi a trasferirsi sul suolo tedesco in quanto Gastarbeiter, lavoratori ospiti.

Ad aprire la strada erano stati gli italiani. Il 22 dicembre 1955, infatti, Germania e Italia avevano firmato a Roma un accordo che servì da modello per tutte le intese successive, con Spagna, Grecia, Turchia, Marocco, Corea del sud, Portogallo, Tunisia e Jugoslavia, finalizzate ad accogliere lavoratori stranieri la cui presenza nel paese avrebbe dovuto restare limitata nel tempo. Anche DDR, Austria e Svizzera fecero ricorso a questo tipo di accordi per colmare la carenza di personale. 

Nel secondo dopoguerra la Germania godeva in effetti di una crescita economica strepitosa. Erano gli anni del cosiddetto Wirtschaftswunder, il miracolo economico tedesco, che causò un ammanco in termini di manodopera per una serie di lavori poco qualificati. Gli immigrati turchi contribuirono allora ad alimentare il boom economico, accettando lavori poco pagati che in generale i tedeschi non volevano. Col passare degli anni, molti di loro tornarono in Turchia, mentre tanti altri decisero di restare, nonostante l’atteggiamento bigotto di parte della società tedesca, che li portò per decenni a subire discriminazioni sul lavoro, a scuola e in ogni altro aspetto della vita in comune. Tra i pregiudizi più frequenti: lo stereotipo secondo cui le persone di origine turca sarebbero musulmani che rifiutano l’integrazione, non mangiano maiale, non bevono birra e approfittano della generosità dello stato sociale tedesco. Percezioni peraltro rinforzate da tragici incidenti che hanno scosso l’opinione pubblica. Come l’assassinio nel 2005 di Hatun Sürücü, ragazza turca ventitreenne uccisa a Berlino dal fratello più giovane, perché aveva rifiutato di sposare il cugino e smesso di portare il velo. 

Inizialmente, le autorità pubbliche tedesche accumularono un tremendo ritardo nella gestione dell’integrazione. I governi a guida conservatrice, uno dopo l’altro, si rifiutarono di concedere ai figli dei nuovi arrivati, nati in Germania, la cittadinanza tedesca. Da un lato, questo contribuì ad alimentare un senso di esclusione in quella che è una delle realtà più ricche del mondo. Dall’altro, legittimò indirettamente il discorso dell’estrema destra razzista, la quale si rese colpevole di una serie di attacchi, che nei casi peggiori portarono anche a dei morti.  

Le cose cominciarono a migliorare solo a fine anni Novanta. Gerhard Schröder portò i socialdemocratici al governo e, insieme agli alleati ecologisti, diede vita a un cambiamento storico: introdusse lo ius soli. Secondo la legge del 15 luglio 1999, una persona figlia di stranieri ma nata in Germania ha diritto alla cittadinanza, quando almeno uno dei due genitori risiede legalmente da otto o più anni sul suolo tedesco e dispone di un permesso di soggiorno illimitato. Nella sua versione iniziale questa legge prevedeva che, tra i diciotto e i ventitré anni, la persona in questione fosse costretta a scegliere tra la cittadinanza dei genitori e, appunto, quella tedesca. Per i giovani cresciuti in Germania, tale obbligo è stato rimosso nel 2014, anche se restano ancora alcune restrizioni. Sempre il governo Schröder fu responsabile di un’altra importante riforma: nel 2005 entrò in vigore una legge sull’immigrazione che istituì un corso d’integrazione, di lingua ed educazione civica, da allora obbligatorio per tutti gli stranieri che ottengono un permesso di soggiorno nel paese e non sono in grado di farsi comprendere in maniera adeguata in tedesco.

Oggi, sessant’anni dopo l’accordo tra Germania e Turchia, le relazioni tra questi due paesi sono cambiate per sempre. Attualmente vivono sul suolo tedesco circa tre milioni di persone di discendenza turca. Si tratta della minoranza etnica più importante in uno stato che conta ottantadue milioni di abitanti. 

È il momento per un cambio di prospettiva. Quando oggi più di un quarto della popolazione ha un cosiddetto retroterra migratorio, e la maggior parte di loro è nata qua, perché continuiamo a indicare queste persone dicendo che «sono persone con un passato migratorio», come se fossero in qualche modo diverse, straniere rispetto a «noi»? Chi è allora questo «noi»? No, signore e signori. Loro non sono «persone con un passato migratorio» – Noi siamo un paese con un retroterra migratorio!

ha detto lo scorso anno il presidente della Repubblica Federale Tedesca Frank-Walter Steinmeier, in occasione di un discorso per celebrare i sessant’anni dell’intesa.

Pure Angela Merkel ne era pienamente cosciente, al punto che, già nel giugno 2015, qualche mese prima di aprire le porte a centinaia di migliaia di siriani, durante un dibattito pubblico disse che la Germania era già un Einwanderungsland, una terra d’immigrazione. 

Secondo i dati dell’Ufficio federale statistico tedesco, nel 2020 vivevano in Germania 21,9 milioni di persone con un Migrationshintergrund, cioè una storia migratoria alla spalle. Una cifra che corrisponde al 26,7 per cento della popolazione tedesca. Molti dei “nuovi tedeschi” sono di fede musulmana: secondo le stime, nel paese risiedono tra i 5,3 e i 5,6 milioni di persone musulmane, con origini molto diverse. Il 45 per cento di loro ha una discendenza turca. Di conseguenza, la Germania è lo stato dell’Europa occidentale con il maggior numero di moschee, che, secondo i dati del giornale Die Zeit, nel 2020 erano circa 2800. Una parte significativa di esse è finanziata dalla potente associazione Ditib, l’Unione turco-islamica per gli affari religiosi. Ditib è legata a doppio filo ad Ankara. Forma tradizionalmente i propri imam in Turchia e poi li invia in Germania, dove non solo spesso predicano una versione conservatrice dell’Islam, ma fungono anche da megafono del governo di Recep Tayyip Erdoğan.

Dopo ripetute critiche, Ditib ha aperto due anni fa una scuola per imam sul suolo tedesco. In ogni caso, la situazione resta un nodo irrisolto che Angela Merkel ha lasciato in eredità al suo successore. Secondo dati del 2020, infatti, in termini generali, dei 2500 imam residenti in Germania, il 90 per cento viene dall’estero. Questi spesso non conoscono la realtà plurale della società tedesca e fanno quindi fatica ad adattare il loro messaggio ad essa.  

La moschea centrale di Colonia è la più grande moschea tedesca. È stata inaugurata nel 2018 in presenza del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan.

Del secondo gruppo più numeroso di cittadini tedeschi con origine straniera si parla molto meno. Si tratta dei cosiddetti Aussiedler, ovvero immigrati di origine etnica tedesca che vivevano in Europa dell’Est e che sono tornati in Germania dopo il 1950. Dal 1992, per queste persone rientrate dall’ex Unione sovietica e da altri paesi dell’Europa orientale si usa invece il termine di Spätaussiedler. Questo è un gruppo particolare di migranti, perché ricevono automaticamente la cittadinanza nel momento in cui vengono riconosciuti in quanto Spätaussiedler. Sul suolo tedesco ci sono all’incirca 2,5 milioni di Aussiedler e Spätaussiedler. I cristiano democratici della CDU hanno potuto a lungo considerarli un proprio fortino elettorale. Da qualche anno le cose stanno però cambiando, con uno spostamento verso l’estrema destra dell’AfD. Parte di questi tedeschi provenienti dalla Russia e dalle ex repubbliche sovietiche teme infatti che i propri valori conservatori – famiglia tradizionale, ancoraggio alla fede cristiana, mantenimento dei costumi tradizionali – non abbiano futuro in Germania. Inoltre, tra loro aleggia la percezione, discutibile, che i nuovi arrivati dal mondo arabo siano stati trattati più gentilmente e abbiamo avuto accesso più facilmente agli aiuti pubblici, per i quali gli Aussiedler e Spätaussiedler avrebbero invece dovuto lottare duramente. 

Anche tra i tedeschi di discendenza turca, che sostenevano tradizionalmente i socialdemocratici della SPD, si vede uno spostamento delle preferenze di voto a destra, in questo caso a vantaggio della CDU. Secondo uno studio pubblicato nel 2021 dalla Konrad-Adenauer-Stiftung, fondazione vicina ai cristiano democratici, si sta in effetti compiendo una rivoluzione silenziosa. Nel 2015 solo il 17 per cento delle persone di origine turca avrebbe votato per la CDU, mentre nel 2019 questa cifra sarebbe salita al 53 per cento. Ciò si spiega in parte perché tra i turchi di Germania prevalgono valori conservatori, così com’è pure il caso per le altre principali comunità straniere. Insistere troppo su questa interpretazione sarebbe tuttavia sbagliato. Il secondo dato importante del rapporto della Konrad-Adenauer-Stiftung è infatti la crescente mobilità elettorale tra le persone con un passato migratorio. Ciò indica il venir meno delle appartenenze ideologiche, una cosa che accomuna i nuovi tedeschi col resto della popolazione. 

La decisione di accogliere centinaia di migliaia di siriani in fuga dalla guerra è stata l’evento che più di tutti ha segnato l’era Merkel.

La decisione di Merkel di accogliere circa un milione di rifugiati nel 2015 ha aggiunto un nuovo, significativo tassello al panorama multiculturale tedesco. Il «Wir schaffen das», «ce la possiamo fare» della cancelliera è stato declinato in uno sforzo per assorbire il numero maggiore possibile di richiedenti asilo nel mercato del lavoro. Nel 2016, il governo federale ha reso obbligatori i corsi d’integrazione anche per i rifugiati, a partire da pochi mesi dopo il loro arrivo, affinché possano apprendere il tedesco il prima possibile. Inoltre, sono state introdotte una serie di norme per incoraggiare i richiedenti asilo a trovare lavoro già mentre la loro domanda è in corso. Chi trova un programma di formazione professionale e/o un lavoro ha diritto a restare in Germania, anche se la sua domanda viene rifiutata. Chi invece non aderisce a queste misure, si vede tagliare gli aiuti. 

Ora il neonato governo di Olaf Scholz ha annunciato l’ennesimo cambio di paradigma. Il programma di coalizione contiene impegni molto ambiziosi in materia di accoglienza. Stando a questo documento, sarà possibile ottenere la cittadinanza tedesca dopo cinque anni di residenza sul territorio, invece che gli otto richiesti oggi. Inoltre, i giovani stranieri fino a ventisette anni che hanno dato prova di buona condotta riceveranno un permesso di soggiorno dopo tre anni di presenza sul territorio tedesco. 

I piani del nuovo esecutivo sono dettati innanzitutto da impellenti ragioni economiche. Secondo il direttore dell’Agenzia federale per l’occupazione, Detlef Scheele, per mantenere gli attuali livelli di produzione, nei prossimi dieci anni la Germania avrà bisogno di 400mila nuovi immigrati all’anno. Si tratta soprattutto di personale qualificato. Tutti i settori economici saranno interessati.

Scholz e alleati, nella loro volontà di moltiplicare gli sforzi di accoglienza e integrazione, dovranno probabilmente fare i conti con le resistenze che rischiano di riemergere in alcune sacche della società. La nascita negli ultimi anni di movimenti islamofobi, come Pegida (acronimo di Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes, cioè Europei patrioti contro l’islamizzazione dell’Occidente), o l’ascesa repentina dell’estrema destra dell’AfD, sono la punta dell’iceberg di un malcontento che serpeggia tra alcune fasce della popolazione e aree del paese. 

Non esiste una ricetta perfetta per amalgamare armonicamente i bisogni e le preoccupazioni di persone di origini e generazioni tanto diverse. Aumentano le sedie al tavolo e ognuno vuole la sua fetta della torta. Questa è la strada che la Germania ha scelto cambiando gradualmente la percezione che ha dei suoi migranti e dei loro figli e nipoti. Da lavoratori ospiti a cittadini, essi sono diventati protagonisti del futuro del paese. La partita è aperta. La via tedesca all’integrazione è sempre più una strada costellata di speranze ma anche compromessi. 

Da ospiti a cittadini ultima modifica: 2022-01-25T10:49:22+01:00 da MATTEO ANGELI
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